“Silenzio… parla Agnesi” è lo slogan di una famosa pubblicità degli anni ‘80. Grazie ad uno stratagemma comunicativo tanto semplice quanto dirompente, la televisione si faceva improvvisamente muta mentre una serie di inquadrature ci mostrava una lunga tavolata di commensali intenti a mangiare con gusto un piatto traboccante di spaghetti. Niente musica, niente rumori, e proprio quando iniziamo a preoccuparci per l’audio della TV, una voce calda recita lo slogan, rivelando il prodotto e il valore di quel silenzio. Era il suono del buon mangiare, il trovarsi di fronte a un piatto così buono da sconfiggere ogni chiacchiera, spingere il nostro corpo a concentrarci sul cibo e rigettare qualsiasi stimolo posto al di là dei confini del piatto. La convivialità della tavola cessa di esistere quando si mangia bene, e il senso del gusto prevarica il resto e si fa bussola nella costruzione dell’esperienza, impone le sue regole e i suoi bisogni.
Penso a questo dopo aver vissuto La ultima vez, cena clandestina di Gabriella Salvaterra, esperienza di cui ho potuto assistere alla prova generale il 6 dicembre 2025 durante la conveniente cornice dell’EaT Festival di Spoleto, una quattro giorni di eventi tutti dedicati al rapporto tra cibo e teatro. Riflessione sulla natura della memoria, La ultima vez si interroga sulle chiacchiere da tavolo e sulla loro aneddotica, sulla nostra ossessione per il racconto delle prime volte. E per farlo ci trascina direttamente nello spazio scenico, ci accoglie nella buia anticamera del Teatrino delle 6 e poi in uno spazio scenico invece soffuso e intimo, invaso da vecchi portagioie traboccanti di ricordi. Divisi gli spettatori in gruppi e assegnati ad un piccolo tavolo, le attrici ci fanno sedere e ci parlano invece di una strada alternativa: la celebrazione delle ultime volte, lo scacciare via la patina di nostalgia dalle cose e riabbracciare la bellezza del presente.
Da questa premessa, parte poi la “cena clandestina”: il pubblico viene bendato, preso per mano dalle attrici e accompagnato in un luogo che non avranno mai la possibilità di vedere. Ad accoglierli ci sarà invece il profumo del pane caldo, il suono dell’acqua che bolle o delle mani che impastano, la sensazione sui polpastrelli del freddo acciaio delle posate o delle micro-irregolarità del tessuto di una tovaglia. Prima di qualunque pretesa ideologica o morale, La ultima vez è innanzitutto una celebrazione dei sensi: privati della vista, ogni altra percezione si acuisce reinventando completamente la nostra comprensione dello spazio. Ogni pietanza invade la nostra percezione passando prima dal tatto e poi dall’olfatto, ogni suono cattura il nostro orecchio costringendoci all’immaginazione e le attrici (ora cameriere) fanno tesoro di ogni occasione per stimolare i sensi dello spettatore, lavando le sue mani con della profumata acqua canforata o riempiendo rumorosamente il suo bicchiere di vino. Il cibo, eccellente, dà calore ad un’atmosfera altrimenti asettica e perturbante, riempita soltanto da questi stimoli meticolosamente programmati o da alcuni interventi del corpo attoriale, mentre gli altri spettatori diventano solo rumori imperscrutabili e distanti.

L’assenza della vista permette inoltre alla drammaturgia dello spettacolo di restare fedele ai propri obiettivi: togliendo la possibilità di vedere, l’esperienza della cena produce sicuramente un singolare impatto in chi la vive ma genera anche sensazioni mai precise, che devono fare i conti col buio percepito dagli occhi e che mai si cristallizzano in una forma precisa. Così come non ricordiamo un profumo a meno che non lo abbiamo associato per anni a una persona o non riconosciamo subito una canzone che non sentiamo da anni quando passa alla radio se non era la nostra preferita, le emozioni prodotte da La ultima vez sono “ultime” in quanto fragili e pronte a sparire, rette da sensi che non esercitiamo quanto dovremmo e per questo soggette a lasciare la nostra memoria non appena il dolciastro del formaggio viene sostituito dall’amarostico della melanzana, il profumo terroso dei fagioli dall’odore pungente del vino.
Una portata dopo l’altra si arriva finalmente al dolce, e il concludersi della cena coincide gradualmente col ritorno alla condizione di parte di una moltitudine. La presenza dei commensali intorno a noi inizia ad affiorare quando una voce ci invita alla condivisione, ad assemblare al buio un piattino di piccola pasticceria e passarlo al commensale sconosciuto alla nostra destra. Ormai lasciate solo le briciole, ci si alza e si viene accompagnati in un’altra stanza, per un’ultima volta. Finalmente sbendati, la prima cosa che vediamo sono tante piccole costruzioni illuminate, a forma di casa, fatte di fotografie di famiglia. Ruotando leggermente la testa, invece, ritroviamo finalmente le persone con cui avevamo iniziato questa esperienza. Non le riconosciamo forse, ma sappiamo che abbiamo condiviso qualcosa con loro e le sentiamo vicine quanto estranee, familiari ma distanti.
Come il risveglio di un modo di percepire ormai intorpidito, quasi primordiale, la cena risveglia in noi il carpe diem, ci obbliga a confrontarci con un mondo di sensazioni non riproducibile e fotografabile e come risultato ci ricorda che lo scorrere del tempo non ha davvero un tasto per tornare indietro o fermarsi, che si può al massimo costruirne un simulacro e continuare a osservarlo mentre tutto il resto continua ad andare avanti. Vivere nelle ultime volte diventa quindi un cadere nel tempo senza dietrologie, il gustarsi un piatto sapendo che potrebbe sempre arrivarne uno migliore ma, anche se non succede, non avere rimpianti. Il cibo diventa in questo una metafora di qualcosa che è lì finché è necessario, ma che a un certo punto deve perdere i suoi connotati ed entrare dentro di noi, nutrirci e poi essere dimenticato.

Gabriella Salvaterra ci dimostra in questo lavoro che una comunicazione del teatro col mondo della gastronomia è difficile, ma possibile. E si costruisce non recitando su un palco mentre un pubblico distratto consuma la cena, o decostruendo goffamente formati di intrattenimento da pianobar sperando che questi possano reggere il palcoscenico. Perché se è pur vero che bisogna sempre sperimentare, nessuna gimmick o idea stravagante dovrebbe allontanare gli autori dal lavorare sulle stratificazioni messe in gioco, sul significato di ogni elemento in scena, sui bisogni più nascosti del pubblico.
Quello stesso pubblico che, come fossimo vecchi amici, saluto brindando con un amaro alla fine della cena. Ci si guarda finalmente negli occhi, ci si squadra per l’ultima volta e poi si esce dalla stessa porta. Al prossimo spettacolo, e poi, a mai più.
L'autore
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Giornalista, montatore video, fonico di presa diretta, futuro bibliotecario. Dal 2024 nel nucleo redazionale di Ubu Dance Party. Segue con fervido entusiasmo le scene underground della sua città (Roma), tra serate di poetry slam, spazi mostre minuscoli e festival di arte performativa.


