Gli occhi raccolgono i colori bianco e rosso, il naso cattura il profumo dolce e stucchevole dello zucchero filato. Di cosa stiamo parlando?
Basta poco per evocare l’immagine – e forse il ricordo – del circo tradizionale: clown e acrobati, domatori e animali esotici, il pubblico radunato sotto il grande tendone. Un immaginario difficile da scardinare, che nel tempo ha finito per imprigionare in uno stereotipo un linguaggio artistico invece in continua evoluzione. Il circo si è ormai trasformato, aprendosi a contaminazioni, diventando spazio di ricerca e di racconto. Il “nuovo circo” o circo contemporaneo unisce discipline, intreccia danza, teatro, musica e parola, racconta dell’uomo e delle sue fragilità, abita il tendone ma anche il palcoscenico, le piazze, gli spazi urbani.
Sebbene in Italia sia un’arte ancora poco radicata, negli ultimi quindici anni il panorama del circo contemporaneo si è consolidato grazie al lavoro di artisti, compagnie e festival che hanno saputo costruire reti, occasioni di confronto e nuove prospettive. Tra questi, Dinamico Festival, che dal 2011 porta a Reggio Emilia artisti da tutto il mondo, contribuendo a ridefinire l’immaginario del circo come arte viva, poetica e collettiva.
«Dinamico nasce dal desiderio di portare nella mia città l’energia e la magia che stavo che stavo vivendo in quanto artista di circo contemporaneo in giro per l’Italia e l’Europa», racconta la direttrice artistica Elena Burani «Proprio nel 2011 il Collettivo 320chili, fondato assieme a 4 artisti uscenti dalla scuola Flic di Torino e sostenuto da Sosta Palmizi, vinceva il premio Equilibrio con lo spettacolo Ai Migranti. Era un premio dedicato alla danza vinto da uno spettacolo di circo contemporaneo creato per le sale teatrali. Il nostro era il primo collettivo di Circo Contemporaneo Italiano e avevamo la missione di entrare nei circuiti e negli spazi del teatro e della danza con questo linguaggio nuovo per l’Italia.
Negli stessi anni era nata una delle prime compagnie di circo contemporaneo con Tendone: Il Circo Paniko. E proprio grazie alla spinta degli amici del Circo Paniko ho capito che era arrivato il momento di portare il circo in città: ho scritto un bando e, con mio fratello, abbiamo allestito la prima edizione del festival in un parco periferico della città. Conoscevo bene i festival di Arte di Strada Italiani e amavo quella commistione tra spettacoli di strada e convivialità, gente, confusione…ma fin da subito la mia idea di festival era differente, il circo contemporaneo necessitava di spazi protetti e separati che ne valorizzassero la professionalità e la forza espressiva.
La Festa era il secondo ingrediente, un momento fondamentale della nostra vita, un rito antico che risponde al bisogno vitale dell’uomo di condividere socialmente il tempo, il gioco, l’arte, e la immaginavo come cornice conviviale e gioiosa attorno agli spazi dedicati allo spettacolo dal tendone al teatro, alle arene esterne.
Già dalla seconda edizione, l’assessore alla sicurezza di Reggio Emilia ci chiese di portare il festival in un piccolo parco cittadino per sostenere il processo di rigenerazione. Dopo quattro anni, il pubblico era cresciuto e il sindaco ci chiese di abitare il più grande parco del centro: il Parco del Popolo. Era il 2015, e proprio in quell’anno, il Ministero della Cultura aprì una sezione di finanziamento dedicata al circo contemporaneo. Ottenere quel sostegno fu per noi un passaggio decisivo: un salto di professionalità che ci permise di dare al festival una struttura più solida e definita».
Cosa significa realizzare un festival come Dinamico a Reggio Emilia? Quanto il territorio ha contribuito a definire le anime di questo festival?
Elena: «Come per molti altri festival, uno dei problemi più grandi è la sua sostenibilità in termini economici. Stando in centro, per esempio, riscontriamo molta difficoltà nel trovare alloggi accessibili per gli ospiti. Inoltre, ci scontriamo con questioni tecniche: occupando un parco molto antico, non c’è corrente elettrica, perciò dobbiamo portarla noi. Tuttavia, abitare il centro città ci permette di intercettare una fascia di pubblico che non incontreremmo altrove, persone che magari passano per caso e poi si interessano, si affezionano. Reggio Emilia è una città con una grande storia di cooperazione, la sua comunità ha un forte senso civico e solidale. Ricordo bene le feste di paese e quelle dell’Unità che si svolgevano nei campi o negli spazi verdi di Reggio Emilia, tutte molto partecipate da cittadine e cittadini di ogni età. Con Dinamico abbiamo cercato di ricreare quel fermento, lo stesso che ho vissuto da piccola e possiamo dire di esserci riuscite. Nei giorni del festival nasce infatti un grande senso di comunità, anche grazie ai numerosi giovani volontari che collaborano con noi. Dinamico riesce a coinvolgere anche cittadini e le cittadine più anziani/e, che sposano la causa del festival perché riconoscono quanto sia capace di interessare e attrarre le persone. Ogni anno mi sorprendo delle richieste di collaborazione, dei volontari che ci avvisano che potremo contare su di loro per l’edizione successiva».

Scardinare gli stereotipi
Tra i principali obiettivi di Dinamico Festival, c’è quello di accompagnare gli spettatori a una maggiore consapevolezza rispetto al linguaggio del circo contemporaneo, alle sue specificità e al suo essere un’arte differente rispetto a quella della tradizione.
«Inizialmente il pubblico partecipava per pura curiosità – racconta la direttrice – poi piano piano ha iniziato a informarsi, a partecipare agli incontri. Sulla scelta delle proposte da presentare abbiamo sempre puntato sul contemporaneo, prendendoci i nostri rischi, cercando di creare attorno incontri, momenti di approfondimento, nell’ottica di ampliare la sensibilità del pubblico, che ha risposto in maniera sempre più consapevole. È stato insomma un graduale processo di educazione a quest’arte».
Quali sono i preconcetti più duri da scardinare e perché?
«L’idea che il circo rientri negli spettacoli per famiglie», commenta Giovanna Milano, curatrice del Cinematografo e supervisore del progetto culturale «È di certo anche per loro, ma non solo. Il circo è per adolescenti, è per i ventenni, è per gli adulti. Il circo è per tutte e tutti: è accogliente. Nel libretto cerchiamo di porre attenzione a questo aspetto, per aiutare il pubblico a orientarsi e a scegliere, facendo loro capire che cosa andranno a vedere. Gli spettacoli di circo contemporaneo hanno la capacità di essere fruiti su più livelli, dal più razionale ed empatico, alla pura meraviglia per l’esibizione. Resta dunque complesso scardinare l’idea del circo tradizionale che avveniva nel tendone, proponeva solo grandi numeri e che ora evoca il ricordo di un intrattenimento d’infanzia».
«A contribuire in tal senso è anche la retorica di alcuni politici – aggiunge Elena – che nel descrivere il nostro festival puntano spesso sul fatto che sia un’occasione adatta alle famiglie. Ma, come stiamo dicendo, è limitante e fa passare il messaggio sbagliato. Non a caso, ci è capitato di ricevere critiche sul fatto che alcuni spettacoli non fossero adatti ai bambini».
Chi dovrebbe assumersi la responsabilità di trasmettere una maggiore consapevolezza rispetto al circo contemporaneo e al suo linguaggio?
Giovanna: «Credo che la responsabilità sia condivisa. Il circo è un’esperienza per tutti, è parte del suo linguaggio e della sua storia, e il fatto che lo si possa allestire nei centri città come nelle periferie rende la sua comunità ancora più ampia e aperta. Si tratta quindi di lavorare in modo sinergico nel contrastare certi stereotipi, nello spiegare che alcuni spettacoli possono essere più complessi e introspettivi, adatti quindi a un pubblico più adulto, e che quelli apparentemente solo per bambini possono essere apprezzati dai grandi su un livello differente. È importante collaborare tra artisti, organizzatori, rappresentanti politici, giornalisti per mostrare come il circo contemporaneo sia innovativo, capace di comunicare attraverso il gesto e il corpo e quindi in grado di relazionarsi anche con chi non parla la nostra stessa lingua. Il circo è, in altre parole, un linguaggio potente e non elitario, perché il corpo non può mentire: il significato drammaturgico risiede nell’immediata verità del gesto acrobatico. Nel suo senso contemporaneo, inoltre, non c’è il puro virtuosismo: le acrobazie sono parte integrante di un arco narrativo. Il vero problema però credo sia la poca diffusione del circo contemporaneo in Italia. Sebbene il ministero si sia aperto a questo linguaggio, il sistema non è davvero permeabile».
Sotto il tendone del Ministero
Durante l’ultima edizione di Dinamico Festival, la quindicesima, il dibattito sul circo contemporaneo è passato anche per la questione dei finanziamenti pubblici. Il Ministero della Cultura, attraverso il Fondo Nazionale per lo Spettacolo, dal 2015 assegna risorse anche al settore circense, ma negli ultimi anni il sistema ha mostrato limiti evidenti in ogni ambito, tra tetti di crescita, “paracaduti” per i grandi teatri e criteri di valutazione che spesso non premiano la qualità dei progetti. Per fare il punto sulla situazione, Dinamico ha organizzato un incontro con C.Re.S.Co, confrontandosi sulla distribuzione delle assegnazioni e sui tagli avvenuti per questo triennio. Tra numeri e osservazioni, emergono problemi strutturali, nodi critici e scelte che finiscono per influenzare in modo diretto la vita delle compagnie e la competitività del circo contemporaneo, come racconta Giovanna.
«Il congestionamento del sistema dipende innanzitutto dal fatto che gli enti aumentano, ma le risorse non crescono in modo proporzionale. Esiste poi un sistema di tetti di crescita e di paracaduti, che di fatto bloccano la competitività. Ciò significa che i grandi enti del Teatro della Musica della Danza e del Circo hanno un impianto pressoché stabile e che i piccoli movimenti competitivi praticamente non esistono. In sostanza, il sistema è congelato. Non può esserci infatti una crescita infinita: quando ad esempio un teatro ha raggiunto il massimo livello di attività e di apertura possibile, con le sale sempre piene, non può crescere più di così. Quindi si resta fermi lì. E naturalmente non c’è interesse a muoversi. Questo, unito al fatto che le risorse non aumentano davvero e che invece gli enti ammessi crescono, crea un problema strutturale».
Quali sono stati i nodi più critici emersi rispetto al vostro settore?
Giovanna: «Sono state ammesse molte compagnie di circo tradizionale con contributi medi intorno ai 17.000 euro. Una cifra che, dal nostro punto di vista, è irrisoria. Analizzando i dati, mi sono chiesta: questi operatori, che ora entrano con 17.000 euro e parametri da prima istanza, l’anno prossimo avranno parametri un po’ più alti, poi nel triennio successivo cresceranno ancora, e al triennio dopo raggiungeranno i parametri delle grandi realtà di circo tradizionale, che sono altissimi. Ma, con un tetto di crescita zero, questo significa che continueranno a ricevere circa lo stesso finanziamento, pur dovendo garantire un minimo di 130 rappresentazioni. È una follia. Quello che davvero faccio fatica a comprendere è questa “pioggia” di finanziamenti distribuita dal Ministero, che dovrebbe invece garantire la qualità. Se le risorse sono limitate, non dico che si debbano escludere a priori i nuovi soggetti, ma almeno bisognerebbe mettere davvero in competizione i progetti, valutarli per la loro qualità».
Elena: «Poi ci sono alcune prime istanze che non sono nemmeno realtà di circo contemporaneo o compagnie di rilievo nazionale: sono più simili ad aziende di animazione, con caratteristiche completamente diverse. Detto questo, lo status quo oggi è mantenuto da tre fattori: da una parte, i grandi enti che sono già dentro il sistema; dall’altra, i finanziamenti che non aumentano; e infine, l’ingresso di molte prime istanze che vengono accolte senza entrare davvero nel merito di ciò che fanno. In più, c’è anche un problema di gestione delle commissioni: spesso non hanno nemmeno la possibilità, per come è strutturata la legge, di escludere certe realtà. Devono in qualche modo “far entrare tutti”»
Giovanna: «C’è poi un altro problema: i criteri di valutazione. Nel settore del contemporaneo, ad esempio, vengono assegnati due punti per il fatto di non usare animali.
Quindi è come se partissero tutti con un vantaggio, dal momento che ormai quasi nessuno lavora con gli animali. Si tratta dunque di un “non criterio” che perlomeno dovrebbe avere un peso minore. Le realtà di circo tradizionale che vanno in scena con gli animali hanno molte responsabilità, oneri economici e pratiche da seguire per la cura dei loro animali e ottengono il medesimo punteggio. E’ chiaro che servirebbero parametri distinti per differenziare i linguaggi».
Come si differenzia il contesto internazionale del circo contemporaneo, in termini di finanziamenti, sostegno e visibilità? Avete un modello di riferimento a cui guardate?
Elena: «In Francia e in Belgio esiste un sistema di sostegno continuativo agli artisti, che devono rendicontare un certo numero di giornate lavorative all’anno, e oltre quel limite possono fermarsi per un periodo: è proprio un sistema pensato per chi crea, non solo per chi è sempre in scena. In Italia, dopo il Covid, c’è stato un tentativo di creare qualcosa di simile, ma è rimasto superficiale. Si tratta, di fatto, di un sistema legato all’INPS: dichiari le giornate lavorative e, se va bene, ricevi un piccolo sussidio annuale, la cosiddetta Indennità di Discontinuità a sostegno dei lavoratori stagionali. Ma non ha nulla a che vedere con un vero sistema di tutela artistica. In Francia e Belgio, invece, la disoccupazione artistica è costruita su un principio che riconosce la specificità del lavoro creativo: un artista non è sempre in produzione, ha anche tempi di ricerca e formazione. Poi c’è il tema dei finanziamenti di cui parlava Giovanna: non ci si può limitare a un unico grande fondo nel quale devono entrare tutti, ma bisognerebbe differenziare il sostegno. È vero che oggi esistono delle categorie – “under 35”, “over 35”, “prime istanze”, “seconde istanze” – ma servirebbe molto di più. Chi si lancia per la prima volta con una piccola compagnia e vuole andare all’estero trova pochissimo sostegno: spesso sono gli artisti stessi a emigrare in Francia o in Belgio, dove esistono strutture di accompagnamento e sostegno».
Giovanna: «Esatto, si dovrebbe guardare a esempi di welfare culturale, a ciò che altrove viene chiamato “statuto dell’artista”: previdenza, tutele, dialogo con sindacati e policy maker. Sono tutte questioni che in Italia rimangono aperte, ma che potrebbero trovare forme concrete se ci fosse una catena di interlocutori, dai legislatori fino ai direttori dei teatri.
Però posso dire che in Italia spesso riusciamo a fare progetti articolati, approfonditi, empatici e creativi con un decimo del budget utilizzato all’estero. In Francia ad esempio nell’ambito degli Spring Talks organizzati dalla Fedec, Federazione Europea della Scuole di Circo, ho visitato scuole con una ventina di allievi e strutture, mezzi e personale per dieci volte tanto il numero degli allievi presenti. Ho avuto la consapevolezza di quanto ad esempio alla FLIC scuola di circo di Torino riusciamo a fare con pochi sostegni, di come ogni euro venga spremuto fino all’osso, cesellato per garantire residenze, artistiche, percorsi di professionalizzazione, rassegne per il pubblico e per gli allievi, masterclass…».

Il circo a teatro: rischi o nuove opportunità?
Dopo anni passati a costruire uno spazio di libertà e comunità attorno al circo contemporaneo, l’orizzonte di Dinamico sembra oggi portare questo linguaggio sul palco dei teatri nazionali e regionali. Un passo importante, capace di aumentare visibilità e riconoscimento, ma non privo di rischi: regole diverse, logiche istituzionali e limiti alla libertà creativa. Sarà un dialogo possibile?
«Noi siamo già stati in un grande teatro – racconta Elena – ma diversi anni fa. Eravamo carichi, volevamo conquistare tutto. Oggi il rischio è diverso. Per il futuro vorrei che quello che abbiamo costruito finora si mantenesse e che Dinamico continuasse a essere un luogo d’incontro e di relazioni. Collaborando con i teatri, siamo riusciti a mantenere grande libertà, ma quando si programma insieme emerge sempre una piccola resistenza iniziale: come se ciò che proponiamo dovesse per forza essere altissimo, straniero o riconosciuto. È una retorica sottile, ma c’è, perciò entrare in un teatro significa inevitabilmente confrontarsi con logiche che riducono un po’ la libertà».
«Sì, ma bisogna correre il rischio – replica Giovanna – fa parte del linguaggio stesso del circo: imparare il rischio e accettarlo». Al Festival, racconta, parlava con un artista che sottolineava come nel circo ci sia un’atmosfera accogliente, mentre nel teatro si percepisce spesso un’atmosfera elitaria. «In effetti è così – conclude Giovanna – nel circo si tifa per gli altri, per chi è in scena e per il pubblico. Mi piacerebbe molto che il teatro assorbisse questa energia positiva, la “buona onda” del circo, che muove e sostiene tutto ciò che accade sul palco e attorno a esso».
L'autore
-
Giornalista e ricercatrice indipendente, scrive di cultura, teatro e attualità per testate online, riviste di settore e accademiche. È stata speaker e redattrice per Radiocittà Fujiko, ha co-curato un documentario radiofonico per RSI ed è audio-editor per radio e associazioni. Cura progetti di studio e divulgazione sull'audio fiction e sul rapporto tra teatro e podcast. Laureata in Dams e in Italianistica, si forma in giornalismo, radiofonia e podcasting attraverso workshop (Chora Academy, Centro di giornalismo permanente, Dinamo Press), masterclass (La Biennale di Venezia, Lucia Festival), corsi professionalizzanti (audio engineering base AFM Bologna).


