Escaped alone, “scampate da sole per raccontare” (espressione biblica tratta dal Libro di Giobbe) ma mai davvero in solitudine. Le quattro protagoniste della penna della drammaturga britannica Caryl Churchill si muovono in un giardino domestico e post-apocalittico, ultimo baluardo d’umanità nel mondo liminale creato da lacasadargilla, regia di Ferlazzo Natoli e Ferroni, dove visione e realtà si confondono nei racconti precisi quanto afasici dell’ultima arrivata al tè pomeridiano.
La signora Jarrett, quasi in preda a una trance anticipata da musiche tanto rilassanti da intorpidire, isolata dal gruppo delle altre tre amiche, rievoca carestie, epidemie e alluvioni, come se fossero flashback appartenenti a un mondo ormai inesistente. Ad alternanza sul cielo-ledwall, tela su cui si esprime il Dio-AI del nuovo mondo, toni acidi e sgargianti colorano hostess di compagnie aeree, piatti salutisti e campagne pubblicitarie di aziende immobiliari, che assolutizzano l’acquisto di un appartamento come la soddisfazione ultima di vita. Il cielo non è scosso da temporali, ma da video incantatori, costellati di perfette e artificiali figure femminili, che risuonano più come proposte di contratti per una felicità tiepida e veloce: se ti riempi gli occhi di immagini finte, un giorno ti svegli e va tutto bene (si dice nello spettacolo).
Sul palco del teatro Grassi, dunque, s’intersecano tre mondi diversi: quello delle amiche che prendono il tè insieme e che a cascata fanno scrosciare confessioni e tenerezze; il passato rievocato dalla signora Jarrett, la polvere sotto al tappeto che pare un sogno ma è tutto fuorché finzione; e il mondo nuovo costruito dall’AI sullo schermo in cui nell’arco di un pomeriggio un sole surrogato tramonta molte volte, comandato da un’entità difficilmente afferrabile. Nella divisione tra questi mondi risiede il sentore apocalittico che permea lo spettacolo: la realtà e la crudezza delle tragedie del passato relegate a visioni deliranti in bocca alla signora Jarrett, scollegate dal presente fasullo che obbliga a una finta serenità. Il mondo del passato sembra indicibile, o peggio cancellato dalla perfezione delle proiezioni sul ledwall che propongono una realtà di assoluta omologazione: una casa, cibo sano, sport, viaggi per raggiungere un’esistenza completa.

Ma il giardino di casa è teatro di un piccolo miracolo umano, il legame che unisce le quattro donne, per quanto a volte confuso nel complesso intersecarsi di scambi di parole rapidi e piccole grandi discussioni, è l’ultima sacca di resistenza, il luogo immateriale in cui si ritrovano e si proteggono. Si confidano verità spinose: l’uccisione del marito di una per legittima difesa, la difficoltà di comunicare con il figlio a cui ha ucciso il padre, il ricordo della prigione, la fobia dei gatti e di uscire di casa.
L’imperfezione e l’accumulo dei loro discorsi, contro alle poche e asciutte parole che imperano nelle pubblicità, sono quanto di più umano rimane nel nuovo mondo, anzi costituisce il mondo che le quattro si sono costruite per resistere alla piattezza di quello in cui si trovano a vivere. Un rifugio, quindi, anche dagli stessi ricordi tragici della signora Jarrett, che sembra infatti parlare più rivolta al pubblico che alle compagne con cui condivide lo spazio. Tuttavia, l’accudimento reciproco e i riti quotidiani delle amiche addolciscono la disperazione controllata e il distacco del testo politico di Caryl Churchill, grazie a un’umanità femminile che accoglie, anche se fatica a prestarvi attenzione, la verità che il mondo ha relegato ai deliri di una vecchia. In fondo, chi ha più voglia di ascoltarli? Qualcuno è scampato da solo per raccontare, ma a chi?


