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(foto di Schaina Fischera)
(foto di Schaina Fischera)

Umbria Danza Festival #2. Sara Vilardo e Fabla Collective, al ritmo di un allunaggio urbano

di Francesco Brusa

Si è aperto il secondo fine settimana di Umbria Danza Festival, rassegna coreografica giunta alla sua quinta edizione che si snoda a cavallo del centro storico di Perugia e diretta da Valentina Romito. Dai chiostri e e dalle sale del complesso di Sant’Anna ai gradoni dell’Arena di Borgo Bello, fino alle stanze e ai corridoi ricchi d’arte e di storia della Galleria Nazionale, i luoghi del festival sono protagonisti del festival assieme agli spettacoli – che in diverse occasioni si mettono in relazione dinamica con lo spazio, fra camminate e progetti site-specific. Quest’anno – che come parola-guida ha scelto il “tempo” – la presenza di diversi nomi della scena italiana si affianca anche all’approfondimento di ospitalità internazionali. Una testimonianza da due performance della serata di sabato 20 giugno e della mattinata di domenica.

Un po’ come faceva lo scrittore Éduard Limonov (che in un suo racconto satirico del 2003 parlava del paesaggio urbano russo come di “gabbie” dentro “alveari di cemento circondati dalla neve”), con toni meno acidi e più elegiaci, a un certo punto Il cammino di Sirene di Sara Vilardo ci invita a guardare ai palazzi del quartiere Fontivegge di Perugia pensandoli quali “nidi umani”. Un percorso dentro scorci tendenzialmente inesplorati della città – in cui veniamo guidati dalla stessa Sara Vilardo e dalla co-performer Thelma Vilardo nonché dalla traccia sonora trasmessa in cuffia per ogni spettatore – che appare come un tentativo di trasfigurare i luoghi comuni (nell’accezione materiale del termine), popolandoli di creature immaginifiche, di antri magici e funzioni inaspettate.

Lo spettacolo d’altronde si ispira esplicitamente all’Odissea: sia in ciò che riguarda la sua struttura di nòstos, per cui ci viene chiesto, con diversi gesti ed esercizi, di riflettere sul nostro concetto di casa e di cosa significa abbandonarla; sia, appunto, nel carattere visionario del poema omerico, col suo proliferare di personaggi leggendari e metaforici e con la dimensione finzionale come perno di una concezione in qualche modo altra di eroismo. Sono due piani che si intrecciano nella drammaturgia (cofirmata con Sonja W. Thomsen), o forse per meglio dire si affiancano senza trovare per forza dei punti di contatto: ciascuno scegli il livello su cui camminare, su cui compiere – a ritroso o in avanti – il proprio viaggio.

Ciò che caratterizza Il cammino di Sirene nel panorama dei diversi audio-walk che si incontrano in giro per i festival è forse la gestione del ritmo: se spesso capita che le passeggiate nei “terzi paesaggi” urbani spingano a dilatare i tempi, a soffermarsi in lunghi istanti di contemplazione, Sara Vilardo in molti punti spinge invece ad accelerare il passo, ci “strattona” a continuare anche se magari veniamo distratti da alcuni dettagli. Ci si ferma giusto per compiere dei rituali – annusare delle foglie di rosmarino che erano state preventivamente stipate in piccole bottiglie, piantare un seme nella terra di un parco – che appunto corrispondono al piano più intimo della performance, quello “nostalgico”.

Viceversa, le accelerazioni e gli “strappi” nell’incedere sembrano prepararci a una delle scene finali: non senza un certo imbarazzo, in fila indiana e armati dei nostri vistosi auricolari, facciamo irruzione nel McDonald’s vicino allo stadio, mentre la voce di commento ce lo racconta come il quartier generale freddo e meccanico di un “padrone” che non si fa mai vedere. Un riferimento critico, anche molto diretto e facile, alla ipertrofica pervasività del consumismo che viviamo nel nostro quotidiano. Epperò, appunto, arrivandoci da questi continui sobbalzi e inciampi di ritmo, non possiamo che estendere la nostra percezione più in generale ai ritmi di vita con cui ci imbattiamo nel cammino.

Perciò, sì, a irrompere da spettatori in un locale di cui non siamo clienti ci sentiamo fuori posto e fuori sincrono, in contrasto con la normalità del contesto. Ma al tempo stesso quanto è normale trovarsi la domenica mattina a un tavolo del McDonald’s con computer e fogli di lavoro – come vediamo costrette diverse persone (che in un’altra occasione potremmo benissimo essere noi)?. È un breve, e un filo disorientante, incontro di sguardi che risulta quasi catartico: la trasfigurazione incrociata di due luoghi comuni, opposti e convergenti, stavolta in senso non solo materiale.

(foto di Mikkel Vognaes)
(foto di Drago Videmsek)

Con un linguaggio totalmente diverso, anche Do Birds Dream of Flying? del gruppo sloveno Fabla Collective per certi versi ribalta qualche luogo comune. Al centro dello spazio circolare, una struttura non meno protagonista dei bravissimi performer e acrobati Inan Sven Du Swami e Mojca Špik: una scala che si interrompe verso il cielo, montata su un perno rotante e alla cui base sono stati fusi dei contrappesi. È la piattaforma su cui le due persone in scena si arrampicano e si inerpicano, esibendosi in complessi numeri circensi (pirotecnici nella resa, ma pulitissimi e quasi essenziali nei gesti), sbucando qua e là dai pioli e sostando in alcuni punti in una imitazione del volo.

In questo senso, l’inizio dello spettacolo potrebbe sembrare uno svolgimento letterale del titolo (“Gli uccelli sognano di volare?”): a maggior ragione ascoltando il commento sonoro che richiama atmosfere oniriche, con ritmi dilatati ma incalzanti. Ma, appunto, il meccanismo della scala modificata crea un sottile torcimento della visione, una dispercezione per cui i normali punti di riferimento cominciano a mancare. Grazie al suo perno, infatti, la piattaforma non solo ruota su se stessa ma oscilla dall’alto verso il basso e viceversa, passando anche in maniera molto veloce da una disposizione totalmente verticale a una totalmente orizzontale.

Per vie di queste circonvoluzioni, i corpi dei performer ci si pongono di fronte agli occhi da prospettive continuamente differenti e inusuali, sfidando quasi la nostra capacità di attenzione che è ora attratta dalle traiettorie e composizioni estetiche che si creano in scena e ora quasi scossa e piacevolmente inquietata dalla potenza acrobatica dei gesti. Da terra che più a terra non si può – il pubblico è seduto a gambe incrociate sull’asfalto di un campo da calcio – si prova un’incessante e a tratti “violenta” vertigine, come ci trovassimo noi in cima alla scala.

Ancora, però, l’elemento che lega il tutto e che consente questa strana empatia che si produce per contrasto sono forse i contrappesi posti alla base della piattaforma: attraverso di essi, i movimenti che compie la struttura sono perennemente rallentati, rappresi, mostrano il loro prodursi come conseguenza di uno scontro di forze e leve. In effetti, è attraverso di essi che è possibile imprimere un ritmo ben specifico alle azioni dei performer, che è il ritmo dell’incedere umano in una condizione di gravità diversa da quella terrestre: Do Birds Dream of Flying? richiama alla presenza le immagini dell’allunaggio, di una fatica e di uno sforzo che tuttavia sono anche il risultato della massima libertà possibile di esplorazione – forse del sogno, umanissimo a questo punto e sempre in bilico verso la trascendenza, di diventare uccelli.

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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