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(foto di Alex Giuzio)
(foto di Alex Giuzio)

Un diario per l’estate #2. Speciale Puglia Showcase

di Francesco Brusa, Lorenzo Donati

Qualunque discorso da e sulla Puglia non può che partire dal ricordare la devastante situazione legata ai saldi dei finanziamenti pubblici regionali, da sempre in ritardo di diversi mesi o anni, condizione che impone alle compagnie di indebitarsi con le banche sperperando soldi, lavorando nell’incertezza, progettando nella precarietà. Una gestione dolosa della macchina amministrativa unica in Italia, che sarebbe ora di risolvere una volta per tutte.

L’altro punto di partenza riprende gli orientamenti politico-amministrativi dello scorso decennio, nel quale si è scelto di saldare in modo netto la cultura con il turismo, anche grazie alla presenza di solerti dirigenti che hanno marchiato il sistema in assenza di indirizzi politici chiari. Più che in altre regioni, in Puglia è stata normalizzata l’idea che la cultura debba produrre utile e attrarre turisti: con la cultura si deve mangiare e per questo ha più valore se la si può esportare e vendere. Puglia experience? In queste prime fasi del nuovo corso politico, l’insediamento del nuovo assessorato alla cultura e alla conoscenza pare manifestare un’inversione di tendenza. Osserveremo fiduciosi, continuando a lavorare per un’idea di arte e cultura prossime all’educazione.

È alla luce di queste prospettive che osserviamo Puglia Showcase, una vetrina delle produzioni di teatro e danza organizzata in quattro giornate di spettacoli e incontri (1-4 luglio 2026). La rassegna si è svolta nelle due sale della cittadina di Fasano, il teatro Kennedy e il Sociale, oltre che presso la Biblioteca di Comunità Ignazio Ciaia che ha ospitato un osservatorio rivolto a studenti e studentesse delle scuole superiori (condotto da Altre Velocità) e uno spazio che consentiva a compagnie e artisti non in scena di presentare un pitch delle proprie opere. Sul palco si sono alternati un totale di dodici spettacoli – dalle narrazioni di scena e parola a firma di Gaetano Colella e Andrea Simonetti, Bottega degli Apocrifi, Enzo Vetrano e Stefano Randisi e Teatro Koreja fino a proposte di puro connubio di movimento e suono quali le danze corali di ResExtensa ed Equilibrio Dinamico o il duetto di Elisabetta Lauro e Gennaro Andrea Lauro, dalle drammaturgie caustiche e a tratti metateatrali di Berardi/Casolari e di Compagnia Licia Lanera fino ai riallestimenti scespiriani di Factory Compagnia Transadriatica e di Michelangelo Campanale e al teatro-documentario di Teatro dei Borgia – per la partecipazione di circa 200 ospiti, soprattutto operatori italiani e stranieri.

Anche questo è unico in Italia: un circuito multidisciplinare che assolve alle proprie funzioni, favorendo l’incontro tra le produzioni e il mercato. Il dato importante sta nella possibilità data a diversi operatori e artisti di incontrarsi per qualche giorno, costruendo un terreno di scambio e anche di convivio. Alla sera, lo scorso anno nel teatro di Carlo Formigoni e quest’anno in una magnifica masseria, gli operatori, i critici, le artiste, gli studenti e le studentesse delle scuole coinvolti nel progetto potevano incontrarsi nello stesso luogo e cenare, senza biglietti di ingresso, senza consumazioni da pagare. Grazie allo Showcase, pagandosi le sole spese di viaggio (sostenute da Puglia Culture per gli operatori internazionali), chiunque ha avuto l’opportunità di “stare” prendendosi un tempo di lavoro e incontro, al di là delle possibilità economiche dei singoli e delle strutture coinvolte.

Anche da questi incontri sono nati progetti di scambio e circuitazione internazionali, come l’imminente festival “Puglia in scena” organizzato con l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e i protocolli di scambio con l’America del Sud. Favorire incontri, creare relazioni, aprire luoghi e farli conoscere (in particolare per lo scorso anno con il Teatro di Carlo Formigoni, scomparso nel 2024, la cui eredità è stata raccolta da Giancarlo Luce del Teatro delle Forche, che nell’aia del maestro organizza il bel festival O Ciel Lucente) sono azioni che pochi mettono in atto e che Puglia Showcase si è assunta come tratto primario. Certamente un Circuito ha anche altre funzioni, prima fra tutte dar vita a stagioni che alimentino una cultura teatrale ampliando il numero di spettatori. Che questa funzione in Italia sia stata assolta, da nord a sud, troppo spesso cedendo ai ricatti di comuni e amministrazioni attenti solo al riempimento delle sale è un dato di fatto. Che dalla Puglia possa venire un rinnovamento per il futuro anche della distribuzione regionale, con una più netta propensione verso il contemporaneo, usando dunque come matrice lo Showcase, gli artisti qui programmati e altri ancora dediti al rischio e alla ricerca, è l’auspicio per i prossimi anni.

Un auspicio che non può che trovare il proprio radicamento nei linguaggi visti in scena, comunque tutti a un alto grado di elaborazione ed espressione di una ricchezza di ispirazioni, percorsi, e riferimenti che da un po’ di tempo a questa parte caratterizza il contesto pugliese. Mantenendo il nostro formato del “diario estivo” – un tentativo di racconto critico più aperto e con qualche punta maggiormente impressionistica della recensione vera e propria – abbiamo attraversato due spettacoli che ci sono parsi rappresentativi di approcci diversi ma ugualmente interessanti alla drammaturgia scenica e alla con-scrittura dei testi da una posizione di prossimità con l’intervento sociale e con il lavoro su linguaggi altri e innovativi. (ld, fb)

Vedo dunque racconto. Oliviero di Teatro dei Borgia

Oliviero del Teatro dei Borgia è un lavoro importante per diversi motivi. Gianpiero Borgia, qui regista e attore, sceglie di guardare in un mondo che pochi raccontano: non tanto e non solo il disagio in sé, la salute e malattia mentale in sé, ma soprattutto chi se ne prende cura, dunque gli operatori sociali, le educatrici, le cooperative e la loro vita quotidiana. Lo spettacolo si presenta di fatto come un affondo di conoscenza attraverso l’incrollabile, utopico, fallimentare eppure necessario tentativo di rendere nominabili e misurabili i mutamenti, i progressi, i miglioramenti dentro la malattia mentale, un lavoro esito della raccolta di testimonianze con vere equipe trattamentali (Cooperativa Sociale La rete, Bs, e Cooperativa Sociale Il Pugno Aperto, Bg, raccontate anche in un documentario con le sole voci e domande degli educatori ed educatrici, sempre per la regia di Borgia). Oliviero può dunque a tutti gli effetti essere considerato uno spettacolo di teatro documentario, perché è scritto a partire da un’immersione nel reale, grazie all’incontro con persone in carne e ossa.

E qui viene il secondo motivo di interesse, che riguarda la lingua teatrale. La scena ricostruisce frammenti del setting quotidiano di educatrici ed educatori, con un grande tavolo al centro utilizzato per le riunioni di equipe, ma anche con una serie di luci “da set” che segnalano una “recita” in corso. Così lo spazio scenico diviene anche l’interno dell’appartamento assegnato a Oliviero nel suo percorso verso l’autonomia, in dialogo con il “suo” educatore Fabrizio. Vediamo queste due figure incontrarsi ogni lunedì, giornata dedicata alla prosecuzione della relazione educativa, ma, mentre Vasco canta che odia i lunedì, capiamo che i due non sono mai semplici personaggi ma sono anche gli attori che li raccontano e li interpretano, parlando ora in terza persona ora in prima. Con una recitazione che gioca con levità su dimensioni brechtiane, Gianpiero Borgia è uno stralunato Oliviero, persona in carico ai servizi che chiama il suo educatore “il merda”, cantando O mia bella madunina promettendo di astenersi dall’alcol, ma Borgia diventa anche la collega dell’equipe con un foulard in testa, donna un po’ petulante che ragiona sui confini, sulla necessità di tenersi a distanza dalle vite dei pazienti, sul patto di adesione e sul progetto educativo; Riccardo Palmieri è, a sua volta, sia la voce narrante di tutta la vicenda sia Fabrizio, educatore che riflette su cosa significa educare, camicia a quadri e giacca di cotone, una vita protesa verso gli altri per accompagnare chi è solo, chi non ce la fa. I due narrano, poi dialogano da personaggi, poi ci trasportano nella riunione di equipe, da questa ripartono monologhi dei personaggi ai quali si affiancano raccordi narrativi, un flusso sottile e complesso che apre una via per “portare in scena” la disabilità tenendosi a distanza dall’inspirational porn estrattivista, occupando senza infingimenti una posizione teatrale di chi racconta perché ha visto.

Oliviero è una persona come tante, impegnato in un processo di emancipazione il cui fine ultimo è la ricostruzione di un contesto di relazioni autonomo. Inizialmente i caratteri di entrambe le voci suscitano simpatia, così abbiamo l’impressione di poter risolvere la malattia con un sorriso. Poi qualcosa accade. Un fatto proveniente dal passato rischia di distruggere il percorso, perché non basta una risata per abbattere i confini fra ciò che è legale e ciò che non lo è. Lo spettacolo, come la storia di Oliviero, subisce una brusca virata. Da impegnato complice bonario come è stato finora, Palmieri/Fabrizio diviene cupo, il suo volto non fa più grinze e sorrisi nemmeno a mezza bocca, la rassegnazione copre il ritmo delle parole. Inizia una seconda storia di incontri con l’avvocato, di udienze e tentativi di trasloco in diverse comunità.

C’è una linea che dovremmo considerare, quando parliamo e discutiamo di teatro. Questa linea traccia un confine: da una parte c’è qualcosa che vogliamo sostenere perché avanza e rischia dal punto di vista dei linguaggi, rinnovando le forme (della recitazione, della regia ecc.); dall’altro c’è una dimensione del racconto che cerca di mantenersi aperta, dunque attraversabile da persone diverse per provenienza, competenze, studi. Non si tratta di tracciare teoricamente un confine, ma nemmeno di ignorare l’esistenza di tale divaricazione, salvo poi accorgersi delle barriere di accesso ogni volta che parliamo con chi non ha dimestichezza col teatro. Possiamo dunque provare a riconoscere i tratti di quelle opere che si mantengono in equilibrio, e appuntarli per il futuro. Oliviero porta teatranti e appassionati nella stanza di un intervento educativo, mettendosi in ascolto di professioni, biografie e domande che la società tende a rimuovere; ma Oliviero è anche uno spettacolo che parla al mondo dell’intervento sociale, giocando con i meccanismi della rappresentazione, maneggiando con intelligenza l’immedesimazione, dimostrando che il teatro può farsi lingua di una prossimità educativa, artistica, politica.

Lorenzo Donati

(foto di Annamaria Draghi)

Aprire e richiudere Shakespeare. (H)amleto di Factory Compagnia Transadriatica

Essere o non essere Amleto? – parafrasando in maniera sin troppo facile l’originale, questo è forse il dilemma che attraversa la composizione scenico-drammaturgica di (H)amleto di Factory Compagnia Transadriatica per la regia di Tonio De Nitto e Fabio Tinella. Il perno più evidente del rifacimento scespiriano da parte delle compagnia pugliese è infatti la presenza, nei panni del protagonista della tragedia, di un ragazzo con sindrome di Down, Fabrizio Tana, che oltre a rivestire il proprio personaggio di una fisicità sincopata e sovversiva ne riscrive anche il linguaggio: il testo, spesso affidato a una voce esterna, è il frutto di pensieri, libere associazioni e dialoghi intrattenuti per più di un anno dallo stesso Tana e poi riarrangiati dai curatori dello spettacolo. Il risultato è davvero l’invenzione di una lingua inedita, di un idioletto nel senso più teatralmente fecondo del termine: i versi e le battute di Amleto vengono disossati, rimuginati e rimasticati dentro una peculiare sintassi psichica e, se possibile per quella che è forse la tragedia dai tratti più introspettivi del grande drammaturgo inglese, “sovra-nevrotizzati” nel loro già alto carico di inquietudine e tensione.

È qui che in qualche modo si installa il dilemma menzionato in apertura. Questa riscrittura, ma verrebbe quasi da dire questa con-scrittura corporea e umorale, è comunque riposizionata dentro un andamento molto strutturato e in fin dei conti fedele all’originale. La felicità scenica dell’allestimento – oltre alla già descritta reinvenzione testuale, (H)amleto rifulge di una potente capacità evocativa, giocando fra luci e costumi con tinte accese ma al tempo stesso di perturbante rarefazione e generando un affascinante inciampo di intenzioni recitative, grazie al connubio fra iper-teatralità di una parte degli attori (Orazio, soprattutto, ma anche Claudio) e anti-teatralità, o contro-teatralità, delle persone con disabilità sul palco (l’intensa Ofelia) – viene cioè ancorata saldamente alla parabola narrativa (e, dunque, di senso?) della tragedia di Shakespeare, nonostante i diversi rivoli di potenziale deragliamento drammaturgico. È allora Fabrizio Tana (e la compagnia tutta) che fa, fa proprio, ri-fa, Amleto o è Amleto che in fin dei conti ritiene attori e attrici entro le proprie coordinate?

Verrebbe da rispondere che lo spettacolo di Factory Compagnia Transadriatica trovi una sintesi fra queste due tensioni. Ma, allo stesso tempo, si percepisce come un divario irrisolto fra alcune premesse dell’impianto rappresentativo (la scelta, per esempio, dell’apertura iniziale di collocare tutti i personaggi in una dimensione che sembra di post-mortem, in uno spazio di vivida astrazione che non può che non apparire come un terreno inconscio o subconscio) e lo svolgimento a tratti anche sempre più concitato, quasi si volesse utilizzare il ritmo come viatico di enfasi e significato per arrivare al noto scioglimento delle vicende in cui, di fatto, a prevalere sono le immagini e le parole implicite del drammaturgo inglese – in una “richiusura su se stesso” del testo che, forse, a quel punto sovrascrive nuovamente l’originalissima riscrittura, riconducendone gli elementi e gli spunti più dirompenti a servizio del dramma originario e dei suoi temi.

Francesco Brusa

(foto di Giovanni William Palmisano)

Gli spettacoli

Oliviero, scritto e diretto da Gianpiero Borgia, con Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri, tratto da una storia vera donata da Fabrizio Totis, nato all’interno di “Opera Pubblica. Per un nuovo teatro partecipato. Lavori di Frontiera e Frontiere del Lavoro”, concept di Domenico Bizzarro e Gianpiero Borgia – Bando Brescia Bergamo insieme per la Cultura, in collaborazione con Cooperaativa Sociale Il Pugno Aperto e Centro Teatrale Bresciano, con il sostegno di Fondazione Comunità Bresciana;

(H)amleto, ispirato ad “Amleto” di William Shakespeare, testo Fabrizio Tana, con Sara Bevilacqua, Alessandra Cappello, Lara Capoccia, Anna Giorgia Capone, Nicola De Meo, Antonio Guadalupi, Alessandro Rollo, Antonella Sabetta, Stefano Solombrino, Diomede Stabile, Fabrizio Tana, Carmen Ines Tarantino, Fabio Tinella, luci Davide Arsenio, costumi Lilian Indraccolo, scene Egle Calò, voice over Lorenzo Paladini, musiche Paolo Coletta, sound designer Graziano Giannuzzi, assistente Carmen Ines Tarantino, a cura di Tonio De Nitto e Fabio Tinella, con il supporto di Direzione Generale Spettacolo

Gli autori

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

  • Lorenzo Donati

    Assegnista di ricerca, è docente, critico e progettista culturale. Presso Unibo insegna Discipline dello spettacolo al CdL in Educazione professionale, Laboratorio di regia teatrale al DAMS e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettatore al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Insegna anche Teatro e formazione nel sociale al Corso di alta formazione in Mediazione Artistica Interculturale. Studia i meccanismi di “scrittura con la realtà” intrecciati con il racconto delle poetiche della scena contemporanea, il rapporto tra teatro e cura e il teatro argentino nel post-dittatura. Sta attualmente conducendo una ricerca sulle forme di fruizione emergenti (Dipartimento delle Arti, tutor Matteo Casari). Fra le sue pubblicazioni: "Scrivere con la realtà. Oggetti teatrali non identificati" 2000-19 (Cue Press, 2023) e "Aristofane nel caos del presente" (a cura di, con F. Bortoletti), n. monografico di «Stratagemmi», 48, 2025. È tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri, che organizza i Premi Ubu.

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