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Senza nessun ossimoro. La Serata William Forsythe alla Scala di Milano

di Matteo Merogno

A dicembre il Teatro alla Scala ha ospitato il balletto classico per eccellenza, l’epitome dello stile fine ottocentesto: La bella addormentata nel bosco, con le musiche di Čajkovskij e la coreografia di Petipa, nella versione di Rudolf Nureyev. Eppure il mese precedente sul medesimo palcoscenico si erano avvicendati danzatori e danzatrici in scarpe da punta e tenuta accademica sulle sonorità contemporaneo-pop di James Blake (classe 1988) nella Serata William Forsythe, così assemblata per il Teatro nel 2023 dall’omonimo coreografo americano (classe 1949), il quale ha autodefinito il proprio modus operandi endoclassico.

Il programma forsythiano, tutto scandito da brevi brani musicali estratti da alcuni album del britannico Blake, è diviso in due tempi: il primo con i danzatori in nero che danno l’abbrivio in The Prologue e si sbizzarriscono alla sbarra – noto strumento di lavoro per i tersicorei – avvicinandosi e allontanandosi da essa in The Barre Project; nel secondo, invece, con l’incisivo Blake Works I che, con gli extradinamici giri e i raffinati ondeggiamenti dei danzatori in body, gonnellini e calzamaglie color blu fiordaliso, già stregò Parigi al suo debutto nel 2016.

I tre pezzi compongono uno spettacolo che evolve, traslandosi da un più studiato gioco di segmenti a un tripudio di linee che tende all’infinito; il tutto senza aggiungere, senza guardare altrove, ma scavando nel nucleo dell’arte del balletto – fatto di port de bras, slanci ed equilibri sulle punte – per scoprirne il nuovo, il contemporaneo. È entropico il lavoro forsythiano, è endoclassico. Non si oppone all’Ottocento, all’Adagio della Rosa, nel quale vediamo esibirsi la Bella Aurora, al contrario, ne è suo extra-intra-endo completamento. I movimenti della danza accademica proposti da Forsythe, riproporzionati e ripensati – e non semplicemente riletti – non sono concepiti per entrare in contrasto con i lyrics radiotrasmettibili e le sonorità elettroniche di Blake, ma per costruire attraverso di esse un intelligente tutt’uno senza residui. La coreografia, infatti, non agisce come un disegno che combina da fuori elementi separati (passi, musica, costumi…), ma come un’operazione dall’interno, al cuore della danza: non un lavoro sulla forma, ma sul senso, in grado di restituire un effetto armonico di compiutezza.

(foto di Brescia e Amisano)

I maestri come Forsythe continuano a insegnarci che è un’illusione separare il candelabro d’argento e la luce al neon, il figurativo e l’astratto, le scarpe da punta e quelle da ginnastica, la musica a numeri chiusi e il minimalismo… L’unico modo per leggere la Storia è starci dentro, è vedere, anche nei cambiamenti, il suo continuo dis-ri-articolarsi. Una lezione che in questo specifico caso è offerta in levare dal Maestro, intessuta di una peculiare leggerezza, trasmessa da quel senso di fluidità che, come in un domino, regola l’inanellarsi degli elementi coreografici e guida i danzatori dall’incipit alla conclusione.

Si nota fin dall’inizio, in Prologue, creato per e con la compagnia scaligera nel 2023, dove un magnetico duo maschile di Saïd Ramon Ponce e Francesco Mascia mette in scena un botta e risposta di pas de danse d’école a tratti accelerati, altri sospesi, ma mai prevedibili, e con appuntamenti in sincrono, qualche volta contraddistinti dal tocco, come quando formano una croce appoggiandosi alla rispettiva spalla sinistra, mentre le braccia si posizionano in un quasi primo arabesque cecchettiano. È un duetto che ben prefigura tutto ciò che verrà. Prima si trasforma in un quintetto con una sola presenza femminile, dove nello snocciolarsi delle sequenze di movimento, il gruppo demarca la centralità del palcoscenico con una catena inglese; diventa poi un più tradizionale pas de deux di lui e lei, tinto di intimità e una levità ironica da ballo da sala. Minuzioso e incisivo l’assolo maschile finale danzato da Domenico di Cristo, che mentre esplora la propria solitudine accomodandosi nelle molteplici traiettorie scaturite dal posizionamento e dallo slancio dei suoi arti, rende manifesto quanto isolare e scolpire con consapevolezza un passo di danza accademica restituisca un senso di grandezza. Mentre il sipario cala lentamente dall’alto, Di Cristo indietreggia con le braccia che nuotano componendo e disfacendo una couronne (le braccia tonde sopra la testa), ribadendoci con quanto risalto un solo gesto tecnico possa imporsi alla nostra attenzione.

The Barre Project chiude la prima parte ed è introdotto da un breve video quadripartito e quadruplicato, che mostra delle mani scivolare e prendere le misure della sbarra. Si tratta di un progetto coreografico nato durante la pandemia, nel quale i danzatori si esibiscono in sussulti, indugi e ondulazioni, appoggiandosi al loro quotidiano strumento per il riscaldamento, lasciandolo per poi riaggrapparvisi, da soli o a coppie, su musiche sincopate o sperimentazioni vocali gravi e malinconiche, rendendoci partecipi di una serie di possibilità, sperimentazioni e atti liberatori.

Tuttavia il culmine della serata è nel secondo tempo con Blake Works I (2016), che musicalmente attinge a piene mani all’album The Colour in Anything (2014) di James Blake. All’aprirsi del sipario i venti danzatori presenti sul palco hanno le braccia basse e arrotondate in posizione preparatoria con un piede in appoggio, l’altro retrostante in coup de pied e la testa inclinata verso destra: aspettano il via dato dall’acuto onomatopeico di Bon Iver, che collabora in featuring con Blake per il brano I Need a Forest Fire. È forse questa sezione la perla compositiva corale dell’intera serata. Mentre il gruppo ondeggia, si distingue un triangolo femminile sul davanti, che sfruttando al massimo la mobilità della colonna vertebrale e la possibilità di fare perno sulla punta in gesso delle proprie scarpette si inarca, spazia, sfida i propri limiti, si dirige con passi così ampi che sono salti, si orienta con tour e volteggi lasciando la scia e coprendo tutta l’ampiezza del palcoscenico, facendosi strada tra i propri compagni. I brani sono altri sei e ospitano assoli, trii, duetti, ensemble maschili o generali. Il trio di due danzatrici e un danzatore, fa innamorare nuovamente e forse nuovamente comprendere il ruolo e il carisma dei due passi saltati virtuosistici maggiormente presenti: la gargouillade e la cabriolle. Impossibile non notare la gioia tecnica ed espressiva di Linda Giubelli.

(foto di Brescia e Amisano)

Il passo a due di Alice Mariani con l’outsider, Christian Fagetti, l’unico vestito con calzoni sportivi neri, maglietta verde e scarpe da ginnastica porta a galla il valore relazione del pas de deux: la danzatrice si affida alla presenza del partner, il quale a tratti assume un ruolo funzionale, senza però smorzare la propria intensità, in altri momenti sembra incarnare Forsythe stesso mentre in sala prove accompagna la ballerina in una sperimentazione sui principi coreografici da lui congeniati, o ancora, si mostra come vero e proprio compagno di giochi e di attese. Mariani si libra, lascia il segno con un arabesque, fugge nei panni del cigno spaventato, si abbandona alla gravità per poi scomparire da sola nel buio, incamminandosi verso l’angolo posteriore destro del palco.

Two men down è, invece, l’occasione per la compagine maschile della compagnia di togliersi lo sfizio di spiccare il volo davanti allo stupore del pubblico senza gerarchie spaziali: “surfano” nell’aria catturando tutta l’ampiezza del palco, usano le braccia con la stessa libertà delle gambe, si divertono e si sbizzarriscono mescolando intenzioni da piccolo e da grande allegro – gli esercizi saltati che si eseguono al centro durante la lezione di danza accademica. Ogni ballerino s’illumina, restituendo quel senso primigenio di libertà, che forse è stato determinante nella scelta di votare alla danza la propria vita. Le ali con le quali Navrin Turnbull spicca il volo sono ad un tempo rappresentazione della forza e dell’eleganza.

Un ultimo passo a due con una musica in minore segna la fine dello spettacolo. Il danzatore e la danzatrice congedano il pubblico giocando con le braccia, guardandosi le mani e stabilizzandosi in posizione preparatoria con la testa nuovamente inclinata in épaulement. Alla fine, secondo i canoni forsythiani di un “ballet about ballet”, emerge una serata a cascata, un sensato defluire di passaggi, dove le scarpe da punta non compongono mai un ossimoro con l’elemento elettronico e pop delle musiche di James Blake. La Serata William Forsythe non mette in scena un classico modernizzato o un’attualizzazione di ciò che è storico, ma una forma vivida e vitale del presente.

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