Questo articolo è frutto di una partnership tra Altre Velocità e Teatro Magro
Ho avuto modo di seguire le attività di Teatro Magro nella città di Mantova da marzo fino a novembre del 2024, con il compito di raccontare criticamente un metodo in morbida evoluzione. L’occasione per lo sviluppo di questa collaborazione era il 25esimo anniversario di Teatro Magro. Questo è il terzo articolo del dossier: qui puoi leggere la prima e qui la seconda parte dello speciale dedicato.
«Forse è ora di finirla con gli aperitivi», siamo a Parco Te, Flavio Cortellazzi, regista e direttore artistico di Teatro Magro, mi parla con amarezza delle strategie sempre più strampalate con cui oggi si cerca di attirare pubblico a teatro. Cortellazzi, come anche Massimiliano Civica al Metastasio di Prato, Gli Scarti a La Spezia, Lorenzo Bazzocchi con Masque Teatro a Forlì, e tanti altri, sono artisti e organizzatori che credono fortemente che il teatro sia sufficiente a sé per creare attenzione e fidelizzazione. Purtroppo la precarietà che è connaturata al lavoro culturale in Italia, ha reso il lavoro di relazione con gli spettatori intermittente, snaturando la propensione del teatro nell’immergersi nell’attualità in modo sì dirompente, ma le cui conseguenze si misurano sul lunghissimo termine. In questo dossier ho raccontato approcci diversi con scopi altrettanto differenti, per il terzo e ultimo articolo di questa serie vorrei provare a chiudere tutte le questioni aperte, magari cercando anche qualche risposta, per quanto estemporanea.
Il linguaggio deteriora il messaggio. Confronto tra pratiche laboratoriali e principi poetici
Negli scorsi due articoli di questo dossier abbiamo osservato e criticato da vicino il metodo di lavoro dietro le produzioni di Teatro Magro e la quotidianità laboratoriale. Le prossimità tra la dimensione laboratoriale e quella produttiva artistica sono sicuramente importanti, ma è necessario dividere i due percorsi quando si giudica l’esito finale dei lavori. Se infatti lo scopo dei laboratori è quello di creare tramite il teatro un luogo sicuro e stimolante per affrontare se stessi e la società che abbiamo intorno, lo scopo degli spettacoli è molto più eterogeneo anche se affidato a una visione registica molto connotata. Uno dei laboratori più significativi del rapporto tra Teatro Magro e il territorio mantovano è sicuramente SUB.ITA.
SUB.ITA nasce con l’idea di utilizzare gli strumenti propri del teatro per facilitare l’integrazione sociale dei giovani migranti. La prima tappa avvenne nel 2018 grazie al sostegno della Fondazione Alta Mane Italia e dal Comune di Mantova, a seguito del progetto SIPROIMI_ENEA, ente promosso dal Ministero dell’Interno per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati. Nel percorso che ha portato questo laboratorio a confermarsi come uno dei più singolari e programmatici di Teatro Magro c’è sicuramente la rete territoriale costruitasi intorno (che ha visto partecipare associazioni come Arci Mantova, Compagnia Ambasciatore Mama Mia di Samuel Hili, Cooperativa Alce Nero, Scuola Senza Frontiere “Sandro Saccani”, C.P.I.A. Centro Provinciale Istruzione Adulti, Welcome Refugees, Cinema del carbone, Fondazione Palazzo Te, Biblioteca Baratta, Co.Pro.Sol_Consorzio progetto Solidarietà). Lo spettacolo diventa parte integrante di un meccanismo molto complesso, e Teatro Magro non ne è semplicemente il facilitatore, ma impiega ogni sforzo produttivo per aumentarne la portata. Nel 2021 V.VISITORS, restituzione del laboratorio di quell’anno, esordì a giugno all’ARCI Tom e replicò a luglio al Festival di Santarcangelo, nel 2022 SUB.ITA entrò nel progetto di scambio di pratiche teatrali co-finanziato dall’UE, “Crossroads”, per poi progressivamente ampliarsi ad altre collaborazioni con fondi europei – che fra le altre cose ha permesso una replica di Eurovision al Mercurio Festival di Palermo. Questo processo di lavoro ora fa parte della rete di EX.TRE.M. (EXcellence in TheatRE with Migrants), progetto europeo Erasmus+ finanziato dall’agenzia belga, cementando i percorsi delle varie realtà che ne fanno parte, e continuando la contaminazione di prassi teoriche e pratiche.
Riassumere l’intera esperienza dell’incontro tra le diverse realtà che compongono la rete di EX.TRE.M., avvenuto dal 10 al 13 ottobre del 2024 è molto complesso, ma in questo articolo ci concentreremo ovviamente sulle azioni messe a punto da Teatro Magro. Gli altri partecipanti ai vari incontri che si sono tenuti quest’anno in quel di Mantova (di anno in anno cambia l’associazione ospitante) sono stati: Alrahallah Theater (Germania), Asinitas – Centri interculturali con i migranti (Italia), Babel con il suo Progetto Amunì (Italia), La Concertation Action Culturelle Bruxelloise (Belgio), Medeber Teatro (Belgio, i padrini di questo progetto comunitario europeo) e S.Mou.Th. (Synergy of Music Theatre, Grecia). Sabato 11 ottobre era il terzo giorno di scambio pratiche, i diversi gruppi dalle compagnie e associazioni ormai erano amalgamati e sinergici. Cortellazzi dirige un gruppo di volontari, il resto si siede nella zona rialzata della sala prove della Home. Dodici persone divise in due gruppi da sei, sei ragazzi e sei ragazze, mescolati. Un gruppo viene fatto mettere in riga sul muro alla nostra destra, l’altro gruppo specularmente al muro alla nostra sinistra. Cortellazzi chiede al pubblico di scegliere una coppia (le coppie si definiscono non per vicinanza, ma per frontalità) e di seguirla con lo sguardo per tutta la durata dell’esercizio. Comincia il lato destro, gli viene chiesto di muoversi in modo coordinato e cominciare col piede destro, arrivare vicino al loro corrispettivo del lato sinistro, fare un gesto (molti fanno un inchino) e infine tornare indietro continuando a guardare davanti a sé, sempre cercando la massima coordinazione. Ogni azione viene ritmata dal regista fuori scena. Seguono i sei partecipanti dal lato sinistro, Cortellazzi nota una propensione allo specchiarsi tra i gruppi, ma non li riprende, semplicemente prende nota del fatto e ce ne rende partecipi. L’idea è quella di imparare a ripetere ciò che è nato come un gesto spontaneo. Reiterando l’esercizio il pubblico nota sempre di più delle piccole variazioni sui gesti, la creazione delle prime interazioni, le posture che progressivamente si slacciano, i corpi che cominciano a conoscersi.

Lo specchiamento è un meccanismo di difesa neurologico, un modo per controllare le reazioni dell’altro. Come due cowboy che si guardano storto a vicenda in una stretta sequenza di campo e controcampo. Ma la reiterazione crea abitudine, confidenza, che ognuno interpreta in modo diverso anche in relazione al carattere della persona che hanno di fronte. Ci sono quelli più performativi, quelli più formali, quelli che addirittura cercano il contatto fisico. «Ora le due linee devono convergere», sempre Cortellazzi, che segue e misura le azioni che avvengono sul palco cercando di centellinare la propria presenza: «quando vi troverete vicino, nel mezzo della sala, compiete un’azione e tornate indietro. Non vi dico cosa fare, fate quello che vi sentite». Dopo queste prime interazioni spontanee Cortellazzi le elimina dall’esercizio, poi richiede ai gruppi di tornare indietro al muro di partenza ma stavolta possono scegliere come farlo – la prima volta che lo ha chiesto in questi termini tutti i partecipanti sono tornati indietro dando le spalle al muro, perché influenzati dalla consuetudine motoria. «Ora alziamo il ritmo!» le richieste si fanno sempre più generiche ma pressanti, continui cambi di dinamica e prossemica, corpi che si schivano, che corrono lateralmente, le azioni riprodotte a velocità diverse. Per l’ultima parte dell’esercizio partecipa anche il pubblico. Non dobbiamo definire ciò che vediamo, ma interpretare la situazione che si creerà dando voce ai personaggi che abbiamo seguito dall’inizio dell’esercizio. Per cui alle coppie viene chiesto di compiere un’azione, sempre come conseguenza dell’incontrarsi in mezzo alla scena. Alcune scelte del pubblico sono inevitabilmente esilaranti, da incontri interpretati stile “hood” newyorkese («Ciao và.» «’Sup bro?») a dialoghi surreali («Ciao bello.» «Mi presti la tua maglietta?») e le gestualità che venivano influenzate dalle parole nel momento della ripetizione. «Ora solo voci, niente azioni», i due gruppi s’incontrano coppia per coppia, nessuna interazione, solo il pubblico che gli da voce («Bella.» «Ehi, that’s my hat!»). Lingue, tradizioni, convenzioni, in scena acquisiscono consistenza, da sole sono incomprensibili, ma nel momento della interazione costruiscono un linguaggio necessario. «Siamo capaci di metterci nei panni di qualcun altro? Di capire le sue intenzioni leggendone il linguaggio del corpo?», Cortellazzi lancia queste riflessioni nei momenti finali dell’esercizio: «A volte il linguaggio deteriora il messaggio». Alla fine di queste giornate di incontri non solo tutti i gruppi hanno acquisito nuove prospettive guardando e partecipando al lavoro laboratoriale di ogni compagnia presente, ma hanno anche potuto dialogare e discutere di queste, ampliando così prospettive teoretiche e poetiche. Mi è parso evidente, quando ormai stava finendo il mio percorso per questo dossier, che la ricerca della spontaneità come luogo dove l’individualità può fiorire è quindi lo scopo non solo di ogni pratica laboratoriale, ma di ogni gesto dentro Teatro Magro, fin dal primo giro di chiavi per aprire la porta della Home.
La matematica delle relazioni. Considerazioni finali
«Se devo non capire preferisco farlo a teatro», sono le parole pronunciate da uno spettatore in mezzo a una platea entusiasta e soddisfatta dopo il debutto a teatro di 6 | Lezioni americane di Italo Calvino, una produzione di Teatro Magro che finora aveva girato soltanto nelle scuole. È domenica 17 novembre, la compagnia è nuovamente ospitata nel cartellone di Molecole, la rassegna curata da Farmacia Zooè presso il Teatro di Villa Belvedere di Mirano, in Veneto. All’incontro post-spettacolo si fermano in tantissimi. Si ricorrono domande su come la compagnia ha scritto il testo, come sono nati i personaggi, qualcuno invece di porre questioni ha voluto condividere dei pensieri, delle riflessioni, c’è chi si è espresso perfino in proposte programmatiche: «Questo spettacolo andrebbe inserito obbligatoriamente in tutte le scuole!». Il lavoro in sé è piuttosto semplice. Al centro della scena c’è una scrivania con un laptop dove il performer può controllare il ritmo delle immagini che compariranno proiettate su un telo dietro la scrivania. Sul lato sinistro una lavagna di quelle vecchie, analogiche, sulla destra un ventilatore. Sei attori si susseguono in scena, in quelle che più che sei lezioni sembrano confessioni, riflessioni e nei momenti migliori digressioni. Apre Elia Grassi, parlando di rapidità e biologia con quella vena ironica che lo contraddistingue, lo segue Noemi Di Liberto, che entra in scena su delle scarpe con le rotelle mentre disquisisce di malinconia, Dante e Cavalcanti. Viene poi il turno di Agata Torelli che ci interroga sull’esattezza e il linguaggio, tra un cha cha cha e sublimi riferimenti a Jennifer Lopez. Gli ultimi tre sono Andrés Pardo, che con un’ironia surreale tratta il tema della molteplicità, fermentando digressioni postmoderniste, c’è poi Silvia Cortellazzi che sembra davvero salire in cattedra trattando di visibilità passando per Yves Klein e il vuoto, e infine chiude lo spettacolo Lorenzo Mirandola, con un focus sul tema della consistenza citando l’opera di Ambrose Bierce. «Non volevamo ergerci a “sapientoni”», afferma Cortellazzi, rimarcando la natura eccentrica del testo, costruito intorno alla peculiare sensibilità di ognuno degli attori in scena, senza la pretesa che la scrivania in scena divenisse una cattedra dalla quale pontificare. Di questo gruppo di giovani che compongono il nuovo corso di Teatro Magro, un’attrice in particolare spicca per complessità e talento ogni volta che sale sul palco, che nella regia essenziale di Cortellazzi trova la sua perfetta dimensione.
Agata Torelli è un’attrice che si è formata dentro Teatro Magro nelle pratiche, ma fuori da esso per i primi spettacoli in scena. Probabilmente questo è legato anche al fatto di essere nipote di Cortellazzi, ma probabilmente vi è una propensione in Torelli a gravitare ai margini del processo creativo, avvicinandosi con cautela laddove la luce del palcoscenico si fa più netta. A quattordici anni entra nel laboratorio di “Carni Scelte”, le sue passioni sono il canto e la danza. Dal 2015 al 2020 frequenta l’Accademia delle Belle Arti a Bologna, scopre nuovi stimoli performativi in realtà come Xing e MAMbo. Non a caso a fine del percorso accademico scrive una tesi sulla performatività, rifiuta una borsa di studio, torna a Mantova dove rincontra Teatro Magro. Durante un’intervista Torelli disegna di sé un’immagine quantomeno curiosa: «Mi piace essere lavorata, vorrei essere un prosciutto a lunga stagionatura», la trovo particolarmente significativa. Diventa socia di Teatro Magro assieme a Elia Grassi l’anno dell’emergenza COVID, i due anni che seguirono furono alla ricerca di un ruolo che trova, con suo grande stupore, nella staticità: «Sto bene ferma, divento riconoscibile solo grazie al palcoscenico». La prima volta che ho avuto modo di vedere Torelli protagonista è stato in occasione della replica di 3e14 | Infinito non periodico nel Teatro Olimpico di Sabbioneta, una delle cornici teatrali più suggestive d’Italia. Costruito tra il 1588 e il 1590 su disegno dell’architetto Vincenzo Scamozzi, questa struttura è uno degli esempi meglio conservati di teatro così detto moderno. Oltre al complesso statuario che sormonta un colonnato bianco che segue la forma ellittica della cavea mistilinea, è possibile ammirare sul palcoscenico una scena fissa, riproduzione degli anni ‘90 di quella originale andata perduta. La scena prospettica descrive una Sabbioneta ideale, colorata della luce del tramonto, le cui linee austere seguono i principi proporzionali vitruviani. Lo spettacolo è parte di una trilogia che nasce da un progetto di Pantacon (consorzio di cooperative culturali mantovane che riunisce diverse realtà del territorio come Teatro Magro, Zero Beat, Charta e Alkémica) del 2017, la replica che ho avuto modo di visionare è invece stata resa possibile dall’assegnazione del bando SIAE “Per chi crea” con il progetto “Tra scienza e teatro” che li ha visti curare una serie di progetti assieme a ZeroBeat, tra cui questo in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Marcaria-Sabbioneta.

Oltre ai vari percorsi legati alla dimensione laboratoriale e una collaborazione con il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Teatro Magro ha creato tre lavori in cui la divulgazione scientifica è tanto importante quando l’accessibilità. Non a caso la sala era piena di ragazzi dalle scuole locali, non di rado accompagnati da genitori e insegnanti. SN1604 | corpo celeste era incentrato sull’astronomia, LUX | 770 nanometri sulla fisica, e ovviamente 3e14 | Infinito non periodico sulla matematica. Sulla scena, oltre all’incredibile struttura già descritta, un muro di scatole bianche che faranno da telo di proiezione. La matematica viene affrontata come un linguaggio che descrive ciò che esiste intorno a noi, mostrando la fascinazione che irrora dalle sue incredibili causalità. Per quanto lo spettacolo si dipani in modo lineare ciò che sorprende è il talento di Torelli nel tenere la scena da sola, giocando con gli spettatori e mostrando un approccio alla recitazione che riesce a rendere imprevedibili gesti e parole scritte per un copione che ha, come primo scopo, una divulgazione come detto fortemente accessibile. Questa centralità dell’azione attoriale sembra in parte un controsenso, se guardiamo alla vocazione sociale della compagnia mantovana, ma spero a questo punto del dossier che sia chiaro anche ai lettori quello che io invece ho capito solo guardando questo spettacolo. Ovvero che Teatro Magro è un’opera di sottrazione che comincia ben prima di qualsiasi prodotto estetico o principio poetico, che non si piega alle leggi della qualità, ma a quelle dell’urgenza del momento. Non è l’azione a venir calibrata per la riuscita dell’opera, ma le due coincidono.
C’è sempre un limite difficile da interpretare in ambito critico quando si racconta una realtà produttiva e artistica non attraverso la lente specifica dello spettacolo – che prevede, per forza di cose, un giudizio – ma narrandone le diverse attività sul territorio. Il teatro on è solo un prodotto artistico, scevro da un contesto, non è arte museale, da appendere su un muro, inerte, scollata dal suo muro e mostrata come un trofeo di guerra, è un processo lento e sofferente, in cui il fuoco della passione può bruciare presto, cancellandone la struttura estemporanea ma lasciando intatte le fondamenta. Raccontare realtà che come Teatro Magro che vivono alle periferie di un sistema produttivo ormai irrimediabilmente incapace di capire la vocazione civile che muove l’arte prima di ogni azione performativa, serve anche per ragionare tutti assieme su cosa ci muove come spettatori a entrare a teatro. Tra operatori discutiamo spesso di quanto sia difficile rompere il pregiudizio elitista che pervade l’esperienza teatrale, e quando ho visto le centinaia di persone che si sono presentate per il 25esimo anniversario di Teatro Magro, riconoscendo non solo spettatori, ma anche persone che non erano mai entrate in un teatro, ho visto quel sistema finalmente messo a terra. Il giorno dei 25 anni di Teatro Magro si stava piuttosto bene a Mantova. Era il 21 settembre dello scorso anno, fuori dalla Home stavano finendo di allestire dei bancali per costruire un percorso su cui la sera avrebbero sfilato gli attori con indosso i costumi di scena – immagino recuperati da diversi spettacoli storici della compagnia. C’era anche una lunghissima tavolata, imbastita di candelabri, zucche e frutta che sembrava messa lì apposta per dipingerci una natura morta. Avevano piazzato un banco laterale adibito ai cocktail, mentre in un altro spazio limitrofo al cortile c’era il palco dove si sarebbero esibiti gli A/LPACA, una band locale di garage psichedelico. Con lo stesso rigore e la solita laboriosità che vede la compagnia sgobbare prima di ogni messa in scena, quella mattinata di settembre attori, amici, soci, correvano, spostavano, ordinavano per quella che sarebbe stata una splendida festa, abitata da più di un centinaio di mantovani. Teatro Magro si festeggia, ma non si premia. Infatti è a circa metà mattinata quando mi informano che l’indomani il meteo dà pioggia, per cui dopo la festa dovranno smontare immediatamente. «Tutto normale» mi dice Fabio: «qui non ci si ferma mai».
L'autore
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Blogger, scrive di teatro per Altre Velocità e cura il blog di critica rock "Una volta ho suonato il sassofono". Ha condotto nel 2017 il podcast di musica underground Ubu Dance Party.


