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“Metadietro”, ammutinarsi contro la finitezza

di Maura De Benedetto

La stanchezza di fine giornata, intorpidita dal caldo della sala teatrale, si dissolve lentamente. Basta un uomo in scena, sul palco della Sala Leo de Bernardis dell’Arena del Sole gremita – quattro sold out per Metadietro di Rezza/Mastrella – perché il corpo si risvegli insieme allo sguardo. Metadietro inizia così: con una presenza che non concede tregua, che impone attenzione, che cattura prima ancora di farsi comprendere.

A sostenere questo flusso incessante c’è un racconto che si trasforma continuamente. La scena si apre con un solo personaggio, in bilico su una barca che sta per affondare, circondata da un mare disseminato di corpi. L’imbarcazione, però, è attraversata da un equipaggio invisibile: una moltitudine di voci fuori campo che litigano, si contraddicono, si sovrappongono. Il racconto poi slitta nello spazio. La barca diventa una navicella spaziale, abitata da due cosmonauti in missione: verificare le condizioni di vita sugli altri pianeti e piantare una bandiera sulla Luna. Sullo sfondo, un mondo rovinato, sia sulla Terra che sulla Luna, dove le stesse dinamiche si ripetono: lo spazio non cambia l’umano, lo replica.

In scena Antonio Rezza, in un corpo dinamico, scattante, incontenibile. Il suo tempo eccede quello di chi guarda e sfugge a ogni tentativo di inseguimento. Saltella, corre, ondeggia, balla, molleggia, attraversa la scena e la scavalca, scompare dietro il fondale lasciando il dubbio che possa non tornare più. Il movimento non è mai decorativo: è linguaggio, cadenza, pensiero che si fa muscolo. Accanto a lui, Daniele Cavaioli, procede con un ritmo opposto, disallineato, quasi in attrito. Il loro dialogo fisico e verbale è una frizione continua: una partitura a due tempi che genera senso proprio nella differenza.

Metadietro è un viaggio mirabolante: il pubblico si lascia trascinare dalla voce e dal corpo di un narratore che costruisce mondi davanti ai nostri occhi, rendendo credibile e dando forma anche a ciò che, fuori dalla scena, apparirebbe assurdo o inverosimile. La scena si dilata: dalla luna ai pianeti, dalla terra al mare, fino a una barca che attraversa lo spazio dell’immaginazione collettiva. Colpisce la resistenza fisica dell’interprete, la capacità di sostenere per tutta la durata dello spettacolo un’intensità che sembra non conoscere cedimenti, non riusciamo a stargli al passo. Il setting scenico è essenziale, tipico dello stile Rezza/Mastrella: pochi oggetti, modulabili, pronti a diventare altro. Ed è in questa semplicità che si accende e si colora l’inventiva: un unico oggetto può farsi ali di un angelo, vasca, asteroide che lancia razzi. L’albero maestro si trasforma in navicella aerospaziale, tenda per dormire, rifugio. Uno schermo monocromo colora le scene e ci ripesca da sott’acqua per portarci nello spazio.

(foto di Flavia Mastrella)

L’irriverenza è il motore dello spettacolo. Rezza è sfrontato con il compagno in scena, con il pubblico, con la struttura stessa della rappresentazione. Lo spettacolo si interrompe per richiamare chi dorme in platea, per commenti extra, per deviazioni improvvise: l’imprevisto non sembra un ostacolo, ma una risorsa. Rezza corregge Cavaioli quando sbaglia una posizione in scena, prende in giro il pubblico, lo sfida con calcoli matematici intricati, lo mette alla prova. Tutto avviene con una lucidità mentale impressionante, una velocità di pensiero che diventa parte integrante del gioco scenico. Anche quando il tema si fa scivoloso, la morte, i convenevoli vuoti, il disagio davanti alla perdita, il morboso attaccamento dell’essere umano alla vita, il tono resta netto, caustico: black humor e satira feroce.

Il cuore di Metadietro sta qui: nella tensione tra la finitezza umana e l’infinità tecnologica. Nella mente che non riesce a fare i calcoli, che inciampa, perde il ritmo, che sbaglia. Nei due interpreti che incarnano visioni opposte, in un continuo contraddirsi, dirsi il contrario di ciò che l’altro pensa.
«L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano»: la frase risuona come un manifesto poetico e politico. Metadietro è una contorsione continua, un piegarsi e ripiegarsi del pensiero e del corpo davanti ai propri limiti: la mente che non riesce a fare i conti, il fisico che invecchia, la morte che incombe come dato ineludibile. È una rivolta giocosa e feroce contro ciò che ci definisce come umani, e proprio per questo ci riguarda da vicino. Uno spettacolo lungo, faticoso, che non concede riparo né indulgenza. Uno spettacolo che non consola, ma risveglia. Alla fine il corpo è stanco, ma la mente incredibilmente vigile.

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