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(foto di Ilaria Costanzo)
(foto di Ilaria Costanzo)

“Changing the sheets”, malesseri di superficie

di Vincenzo “Notta” Riccardi

In principio fu Meetic.it, e con lui le prime versioni di Windows XP e le neonate connessioni ADSL. Era il 2005 quando la cultura del dating online iniziava timidamente ad affacciarsi sul suolo italiano, creando una piazza virtuale in cui poter conoscere nuove persone secondo i propri filtri e attraverso dinamiche nuove ed elettrizzanti. E fa quasi spavento pensare, ormai più di 20 anni dopo, a quanto tutto questo sia lentamente diventato per molti un incubo piuttosto che un’opportunità. Dal sito unico siamo lentamente passati ad una moltitudine di app (Tinder, Hinge, Feeld) dalle premesse accattivanti quanto inutilmente frammentarie, abbiamo messo da parte il tempo lento passato sul PC a cercarci a favore della rapidità di un facile swipe sul cellulare e di fatto abbiamo definitivamente delegato la nostra scelta a un match algoritmico, basato sempre più spesso su premesse aleatorie e superficiali. Continuiamo a connetterci grazie a questi strumenti, ma allo stesso tempo ne diventiamo sempre più spettatori passivi e meno individualità che si ricercano, meno consapevoli di cosa vogliamo e sempre più cinici e disillusi. Tesi verso l’altro, ma senza più gli strumenti per conoscersi davvero.

O almeno questo è lo scenario, sospeso tra cinismo e artificio, in cui si muove Changing the Sheets. Adattamento della commedia di Harry Butler (presentato al Fringe Festival di Edimburgo 2022) per la regia di Vincenzo Nemolato, lo spettacolo è andato in scena al teatro Magnolfi di Prato dal 5 all’8 marzo grazie alla traduzione di Elena Novello e Francesco Ferrara e alla presenza in scena dello stesso Nemolato (Davide) e di Monica Buzoianu (Andrea). Presenti sul palco come coppia modello delle nuove relazioni digitali, Davide e Andrea appaiono al pubblico per la prima volta incorniciati dai loro “avatar”, due strutture metalliche simili a specchi (dalle curve sinuose e tondeggianti per lei, dalle linee spigolose e ruvide per lui) semoventi e dotate di contenitori colmi di oggetti. Un bagaglio trasportabile che si fa simulacro delle loro tasche e di ciò che si portano dietro, ma anche, in una certa misura, simbolo scenico delle loro personalità frivole ed estetizzanti.

Le umanità di Changing the sheets appaiono infatti fin da subito problematiche e costellate di ombre: Davide è un eterno bambino che vive ancora con la madre, un uomo che svela progressivamente una mascolinità fragile e un’incapacità cronica di gestire i propri sentimenti; Andrea, invece, inizialmente presentata come una donna forte, indipendente e realizzata, si rivela sempre più insicura e terrorizzata dall’intimità e dal proprio futuro. Dalla loro unione nasce una relazione fugace quanto contraddittoria. Gli incontri, puramente sessuali, scivolano per volere di Davide verso una sfera affettiva che non viene mai realmente perseguita, ma solo pretesa con infantile prepotenza e lacrime di coccodrillo. Andrea, d’altro canto, si difende ferocemente dalle sue avance a protezione della propria libertà, pur restando ambiguamente attratta dall’idea di qualcuno che colmi il vuoto della sua fredda casa arredata con oggetti di design. Sempre testarda e irremovibile, ma nonostante ciò tesa ad accettare senza proteste le inconsistenze e le bugie di un partner che non si capisce quanto sappia di mentire a lei e a se stesso.

(foto di Ilaria Costanzo)

Tra costanti allusioni sessuali, orgasmi sublimati visivamente con coriandoli e bolle di sapone e una comicità semplice e sguaiata, si viene trascinati nella (non) evoluzione di una storia d’amore priva di spessore e complicità. Il racconto si srotola cronologicamente in una serie di vignette, dove il cambio d’abito in scena funge da unico raccordo temporale, dettando artificialmente il passaggio dei giorni in una stasi drammaturgica che appare come priva di meta. Nonostante siano costruiti con coerenza, infatti, i protagonisti di Changing the sheets restano prigionieri dello stereotipo del “malessere”: quelle personalità tipicamente associate alle dating app, socialmente problematiche e incapaci di vivere un rapporto senza danneggiarlo. Come risultato, quella che sarebbe stata la base perfetta per esplorare l’incontro tra individualità compromesse nei nuovi scenari digitali diventa invece l’esibizione glorificata delle sue tendenze più tossiche ed estreme, quasi come se Davide e Andrea interpretassero gli Adamo ed Eva di un mondo in rovina senza possibilità di redenzione.

Se infatti chiudersi nel piccolo appartamento di Andrea rende la narrazione di Changing The Sheets più quotidiana ed empatica, allo stesso tempo la vicinanza e la fiducia verso i suoi personaggi arrancano nell’offrire uno spaccato sincero e totalizzante di un fenomeno complesso e vastissimo e che, pur se popolato da personalità pericolose e disfunzionali, non per forza si esaurisce con esse. L’inadeguatezza di Davide non viene mai sfruttata se non per riderci sopra, ad esempio, così come la solitudine di Andrea non riempie mai la scena per svelarci una motivazione in più dietro il suo comportamento. Entrambi i personaggi non fanno altro che navigare nel torbido senza via d’uscita, non mettono mai in scena il loro malessere se non in maniera umoristica e dissimulatoria e lo spettatore rimane divertito ma perplesso, a osservare un circolo vizioso che appare privo di aperture.

A fronte quindi di un testo che si impegna nello stendere un discorso pessimistico sulla vacuità degli incontri online, più divertito dal mettere il mostro sotto i riflettori piuttosto che tentare di metterlo a nudo, si può abbracciare totalmente l’ipotesi che si tenta di sostenere o, al contrario, uscire dalla sala sentendo la mancanza di qualcosa in più. Desiderare una narrazione che possa riconoscere dignità e approfondimento alle figure rappresentate, renderle meno degli stereotipi funzionali e più personaggi presenti a loro stessi, chiamati a scoprirsi e farsi scoprire. Così che il pubblico, tra una risata e l’altra, possa ricordarsi di Davide e Andrea non come due casi umani, ma piuttosto come due umanità casuali. Nemolato chiude invece la sua vicenda con un nulla di fatto, una dissolvenza a nero che prima di far calare il sipario riposiziona i suoi protagonisti al punto di partenza, nelle cornici dei propri avatar. Ciò che rimane è una sensazione bruciante e perentoria che non sia davvero possibile trovare profondità in uno scenario di pura superficie. Ma mancano ancora i perché. Se abbiamo delegato i nostri desideri a un algoritmo dopotutto, forse non lo abbiamo fatto solo per mero desiderio sessuale. Forse, sotto quel continuo “switchare” profili, mostriamo più di quello che riusciamo a nascondere.

L'autore

  • Vincenzo "Notta" Riccardi

    Giornalista, montatore video, fonico di presa diretta, futuro bibliotecario. Dal 2024 nel nucleo redazionale di Ubu Dance Party. Segue con fervido entusiasmo le scene underground della sua città (Roma), tra serate di poetry slam, spazi mostre minuscoli e festival di arte performativa.

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