Cosa provoca nelle persone un evento disastroso come la pandemia causata dal Covid-19, abbattendosi sul mondo intero? L’equilibrio tra universale e individuale si altera, legittimando quel vecchio detto italiano che recita “Tutto il mondo è paese”. Proprio nell’universalità del periodo pandemico, Angelo Colosimo, attore calabrese formatosi in Emilia-Romagna, colloca la storia dell’Armata Spaccamattoni: un gruppo alla D’Artagnan e i tre moschettieri, che con l’incoscienza dell’adrenalina e la forza della superstizione, si lanciano in un’avventura più grande di loro, auto-incaricandosi di ristabilire l’ordine in un mondo sempre più confuso dagli effetti della pandemia.
Con la regia di Roberto Turchetta, Colosimo inscena un monologo che prende la deriva del road movie, interpretando il protagonista della storia e fondatore dello strano gruppo. Il sindaco di San Pietro in Scavatore, borgo del Meridione, rappresenta l’uomo medio: sguazza nelle sue convinzioni, si adopera per gestire gli affari a suo interesse, ma soprattutto ha un disperato bisogno di individuare il responsabile del caos che affligge il mondo intero durante la pandemia. Ed essendo un uomo di paese dalle ristrette vedute filtrate dalla superstizione popolare, si convince che l’unico modo per ristabilire l’ordine in primis nel suo borgo, e poi nel resto del mondo, sia quello di riportare a casa i fratelli Bruzzano e la madre, trasferiti dal paese nella città di Lodi in cerca di fortuna. Il fatto avviene all’inizio del mese di febbraio dell’anno 2020 e per questo sono ritenuti responsabili della diffusione del virus.
Con una retorica degna del miglior politico di piazza e un tono che alterna il comico e il grottesco, Colosimo accompagna lo spettatore attraverso la sua prospettiva sulla vicenda: la premessa su cui si basa l’intera vicenda e che dà origine alla sua missione riguarda una tesi per cui ogni tentativo di trasferimento da parte dei cittadini del suo borgo corrisponde a una catastrofe spropositatamente più grande, suggellando così lo stretto rapporto causa-conseguenza tra l’abbandono del nido e la rovina. Una teoria che i Malavoglia di Verga condividerebbero pienamente, ma che nel monologo di Colosimo prende una prospettiva più colorita e comica, portando lo spettatore a sorridere di questa credenza popolare.
Una volta individuato l’obiettivo, l’eroe si prodiga nella pianificazione della missione: innanzitutto, è necessario arruolare i compagni di viaggio. Qui la performance di Colosimo si fa virtuosistica: il monologo viene recitato con forte cadenza calabrese, ma l’aspetto linguistico è ulteriormente diversificato e complicato attraverso l’interpretazione dei compagni di sventura del protagonista – minuziosamente caratterizzati anche a livello comportamentale. Al fianco del sindaco di San Pietro in Scavatore troviamo quindi: Alberto, fedele amico e primo arruolato, Sancho Panza instancabile sempre al fianco del suo comandante. Il parroco del paese, costantemente ubriaco, fardello per il resto del gruppo e protagonista degli episodi più comici del racconto. Infine l’allenatore di calcio della squadra del paese, personaggio che rappresenta l’uomo semplice, coinvolto in qualcosa di molto più grande di lui quasi contro la sua volontà perché non ha gli strumenti per decifrare la situazione nella sua interezza, ma che per la sola voglia di evadere, mettersi in gioco e fare ciò che che non avrebbe mai fatto da solo – visitare lo stadio di San Siro, si unisce alla sgangherata comitiva.

L’Armata Spaccamattoni è al completo, ora bisogna capire come raggiungere Lodi. Ed è proprio da questo espediente che la trama assume un carattere tanto rocambolesco quanto surreale. In piena pandemia, con mezza Italia bloccata dalle zone rosse, il viaggio sembra impossibile. Ma il protagonista propone una soluzione geniale: gli unici mezzi che hanno libertà di movimento sono quelli sanitari, perciò il gruppo si adopera per modificare il camioncino dell’allenatore di calcio e dargli le sembianze di un’ambulanza. E così inizia la risalita fino a Lodi. Il viaggio, ricco di espedienti comici, viene interpretato con un ritmo serrato e costellato di momenti di ironia, alternati ad altri più riflessivi. Un esempio è l’episodio dell’autogrill: la classica sosta di soli dieci minuti, in cui il sindaco chiede espressamente ai suoi compagni di restare concentrati come se fossero dei veri 007, si trasforma in un escalation di incidenti, causati principalmente dal parroco, che culminano in un climax che fa emergere tutta l’inadeguatezza di questi goffi personaggi al di fuori del loro contesto di origine.
Come accade a molti eroi che cercano di realizzare il loro sogno, anche il comandante dell’Armata Spaccamattoni perde alcuni dei suoi compagni di viaggio: come i compagni di Ulisse con le sirene, l’allenatore di calcio e il parroco si fanno prendere dai propri vizi e interessi e disertano la missione andando incontro a un destino di infelicità e perdizione. Viene così legittimata la teoria secondo cui l’abbandono del nido corrisponde alla rovina e alla cattiva sorte ma senza perdere il tratto comico proprio della storia. A riprova di ciò, il sindaco racconta per esempio che l’allenatore di calcio, in una sorta di estasi causata dalla grandezza di San Siro, finisce per perdersi nell’hinterland milanese e diventare un clochard di quartiere, ma non un quartiere a caso, bensì del quartiere di Baggio, motivo per cui si presuppone che la sua fine non sia da considerare così malvagia.
Neanche il sindaco e Alberto però vanno incontro a un destino migliore: la fede nella missione non li salva dal triste epilogo dell’avventura che li ha portati fino a Lodi, dove si scontrano con una realtà dura, dettata dalle condizioni sanitarie. La conclusione della storia scredita definitivamente l’aura mitica e fiabesca della loro avventura, che per un momento ha fatto credere a tutti che l’ordine del mondo potesse davvero dipendere da una superstizione. Eppure lo spettacolo non si chiude con un tono pessimistico e sconfortante. Al contrario, con questa avventura caotica e surreale, Colosimo propone una lettura su una vicenda che ha riguardato tutti, ma che ciascuno ha vissuto e interpretato diversamente, facendo emergere il bisogno ancestrale dell’uomo di credere in qualcosa – fosse anche la più assurda – per giustificare i propri limiti, e per restituire un senso al bizzarro teatro del mondo.
L'autore
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Sono laureata in Cinema all’Università di Bologna e in questa città ho trovato uno spazio per fare ciò che amo di più: scrivere, ascoltare e vivere tante storie diverse. A Bologna ho scoperto il mondo del teatro, sia come performer che come osservatrice: è sul palco, davanti al pubblico, che le storie prendono le strade più interessanti.


