I muri del rifugio sono tutti di legno e dalle vetrate s’intravvede l’orizzonte dell’altipiano glaciale e carsico-alluvionale. Di fronte a noi c’è un attore con pizzetto e capelli lunghi, la voce sottile rivela un fondo roco, rassicurante ma fino a un certo punto. Se fosse di Twin Peaks sarebbe certamente uno dei Bookhouse Boys, la setta segreta maschile nata per difendere il paese dagli influssi maligni. Invece siamo a Rocca di Mezzo, a 1500 metri di altitudine per le giornate del Festival Teatro in Quota (3-9 agosto), e la persona di fronte è Giacomo Del Fante che ci racconta un personaggio del paese.

Le direttrici autostradali non distano tanto, sarà anche per questo che la zona è una nota meta turistica. Qui il pubblico è quasi tutto formato da persone del luogo, spiccano i blu elettrici delle camicie di foggia sportiva, con gilet di piumino nonostante l’estate avanzata. Il gruppo che cura il festival, nato nel 2019, è un efficace mélange di artisti e operatori locali (direttore esecutivo e fondatore è Dario Del Fante, fratello dell’attore Giacomo) e di altri provenienti da diverse parti d’Italia, come il direttore artistico e regista Alessandro Businaro. Pensare a Twin Peaks è forse un gioco troppo facile, non fosse che a Teatro in Quota abbiamo assistito a diverse “evocazioni”, quasi dei riti medianici per via teatrale che riportano nel presente chi non è più fisicamente tra noi. Una voce più ampia di un foglio bianco è stato creato da Del Fante e dal drammaturgo e ricercatore Stefano Fortin. Insieme hanno composto frammenti di diari, appunti, fotografie di Lucio Agnifili, poeta e fotografo rocchigiano, personaggio schivo e un po’ “magico”, capace di manifestarsi in paese dopo settimane di appostamenti per fotografare lupi o dettagli di fiori e piante («gli animali vivono un presente pieno, cosa che noi non siamo capaci di fare»). La drammaturgia della performance intarsia la voce di Agnifili, ripresa da una conferenza del 2018, con la lettura delle sue poesie che parlano di alberi, sogni e sentieri lasciando anche spazio al dialogo con il pubblico, al quale viene chiesto di condividere ricordi sui Piani di Pezza, dove ci troviamo ora: «Qui mi sono perso nella nebbia, c’erano – 40 gradi, ero con mia figlia», rivela un signore su una sedia a rotelle. Nel rifugio con motivi floreali che intarsiano il soffitto, Del Fante ora siede a terra a gambe incrociate, dal suo diario legge l’ultima poesia e qualche occhio è diventato lucido.

Il “main stage” del festival è collocato nella palestra comunale, un luogo della memoria, rifugio durante il terremoto. In prima serata sono in programma spesso delle opere prime, come il monologo Tutte le cose più grandi di me di Sofia Longhini, scrittura autobiografica che interroga la verità del racconto come nella migliore autofiction. Sofia calibra una presenza attoriale felicemente autoironica per raccontare la sua crescita “in un mondo assurdo”, direbbe Goodman, dove guerre e stragi puntellano un presente di precarissime certezze.

Un’altra sorprendete evocazione, in un festival composto anche di laboratori e residenze, è stata Ablazione, una prima nazionale di Liliù/Rotella/Sampaolesi. Siamo nella piazzetta antistante la chiesa della Madonna della Neve, un attore siede in prima fila dandoci le spalle, la sua voce ci guida formulando delle didascalie in tempo reale. Vediamo le azioni di un performer-musicista che meticolosamente smonta le componenti di una fisarmonica («questo è il traforo, questi sono i pomelli, questo è il chiodino di fronte ecc.») per rimontarle su supporti che generano una “trasmutazione elettronica” dello strumento, per esempio attraverso motori elettrici che insufflano aria sulle soniere amplificate. Qui, ci viene detto, stiamo evocando una bellissima giornata a Castelfidardo nel 2019 del signor Stefano, costruttore di fisarmoniche che celava un segreto nel corpo (a noi vien fatto di pensare a Marcovaldo, sarà che siamo a Rocca di Mezzo…). L’attore ora si rivolge a noi e ci guarda: nelle sue parole la fisarmonica diviene un guscio che racchiude gli organi, simili a quelli che noi celiamo nelle viscere, infine c’invita a portare alla bocca un piccolo elemento metallico che ci era stato consegnato. Quando il teatro riesce a farsi alchimista di relazioni, capita di vivere frammenti di “vite che non sono la nostra”, tutti insieme a suonare in un sagrato attorniato dai monti.
L'autore
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Tra i fondatori di Altre Velocità, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento delle Arti all'Università di Bologna, dove insegna Discipline dello spettacolo nell'intreccio fra arte e cura (Corso di Educazione professionale) e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettacolo al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Immagina e conduce percorsi di educazione allo sguardo e laboratori di giornalismo critico presso scuole secondarie, università e teatri. Progettista culturale, è tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Comitato scientifico dei Premi Ubu. Usa solo Linux.


