Buio.
Due sedie.
Due donne che mi danno le spalle.
Sono seduta per terra e, appena si accende il proiettore, sono catapultata nel mondo dei ricordi. Un’epoca che non ho vissuto, forse assaporato attraverso i racconti e le foto dei miei genitori, che hanno passato la loro giovinezza negli anni ’80 e ’90. E di genitori si parla, di nuove forme d’amore, di separazione in T’appartengo?!, restituzione-studio della compagnia LeNotti a In\Visible Cities, realizzata in collaborazione con Pim Off di Milano.
Alice Gera e Flavia Bakiu interpretano due sorelle che si ritrovano dopo tanto tempo per una cena di famiglia, l’una agli antipodi dell’altra. La maggiore, responsabile e con una famiglia alle spalle, è sposata con un uomo che non ama; la minore è uno spirito libero, senza alcuna àncora. C’è una terza componente del gruppo che, nell’oscurità, gestisce il lavoro visivo, unendo videoproiezioni e immagini d’archivio: la videomaker Alessandra Beltrame. È qui che ho trovato la ricerca più compiuta e ciò che indubbiamente mi ha attratta di più dello spettacolo.
Essere seduta a terra ha reso l’esperienza quasi immersiva. Lo schermo è rasoterra e le immagini si riversano sul pavimento lucido, producendo un effetto di riverbero e di ulteriore sdoppiamento. Il doppio è infatti una presenza costante: nelle due sorelle, nei genitori, nelle sedie, nelle immagini riflesse e riprodotte. Ogni elemento sembra avere il proprio alter ego.
Particolarmente interessante è l’uso dell’archivio Cinescatti: filmati amatoriali del Novecento, qui sottoposti ad alterazioni della pellicola e manipolati dal vivo attraverso un lenzuolo che, mosso davanti allo schermo, ne mette in luce alcuni dettagli. La materia filmica diventa così memoria viva: qualcosa di familiare che, attraverso graffi e deformazioni, perde nitidezza e acquista nuovi significati. Il lenzuolo diventa allora anche un oggetto scenico: le due sorelle, appena viste litigare, lo piegano insieme animatamente, trasformando un gesto quotidiano nell’immagine di un legame che resiste.
Efficace nel riportare la narrazione dal flashback al presente è stato l’uso di una videocamera e di una luce movimentata dietro di essa durante il viaggio in macchina che le due compiono per arrivare alla cena: un espediente semplice, ma funzionale e suggestivo, volto a restituire il passaggio dei lampioni e dei fari delle automobili.
Meno convincente, invece, l’uso di una clip ricorrente durante l’ascolto delle voci delle signore della Fondazione Osiride Brovedani di Gradisca d’Isonzo. Un materiale di ricerca prezioso, capace di valorizzare la memoria del territorio attraverso vissuti raramente portati in scena, che proprio per questo avrei voluto vedere integrato maggiormente nella narrazione. Una donna racconta del marito che si vergognava di andare a prendere il pane da solo e partecipava poco alla vita domestica. Un’altra del padre che, rimasto vedovo, non riusciva a infilare da solo il piumino nel copripiumino. Sono dettagli apparentemente marginali, ma capaci di restituire un modello relazionale fondato su una rigida divisione dei ruoli.
Sul piano drammaturgico, la scena del viaggio in macchina, in cui le due sorelle affrontano la separazione dei genitori, costituisce il filo principale. È però al bar, prima della cena, che le due riescono realmente a lasciarsi andare: l’alcol fa emergere esperienze pregresse, risentimenti, competizioni ed episodi di molestie. La narrazione si apre così a molti livelli: separazione dei genitori, rapporto tra sorelle, invidia reciproca, differenze di genere ed esperienze personali. I numerosi flashback e flashforward interrompono continuamente questo filo, rendendo la struttura sconnessa.
Si avverte così che ciò a cui assistiamo è ancora una parte del percorso: molti elementi sono già presenti, ma non hanno ancora trovato una forma definitiva. Il cuore del lavoro è già lì, in ciò che non è ancora a fuoco, ma che visivamente ci appare.
Sabrina Bello
L'autore
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.


