Una serata in birrificio, tra performance, profumi e storie
Sono le sei di un giovedì pomeriggio di fine estate. Uomini, donne, bambini, anziani si radunano nel piazzale davanti al Birrificio Antica Contea, a Gorizia. Non lo fanno, però, per gustarsi una delle birre artigianali, incontrare gli amici, cenare in famiglia o rilassarsi davanti a un bicchiere. Questa sera, queste persone scopriranno la birra, la sua produzione, il suo consumo e il suo significato da nuove prospettive, secondo linguaggi, spazi ed esperienze diverse.
Io li osservo, ripercorro ogni momento del programma, pianifico nella mia mente ogni mio spostamento, ogni mio intervento. Nello Young Staff sono una new entry e questo è il primo evento di InVisible Cities a cui partecipo senza essere solo spettatrice. Ho messo per la prima volta piede al Birrificio Antica Contea poche ore fa, ma apprezzo la sua atmosfera: è rilassata, amichevole, accogliente e un po’ buia, come piace a me. Io, invece, provo l’agitazione tipica delle nuove esperienze, del non sapere esattamente come la teoria si tradurrà in pratica, e se sarò in grado di svolgere adeguatamente il mio ruolo. Ma sono anche curiosa, pronta a mettermi in gioco. L’evento si colloca all’interno di Per-Forma, progetto di residenze dell’associazione quarantasettezeroquattro volto a raccontare e valorizzare il rapporto tra imprese e territorio attraverso ricerca storico-etnografica, espressioni artistiche contemporanee e innovazione.
La serata inizia con Gushing, performance del collettivo TRA.tTE. (Traslochi Teatrali). Ad aspettare il pubblico, una scena apparentemente quotidiana: tre attrici sedute in angoli diversi della tap room. C’è chi sta dietro al bancone, chi seduta a un tavolo con davanti un bicchiere di birra, ognuna con la sua storia da raccontare. Storie di donne con vite diverse, in epoche e contesti diversi, accomunate però dalla rabbia, dal risentimento, dalla delusione e dal fatto che alla base di questi sentimenti ci sia una figura maschile. Non interagiscono mai direttamente, per quanto collegate; esperienze distinte eppure non così diverse. Il pubblico, diviso in gruppi, raggiunge a rotazione le tre donne per ascoltarle. Mi stupisco dell’abilità delle attrici nel ripetere il loro monologo più volte mantenendo sempre il coinvolgimento e l’espressività, rispettandone tempi, complessità e dignità. Alla fine, le tre donne si uniscono in un forte monologo sul gushing, termine che indica il fenomeno dell’improvvisa fuoriuscita della schiuma dalle bottiglie di birra, ma viene qui usato come metafora di uno sfogo impulsivo.
In un’altra area della tap room è appeso uno schermo per proiezioni e sono disposte delle cuffie Wi-Fi. È qui che viene presentato il documentario Croce e Delizia. L’autore, Marco Trotta, illustra attraverso filmati dall’aspetto grezzo ma profondamente umani il suo percorso alla scoperta della produzione di birra artigianale a Gorizia, nonché l’esplorazione della città stessa, con la sua storia e la sua identità di confine. La birra funge da lente per osservare diversi aspetti, da quelli più tecnici della sua produzione, a quelli legati ai rapporti familiari di chi ne fa il proprio lavoro, e al suo ruolo nell’incontro tra persone e comunità. Protagonista, oltre alla birra, è la realtà goriziana: qualcosa che mi impedisce, in parte, di connettermi a quest’opera, avendo io un rapporto complesso e doloroso con la città. Qualcuno si stufa dopo qualche minuto e abbandona la tap room, molti guardano coinvolti, esplorando la propria realtà attraverso occhi estranei.
Se la tap room è dove la birra crea incontri e relazioni, il laboratorio è il cuore pulsante del birrificio. Questa sera, lo spazio è illuminato da luci sul fucsia e l’arancio, nell’aria un odore particolare, quello tipico della fermentazione in corso nei grandi contenitori cilindrici disposti nella stanza. È l’ambiente più adatto alla performance musicale immersiva di Corrado Cerutti e Maja Schrödl. L’autrice si esibisce da sola, affrontando problemi tecnici e un’assenza imprevista del suo partner. La sua musica mescola sperimentazione elettronica, rumori legati alla birra e alla fermentazione, e pezzi di interviste a produttori e consumatori. L’opera vuole porre l’accento su come anche noi, allo stesso modo del lievito in quelle grandi botti d’acciaio, cresciamo e fermentiamo. A me, però, forse complici la stanchezza, la fame e gli eventi di una lunga giornata, sembra emergere soprattutto la dimensione relazionale della birra: gli scambi casuali al bancone, i brindisi, gli habitué del birrificio, la tap room come luogo di incontro, dove da una conversazione può nascere un rapporto.
Al termine di quest’ultima esibizione, a me restano qualche sedia da riordinare, la consapevolezza della particolarità di questa esperienza, ma soprattutto una gran voglia, appena finito, di bere un bicchiere di quella birra artigianale.
Francesca Spanghero
L'autore
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.


