Caricatosi sulle spalle il trascorso di tre generazioni della sua famiglia, l’attore e regista Andrea Dante Benazzo si prende l’impegno di raccontare una storia le cui parole si perdono fra i venti della memoria, turbinando in vortici di ricordi e disperdendosi nei cieli dell’oblio. Una testimonianza che, come una vecchia fotografia sbiadita, racchiude vite passate ora ridotte a figure indefinite, celate da una patina di polvere troppo spessa e stantia per essere grattata via.
Partschótt è uno spettacolo teatrale multimediale, che tramuta quelle che sono le esperienze più intime e personali del regista in un racconto che convoglia cronaca, trauma e leggenda. Presentato come uno dei primi lavori dell’autore, lo spettacolo ha debuttato nel settembre 2022 ed ha partecipato a diversi festival, fra i quali In/Visible Cities.
Il titolo si rifà alla mitologia delle Dolomiti, in cui Partschótt è il nome del fedele guardiano del roseto legato alla fiaba di Re Laurino, personaggio leggendario la cui storia nasce per spiegare il fenomeno dell’enrosadira. Questo evento peculiare, il cui significato letterale è “diventare rosa” o “colorarsi di rosa”, si manifesta come un’illusione ottica grazie alla quale, durante il sorgere e il calare del sole, le cime delle Dolomiti si tingono di rosso, arancione, rosa e viola.
La drammaturgia prende in oggetto il Passo di Costalunga, zona tristemente colpita dalla Tempesta Vaia il 29 ottobre 2018, nonché luogo cardine nella storia della famiglia Benazzo, dapprima sito di vacanze montane ed in seguito carcere all’aria aperta per il padre del regista. Questo progetto racchiude in sé l’ambizioso desiderio di rappresentare il lento scomparire della memoria, proiettando materiali di archivio privato di fronte agli occhi del pubblico e dell’autore stesso, silenzioso spettatore della propria vicenda a lui altrettanto distante.
L’opera viene accompagnata da musiche dal timbro nostalgico e, nonostante ciò, senza tempo, seguendo un alternarsi di brani avvincenti e vivaci, come il celebre Nord Sud Ovest Est degli 883, a pezzi dall’aria più tetra e malinconica, caratterizzati da lunghi silenzi interrotti da non più di qualche nota di musica sintetica. È proprio per mezzo di questa atmosfera surreale, sospesa nel tempo, che il regista riesce ad accompagnare l’ascoltatore attraverso una storia nella quale la gioia dell’infanzia e il trauma della perdita coesistono in inconsueta armonia.
Una performance volutamente confusa, che trasporta lo spettatore in un vortice di echi e immagini talvolta troppo compromessi per risultare comprensibili. In questo mosaico di eventi lontani è facile perdere il filo di una narrazione distorta, incompleta, affiancata dalla semplice presenza di oggetti disposti con cura di fronte al pubblico durante lo svolgimento dello spettacolo. Partschótt è un’esperienza bizzarra, non immediata e stranamente magnetica; uno spettacolo che di spettacolo non ha molto e dentro al quale giace una testimonianza frammentata che tenta di legare la memoria collettiva di un evento catastrofico a quella personale di un individuo il cui scopo non è narrare, bensì trasmettere l’indescrivibile sensazione di quando un ricordo, sebbene inestimabile, inevitabilmente scivola via.
Valeria Cavallero
L'autore
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.


