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41 anni di teatro, Palermo, Scaldati: intervista a Vetrano Randisi

di Marzio Badalì

Enzo Vetrano e Stefano Randisi, dopo il grande successo di Totò e Vicé, proseguono nell’approfondimento della poetica di Franco Scaldati, portando in scena un altro testo del drammaturgo dell’Albergheria: Assassina, prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione. Scenografia e costumi sono di Mela dell’Erba, mentre il disegno luci è affidato a Max Mugnai. Musiche e canti originali sono composti ed eseguiti in scena dai Fratelli Mancuso.
Oltre ad avere recensito lo spettacolo, abbiamo intervistato Vetrano e Randisi (la cui associazione si chiama Diablogues) per conoscere meglio la loro storia e come si sono conosciuti.

Bene, partiamo dalle origini…

Stefano: Quanto tempo abbiamo? (ridono)

Quanto basta per raccontarci brevemente come nasce la vostra collaborazione. Quali sono le origini di Diablogues?

Stefano: Le origini della nostra collaborazione risalgono al tempo in cui andavo ancora a scuola. Ero all’ultimo anno di liceo e tramite la compilazione di un questionario, allora diffuso in tutti gli istituti di istruzione superiore palermitani, venni a sapere di un laboratorio organizzato dal Teatro Daggide di Palermo, un gruppo formatosi nel ’74. Compilai il questionario rispondendo sì, sì, sì a tutte le domande e precisamente il 2 febbraio del 1976 mi presentai al primo giorno di laboratorio teatrale. Oggi che giorno è, il 3 febbraio? Ecco, ho da poco compiuto 41 anni… di teatro.

Dunque tutto è iniziato da un questionario, da un laboratorio teatrale…

Stefano: Sì, perché Beppe Randazzo, che era il leader di questo gruppo, disse di aver bisogno di dieci persone “toche”, utilizzò proprio questo termine, era un modo che si usava per dire “in gamba”, che fossero disposte a partecipare all’allestimento di un suo nuovo spettacolo. Ci venne offerta la possibilità di presentarci alle prove quella sera stessa, e ovviamente io ci andai. Stavano preparando Ubu re di Jarry e tra gli attori della compagnia c’era Enzo Vetrano nei panni di Ubu, il protagonista. Quando lo incontrai era già primo attore e così rimase tutta la vita (Enzo sorride). Da quel giorno entrai stabilmente a far parte del gruppo Daggide, con cui io ed Enzo lavorammo fino all’82 tra grandi spettacoli e sperimentazioni che ci consentirono di godere di una formazione attoriale molto intensa. In quel periodo però decidemmo di staccarci dal gruppo e ci unimmo alla Cooperativa Nuova Scena di Bologna, che allora si occupava molto di ricerca teatrale e aveva in gestione la Chiesa sconsacrata di San Leonardo, rinnovata e trasformata in teatro. I direttori di Nuova Scena, che già ci conoscevano come Teatro Daggide, videro un nostro spettacolo e ci chiesero di lavorare con loro come compagnia stabile all’interno della Cooperativa. Così cominciò questa nuova collaborazione, più o meno contemporaneamente all’arrivo di Leo de Berardinis, chiamato a costituire la compagnia principale di Nuova Scena; noi eravamo l’ala giovane, il gruppo di ricerca. Il primo spettacolo che Leo fece con Nuova Scena fu The connection di Gelber in cui recitammo anche io ed Enzo. Poi nel ’92 iniziammo un nostro personale percorso registico e drammaturgico, lavorando sia da soli che insieme ad altri attori; ma pur avendo lasciato Nuova Scena continuammo ancora a collaborare con Leo che ci chiamò in seguito per altri suoi spettacoli. Diablogues però nacque più avanti, nel ’95…

Perché Diablogues? Da dove deriva questo nome?

Stefano: Nel ’94 debuttammo per Asti Teatro con uno spettacolo dal titolo Diablogues, da cui appunto nasce il nome, su suggerimento di Ugo Ronfani, grande critico teatrale che a quel tempo lavorava molto in Francia e che conosceva personalmente Roland Dubillard, l’autore del testo, che poi anche noi incontrammo dopo la nostra messinscena. Continuammo quindi ad approfondire il lavoro su noi stessi già iniziato con Nuova Scena e di lì in avanti lavorammo molto insieme a Marco Sgrosso ed Elena Bucci. Nel ’98 iniziammo con loro un progetto sulle Novelle per un anno di Pirandello per la Soffitta dell’Università di Bologna, realizzando uno spettacolo che prende il titolo proprio da una sua novella: Mondo di carta. Poi, sempre di Pirandello, allestimmo Il berretto a sonagli, per il quale recuperammo il testo originale in siciliano A birritta cu’ i ciancianeddi, più forte e “violento” della versione in italiano. Quindi Anfitrione, da Molière, Plauto…

Enzo: …Kleist e Giraudoux.

Stefano: …e ancora Il mercante di VeneziaLe smanie per la villeggiatura di Goldoni…

Enzo: …che vinse il premio ETI come miglior spettacolo.

Quella fu un’operazione molto particolare.

Stefano: Con Elena e Marco eravamo in quattro e interpretavamo tutti i personaggi con velocissimi cambi di costume. Poi come compagnia teatrale ci siamo separati, così io ed Enzo abbiamo ricominciato a lavorare da soli, ad affrontare le nostre regie, e ci siamo dedicati alla “stagione pirandelliana”: L’uomo, la bestia e la virtùPensaci, Giacomino!I giganti della montagnaTrovarsiFantasmi, tratto da due atti unici: L’uomo dal fiore in boccaSgombero, e dai Colloquii coi personaggi

Anche I giganti della montagna vinse un premio…

Enzo: Sì, nel 2011 ha vinto il premio “Le maschere del teatro italiano” come miglior spettacolo dell’anno.

Stefano: Noi di premi ne abbiamo collezionati diversi (ride). In realtà però in Fantasmiinserimmo anche qualche frammento di Totò e Vicé di Franco Scaldati… Ma ora tocca a te (guarda Enzo), io la mia parte l’ho fatta, il resto lo lascio tutto a Enzo…

Possiamo dire che in Fantasmi si trova in germe il vostro futuro desiderio di cimentarvi con la drammaturgia di Scaldati?

Enzo: È successo che quando facemmo questo spettacolo a Lecco venne a vederci Franco Quadri, che era anche l’editore di Scaldati…

Stefano: …E ci disse: «Va bene, abbiamo capito, voi Pirandello lo sapete fare… ora dovete fare Scaldati!».

Enzo: Da lì è nata l’idea di mettere in scena Totò e Vicé.

Facciamo nuovamente un passo indietro: dal racconto di Stefano si evince come la vostra attività teatrale affondi le sue radici in terra siciliana, per approdare poi in Emilia-Romagna. Cosa vi ha spinto a lasciare Palermo per trasferirvi stabilmente a Imola?

Enzo: Noi venimmo prima a Bologna, nel ’79. Il problema fu che a Palermo non riuscivamo più a lavorare. Producemmo una serie di spettacoli su cui avevamo puntato molto, tra i quali spiccava proprio Ubu re, che in seguito ebbe un successo straordinario. Pensa che recitavamo per due ore e mezza tutti accovacciati, una gran fatica! A Palermo però stroncarono puntualmente ogni nostra messinscena e fecero chiudere persino il teatro che avevamo a disposizione. Era la fine degli anni Settanta, durante gli anni di piombo, e in quel periodo non si faceva altro che parlare di “covi”. Noi eravamo dichiaratamente di sinistra, comunisti! E un gruppo di venti ragazzi che affitta una sala, quella dove poi facevamo i nostri spettacoli, non era visto di buon occhio.

Stefano: Perché oltre a rappresentare i nostri spettacoli noi studiavamo anche, facevamo ricerca, spesso tenevamo le tende chiuse fino a notte fonda e così la gente iniziò a domandarsi che cosa avvenisse là dentro, non capivano cosa facevamo e quindi eravamo visti con grandissimo sospetto.

Enzo: Così ci hanno fatto chiudere, per problemi di agibilità si disse, ma in realtà erano tutti pretesti perché ci consideravano un gruppo piuttosto eversivo. Dopo il nostro locale chiusero addirittura anche gli altri spazi dove noi solitamente andavamo in scena, e siccome non si poteva più lavorare, stanchi delle pressioni e delle repressioni abbiamo deciso di andarcene. Eravamo in tredici, noi della compagnia, e ci siamo detti: che facciamo? Dove andiamo? Siamo tutti comunisti, andiamo nella città rossa per eccellenza e vediamo se a Bologna ci fanno lavorare. Siamo arrivati qui con le nostre auto e senza conoscere nessuno, siamo andati in Comune a presentarci come compagnia teatrale e a dire che volevamo lavorare…

Stefano: …e ci hanno fatto lavorare!

Enzo: Devo dire che in quel periodo c’era una grande disponibilità, Bologna era una città veramente accogliente. In realtà poi trovammo casa a Imola e fu lì che ci trasferimmo, in un ex albergo che prendemmo in affitto, dove potevamo vivere tutti insieme e provare il nostro spettacolo; ecco perché abbiamo un legame anche con questa città. Perfezionammo Ubu reche ebbe un successo immediato. Venne a vederci Elio De Capitani e ci volle subito al Teatro dell’Elfo, dove poi ci vide Franco Quadri che, e questa fu la cosa incredibile, scrisse su “Panorama” una pagina intera dedicata al nostro lavoro, considerandolo persino più bello di quello allestito da Peter Brook. Fu proprio grazie all’articolo di Franco che noi, vivendo nel nostro albergo, non avemmo più bisogno nemmeno di cercare contatti per vendere lo spettacolo, fummo letteralmente sommersi dalle telefonate, il telefono squillava e noi facevamo 200 repliche all’anno. Per tre anni non abbiamo fatto altro che portare in giro Ubu re, persino in Spagna, e sempre con enorme successo. Poi, come diceva Stefano prima, nell’82 decidemmo di uscire dal gruppo Daggide perché la vita di gruppo, con il suo leader, benché avesse anche dei lati positivi, era diventata insostenibile per noi.

E in Sicilia? A seguito del grande successo riscosso da Ubu re siete più tornati, in quel periodo, a lavorare in Sicilia?

Stefano: In quegli anni fare teatro era un “impegno”, si partiva dall’impegno e poi si arrivava alla messinscena, e quando si faceva parte di un gruppo… se il gruppo prendeva una decisione come la nostra non si tornava più indietro, si tagliavano i ponti con tutti. Così troncammo ogni rapporto, ovviamente parlo di rapporti professionali, perché poi noi a Palermo avevamo comunque le nostre famiglie. Anche se, a dir la verità, l’allontanamento dalla Sicilia non fu poi neanche così netto e definitivo, diciamo che alcuni rapporti rimasero, sebbene divennero più sporadici e difficoltosi. Per esempio Ubu re lo portammo anche a Palermo, fummo chiamati da Michele Perriera che allora aveva in gestione il Cinema Teatro Corallo in fondo a via Oreto…

Enzo: Michele è stato il mio maestro. Iniziai con lui quasi per caso… io ero uno studente e accompagnai un amico per un provino in teatro. Michele stava cercando figure giovani e io rimasi folgorato dalla magia del teatro, mi ha davvero aperto un mondo…

Stefano: Ed è stato maestro anche di Beppe Randazzo, che fu il primo attore di Perriera prima che mettesse su insieme a Enzo la compagnia Teatro Daggide.

Quindi siete tornati a lavorare a Palermo nei primi anni Ottanta, quando ancora facevate parte del gruppo Daggide, e poi, successivamente?

Enzo: Per diversi anni non abbiamo più rappresentato i nostri spettacoli a Palermo. Un’altra volta siamo tornati con Il berretto a sonagli, chiamati da Beno Mazzone, ma per moltissimo tempo non abbiamo avuto più alcun rapporto con il Teatro Biondo, in cui tra l’altro avevo debuttato da giovane. La svolta avvenne quando nel 2007 vincemmo il premio “Gli Olimpici del Teatro” con Le smanie per la villeggiatura, lì incontrammo Pietro Carriglio (allora direttore del Teatro Biondo di Palermo, ndr) e la prima cosa che gli dissi, tenendo molto alla mia città e anche al Biondo, fu: «Lei lo sa che è da trent’anni che non veniamo più al Teatro Biondo?». E lui mi rispose, credo sinceramente: «Provvederemo, provvederemo». Devo dire che mantenne la parola, perché tempo dopo ci chiamò, prima per Pensaci, Giacomino! che portammo al Bellini, poi per I giganti della montagna

Stefano: Abbiamo fatto anche L’uomo, la bestia e la virtù

Enzo: Diciamo che da quel momento in poi iniziammo a portare a Palermo tutto il lavoro su Pirandello.

Stefano: Pirandello lo sentivamo molto…

Enzo: Per la nostra compagnia “pirandelliana” chiamammo solo attori siciliani.

Pur vivendo lontani dall’isola, quello con Pirandello e con la Sicilia è stato un rapporto che si è sempre mantenuto vivo all’interno del vostro percorso professionale. Penso ai vostri testi che compongono la “Trilogia della Sicilia”, a tutti gli spettacoli su Pirandello, a quello che negli ultimi anni è stato il vostro lavoro su Scaldati…

Stefano: In fondo noi siamo sempre rimasti siciliani, e questo lo esprimiamo anche sulla scena. Non abbiamo mai dimenticato la Sicilia, come si può vedere dai primi testi che io ed Enzo abbiamo scritto per la trilogia.

Enzo: Però della “trilogia siciliana” in Sicilia abbiamo portato soltanto Mata Hari a Palermo; gli altri due lavori, Il Principe di Palagonia e L’isola dei Beati, non sono mai stati rappresentati a Palermo.

Dunque un discorso sulla Sicilia, e su Palermo, che non è mai stato, se non solo in parte, affrontato con i siciliani. Alla luce della recente notizia di Palermo eletta Capitale Italiana della Cultura 2018 credete che l’ambiente culturale, e quindi teatrale, palermitano possa ricevere uno slancio positivo da questa opportunità?

Stefano: A questa notizia segue inevitabilmente da parte nostra un grande entusiasmo, e soprattutto una grande speranza per il futuro, tuttavia non credo che avverrà chissà quale rivoluzione culturale, di certo non soltanto per merito dei finanziamenti che arriveranno grazie a questa nomina. Noi sicuramente presenteremo dei progetti, perché è giusto che tutti contribuiscano ad aiutare la città ad avere quella serie di occasioni, di opportunità utili per crescere e per offrire a quante più persone la possibilità di fruire di arte e cultura.

Enzo: Io spero che finalmente Palermo ne approfitti per mettere in risalto la grande figura di Franco Scaldati, un gioiello così straordinario che si sta contribuendo a esaltare e rivalutare molto più al nord di quanto non faccia invece il sud Italia. Per esempio prossimamente ci saranno delle nuove pubblicazioni di tutti i suoi testi, editi da Cue Press, che è una casa editrice bolognese. Per il 2018 vorrei che Palermo iniziasse a pensare alle grandi forze artistiche che gravitano attorno a questa città, ai grandi scrittori che come Franco sono ancora intrappolati nell’ombra. Adesso purtroppo vedo molto immobilismo in Sicilia…

Stefano: Speriamo che la nomina di Palermo come Capitale Italiana della Cultura 2018 dia una scossa a tutte le sue potenzialità, che esistono e hanno solo bisogno di essere innescate.

Quando potremo rivedervi in Sicilia?

Enzo: Dal 29 marzo al 2 aprile saremo in scena con Assassina al Teatro Biondo di Palermo.

Dopo Assassina avete in programma di addentrarvi ancora nella drammaturgia di Scaldati?

Stefano: Sì, certamente, il nostro prossimo lavoro su Scaldati si intitolerà Ombre folli e sarà prodotto dal Teatro di Roma. Abbiamo chiesto alla famiglia di Franco se avesse mai scritto qualcosa sul tema dell’omosessualità e dopo diverse ricerche ecco che è venuto fuori questo testo inedito.

Marzio Badalì

Parte di questi materiali pubblicati è una rielaborazione del “Ritratto” ai due artisti condotto da Massimo Marino il 4 febbraio 2017 alla Libreria Trame di Bologna, a cura di Altre Velocità, all’interno del ciclo “Spettatori si diventa” del Teatro Arena del Sole.

fotografia di Luca Del Pia

L'autore

  • Marzio Badalì

    Laureato in Istituzioni di regia all'Università di Bologna, si interessa di arti performative e di critica teatrale. Collabora con Emilia Romagna Teatro Fondazione, affiancando all'attività di studioso quella di dramaturg.

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