Come ve li immaginate gli angeli?
E una performance di danza ispirata proprio a queste creature celesti, come potrebbe essere?
Probabilmente visualizzereste dei danzatori vestiti con colori chiari, abiti eleganti, magari a teatro, immersi nell’estetica del balletto classico, purezza, luci soffuse e movimenti aggraziati, morbidi e sospesi.
Ora, però, cancellate questa immagine dalla vostra mente.
ANGELS’ ORDERS The Rilke Project di IVONA stravolge completamente questa visione: ispirato alla Prima Elegia del poeta austriaco Rainer Maria Rilke, porta in scena quindici minuti di danza contemporanea, una danzatrice e un danzatore, un DJ set live.
La performance non si svolge in un teatro ma su un prato e, a fare da sfondo, ci sono le mura storiche della città di Gradisca d’Isonzo. Il pubblico è vicinissimo alla scena, seduto a semicerchio sul prato, sistemato comodamente su cuscini e sedie. I danzatori indossano vestiti molto lontani dallo stereotipo angelico sopracitato: i loro abiti sono di colori neutri, mimetici, entrambi sono a piedi nudi e si fondono quasi con la natura circostante.
La performance inizia e i due danzatori camminano l’uno verso l’altra con passi decisi fino a raggiungere il centro della scena guardandosi intensamente negli occhi. Fin da subito, tutto appare inaspettato e lascia quasi disorientato lo spettatore: durante la coreografia i performer si avvicinano e si allontanano e i loro corpi sono sempre in contrasto tra loro, spostandosi sempre in direzioni opposte: se uno fa un passo in avanti, l’altro indietreggia; se uno va a destra, l’altro scatta a sinistra. Le sequenze non sono mai fluide o eteree, danzano a scatti, i movimenti sono sincopati e in alcuni momenti ripetitivi, riflettendo perfettamente la musica elettronica che accompagna la coreografia, con il suo ritmo incalzante. L’unica costante dall’inizio alla fine della performance è il contatto visivo che rimane profondo e ininterrotto tra i due danzatori.
Grazie ad IVONA assistiamo al risveglio dell’opera letteraria: le parole di Rilke prendono vita davanti a noi e la poesia si fa tangibile. I movimenti spigolosi e, per certi versi, grotteschi non sono una semplice scelta stilistica, ma la perfetta traduzione corporale dell’angelo descritto dal poeta.
Rilke ci dice che la bellezza non è sinonimo di grazia e armonia, che la vera bellezza ci lascia spiazzati, ci sconvolge: «è la prima nota del tremendo […] E gli Angeli appartengono al Tremendo».
Alla fine, inchini e applausi, i danzatori escono di scena, sul prato verde restiamo solo noi, seduti. Tutto si è concluso e a noi rimane una sensazione di vuoto e la voglia di correre a casa e riscoprire le opere di Rilke e conoscere ancora più da vicino quella “prima nota del tremendo”.
Sara Aurora Driussi
L'autore
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.


