altrevelocita-logo-nero
foto di Luisa Fabriziani
foto di Luisa Fabriziani

“La singolarità” di Tabilio, qualcosa sotto i cumuli

di Vincenzo “Notta” Riccardi

Da quando l’uomo ha iniziato a raccontarsi storie, l’accumulo si è imposto non solo come un semplice gesto materiale ma come una vera e propria dichiarazione di dominio e di potere. Dai possedimenti sterminati di Jay Gatsby nel famoso capolavoro di Fitzgerald alle sanguinose vicende del Macbeth, siamo pieni di classici che raccontano la storia di personaggi schiacciati dalla loro condizione o da un obiettivo. Uomini che vedono nell’accumulo di tutto l’unica via per raggiungere una precisa infinitesimale parte di felicità che è, in fondo, l’unica che desiderano davvero. Ma quasi mai c’è un lieto fine. Tutto ciò che accumulano rimane privo di senso, incapace di saziare i loro veri desideri, e di fronte ad esso ci si scopre alla fine privi di vera consapevolezza, poiché questo insieme di cose non è mai stato altro che un mezzo per un fine che, inevitabilmente, è sempre rimasto fuori portata. È così che l’accumulo si fa simbolo di qualcosa di più intimo. Da forma di controllo che non ha bisogno di alzare la voce perché parla già attraverso il peso di ciò che resta fermo, diventa invece una irreversibile assenza di controllo, un grido che si manifesta a causa della mancanza di ciò che si cercava davvero.

La singolarità, spettacolo su drammaturgia di Riccardo Tabilio e recitato dalla compagnia Algoceiba (Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino) è sicuramente una messa in scena dell’accumulo come mancanza di controllo. Debuttato al teatro Fortezza Est di Roma dal 22 al 24 gennaio 2026 dopo una menzione speciale al Premio Omissis 2025, il progetto si interroga sul fenomeno della sillogomania (più comunemente detta “disturbo da accumulo”) come metafora di un ingombro privato e generazionale, dove gli oggetti diventano una materia per modellare il vuoto delle nostre vite e dei nostri ricordi, disattesi da un futuro sempre più spento e intangibile. Appena entrati in sala, veniamo accolti dagli attori che ci guardano prendere posto, fermi in una immobilità innaturale quasi fossero frenati dalla quantità di oggetti sparsi in tutti i pochi metri di spazio calpestabile. Tra cianfrusaglie, manichini, un frigorifero e una poltrona da parrucchiere a stento si riconosce una cameretta con letto a castello e, poco fuori dalla scena, distaccata, si fa spazio una bara che diventerà sempre più centrale nel flusso dello spettacolo.

Le storie e le riflessioni messe in scena dagli attori (mai veri e propri personaggi quanto entità al servizio di un testo che li plasma in base a ciò che intende narrare) raccontano infatti l’universo delle persone affette dalla sindrome di accumulo mostrando schegge di umanità compromesse, persone che gradualmente seppelliscono sé stesse sotto le macerie. Tra queste rovine, ogni oggetto accumulato diventa un atto disperato di resistenza alla confusione, un modo grossolano di esercitare la propria presenza in un mondo, reale e affettivo, di cui hanno perso completamente il controllo. Questa idea dell’accumulo di oggetti come specchio di un “disaccumulo” di sentimentalità è forse uno tra gli spunti più originali dello spettacolo, che dà il meglio di sé quando si fa portatore dei ricordi personali degli attori intorno al tema. Basti pensare al monologo sul manifestarsi della malattia nella nonna di Nadia Fin, o le memorie infantili di Gabriele Ratano, concentrate in una cassettina di cui non riesce a sbarazzarsi. Man mano che la stanza si svuota e la bara – inizialmente lasciata ai margini della scena – diventa sempre più dominante, entra poi in gioco la morte, e con essa la definitiva perdita di qualsiasi speranza di rinnovamento. La possibilità di un futuro migliore si dissolve senza lasciare spazio a un nuovo inizio e gli oggetti accumulati, disordinati e privi di significato, vengono lentamente scartati o ricollocati. Ciò che restava di quella persona, il suo castello di carta ormai fragile e sconnesso, crolla e alla fine, non rimane più nulla, nemmeno un simbolo tangibile del suo passaggio.

foto di Luisa Fabriziani

Questa affascinante filosofia dell’accumulo investe il contenuto quanto la forma. La singolarità inizia con una danza robotica quasi da performance concettuale, passa a definirsi indagine sul tema, diventa flusso di monologhi poetici adornati da luci drammatiche e talvolta rompe la quarta parete per parlare amichevolmente col pubblico, forse un po’ troppo stordito dai repentini cambi di tempo e registro. In un certo senso, si può dire che lo spettacolo rifletta gli stessi pattern di comportamento dell’umanità di cui intende parlare: vuole avere sia il comico che il drammatico, essere poliedrico ma dritto al punto, farsi sfogo sincero e insieme riflessione. Il risultato è un accumulo di idee che non sempre riescono a ritagliarsi il loro spazio, impilate come sono una sopra l’altra in rapida successione. Il botta e risposta tra gli attori in scena e un servizio di Striscia La Notizia proiettato alle loro spalle manca ad esempio di un’aggiunta critica e drammaturgica che vada oltre il semplice apostrofarne in maniera stizzita le intenzioni e ridicolizzarne i toni sensazionalistici. Aggiunge inoltre una dimensione politica di riflessione troppo debole per ergersi a denuncia e che manca anche del mordente necessario per potersi considerare satira. Rimane di fatto come un inciso che poco aggiunge alla frase, parte di un’andatura drammaturgica sinusoidale che in tutto il suo srotolarsi prima costruisce sequenze introspettive e struggenti e poi le spazza via con boutade metateatrali, come persistesse un timore nel mantenere troppo a lungo un clima di intensità, che altrove è invece ottimamente bilanciato e costruito.

Dopotutto, accumulo, controllo e potere rimangono un triangolo molto difficile da bilanciare. E se La singolarità non si limita a parlare di sillogomania ma diventa essa stessa corpo compromesso, non può esimersi dall’esibire sulla sua pelle i sintomi della malattia. L’accumulo di ricchezze-spunti esibiti fornisce sicuramente allo spettacolo un forte carattere di necessità e urgenza, ma allo stesso tempo espone il fianco a un caos camaleontico, alla difficoltà insita nel circondarsi di così tanto materiale da affaticarsi oltremisura nel preservare una visione d’insieme armonica e comunicativa. A ogni modo, in un corpo-spettacolo che procede a sussulti, che saltella alla ricerca di una strada maestra nascosta sotto l’accatastamento di oggetti su oggetti, il pubblico viene obbligatoriamente chiamato a cercare a tutti i costi ciò che è realmente importante. Nel riscoprire, sotto tutti questi accumuli, il pulsare selvaggio di qualcosa di davvero necessario.

L'autore

  • Vincenzo "Notta" Riccardi

    Giornalista, montatore video, fonico di presa diretta, futuro bibliotecario. Dal 2024 nel nucleo redazionale di Ubu Dance Party. Segue con fervido entusiasmo le scene underground della sua città (Roma), tra serate di poetry slam, spazi mostre minuscoli e festival di arte performativa.

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.