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Come cercare se stessi dentro un film: Quasi niente di Deflorian Tagliarini
di Marzio Badalì pubblicato in Recensioni il 16 Febbraio 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
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Nella società dell’apparenza conta solo ciò che non siamo. Dobbiamo fabbricarci un sorriso e mostrare al mondo il nostro benessere, anche se non vorremmo nemmeno alzarci dal letto la mattina. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini mettono da parte la maschera e svelano l’inganno: non siamo felici. Dopo Il cielo non è un fondale (2016) la compagnia Deflorian/Tagliarini torna in scena con Quasi niente, una nuova produzione liberamente ispirata a Deserto rosso (1964), il primo film a colori di Michelangelo Antonioni. Il testo, scritto in collaborazione con Francesco Alberici, è costellato, così come Il cielo, di racconti personali, ricordi, divagazioni e citazioni letterarie. Uno spettacolo senza trama e senza finale in cui si intrecciano fragilità e sentimenti dei personaggi, degli interpreti e per riflesso anche degli spettatori. La vulnerabilità, allora, diventa la chiave d’accesso per una nuova consapevolezza: «io non sto bene – come dice La Quarantenne (Monica Piseddu) – perché questa pace non è vera». Quasi niente è costruito sugli e dagli attori che lo vivono, eppure non è considerato un lavoro autobiografico, bensì un processo in cui le biografie degli interpreti entrano soltanto accidentalmente.

La scena è spoglia, un grande tulle grigio divide lo spazio e mostra un mondo vuoto in cui poco alla volta, dal fondo, entrano gli attori. Restano in attesa, in sospensione, come in un limbo. Insieme a loro solo un faro poggiato su un treppiedi. Da questa parte della scena, davanti al tulle, si svolge la finzione teatrale, o forse si svela la realtà. Una larga striscia di linoleum evoca un altro ambiente, una stanza destrutturata, con alcuni mobili «buttati da una parte», come tracce di memoria, riverberi di vita vissuta. Sul mobilio accatastato spicca una poltrona vintage in sky rosso, simbolo dell’amore che si riversa nelle piccole cose, nei ricordi. Il velatino rievoca la nebbia presente in Deserto rosso, che immerge tutto in un mare di latte, ma illuminato si tinge dei colori della pellicola, il cui titolo previsto inizialmente era Celeste e verde. La scena viene costruita, arredata, e durante lo spettacolo assume la forma di una stanza tradizionale man mano che i mobili si spostano e cambiano disposizione, in un ribaltamento continuo della prospettiva. Presto appaiono i molti libri che durante il lavoro della compagnia si sono tramutati in fonti di studio: Accanto a lei di François Jullien, La vegetariana di Han Kang, il testo Buono a nulla di Mark Fisher e i racconti di Alice Munro. Alcuni irrompono attivamente, citati attraverso le parole e i corpi, oppure ne vengono letti frammenti. Altri rimangono semplici elementi scenografici, pur avendo avuto un ruolo importante nella creazione dello spettacolo. In proscenio un piccolo amplificatore imita una radio che suona Il surf della luna di Giovanni Fusco, parte della colonna sonora del film, e dove vibreranno in seguito gli accordi di Leonardo Cabiddu (della band Wow insieme a Francesca Cuttica) che con la chitarra accompagna da dietro le quinte la voce dell’attrice: «Non m’importa delle cose straordinarie / cerco niente di speciale / cerco spazi di disagio esistenziale».

Cinque i performer in scena (con Benno Steinegger insieme agli altri già citati). A differenza del precedente spettacolo i personaggi non portano il nome degli interpreti, ma sono caratterizzati da una nota anagrafica. Sono individui distinti – anche se a volte parlano di sé in terza persona – con la loro storia, con le loro debolezze e fragilità, ma al tempo stesso è come se fossero il frammento di un’unica anima. Le tre figure femminili (La Trentenne, La Quarantenne, La “quasi” Sessantenne) incarnano le tre età della donna. Ciascuna è se stessa e al contempo tutte le altre, ciascuna di loro si rispecchia nel personaggio di Giuliana, la protagonista di Deserto rosso che fu una splendida Monica Vitti. Quasi niente non è uno spettacolo sulla pellicola di Antonioni – ne parla, certo, la ricorda con piacevole nostalgia e con un vago senso di intima appartenenza, ma non la racconta né intende portarla in scena.

Il male di vivere di Giuliana riecheggia nelle figure che come lei hanno sperimentato una malattia fatta di fragilità, di solitudine, di distanza. In Quasi niente i personaggi non vivono ma si osservano vivere, subiscono la vita. A cominciare dalle relazioni interpersonali, dai rapporti con gli altri, sempre troppo vuoti, difficili. «Un muro di confidenza e di abitudine» che impedisce a due amanti di scambiarsi un’altra carezza, o relazioni prive di significato, fatte di sesso veloce, in piedi, e di fughe: «è come andare al supermercato, scegli il prodotto che ti serve. Non lo paghi nemmeno più, nessun malessere morale. Siamo nello scambio, poi ognuno a casa sua». È una malattia “intellettuale” quella che avvelena i personaggi, quasi mai legata al corpo bensì alla condizione in cui si vive dentro al corpo, nel tempo.

I dialoghi sono ridotti all’osso in favore di parti monologate con cui i personaggi provano a raccontare la loro verità, il loro mondo interiore. Ma come si può esternare qualcosa con reale sincerità? «È difficile anche dire solo questo: uno non riesce neanche a dire: non ce la faccio». Sono personaggi vivi nel ricordo, che si nascondono a loro stessi. La malattia che li affligge si risolve nel rituale scaramantico, nel gesto ripetuto (la pasticchetta per la pressione, e l’ansia di averla dimenticata o di prenderla due volte), nel potere magico di eventi inspiegabili, come il tarlo che prende vita nella cassettiera dal grattare delle unghie contro il legno e si propaga anche quando nessuno sta più grattando. Nasce da un personaggio e contagia tutti gli altri.

Che ci sia nel lavoro di Deflorian/Tagliarini una forma di autoindulgenza, di autoassoluzione? O magari il piacere, criticato ma condiviso, di crogiolarsi nel proprio dolore? Nessuno si salva dalla paura di non provare quasi niente, dalla nostalgia del possibile, dal desiderio di aggiustarsi seppure con la consapevolezza che «quando non sono malata non so cosa farmene di me», perché forse cambiare noi stessi, guarire dalla vita, significa perdersi, non essere più.

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