Che limiti imponiamo ai nostri corpi? Quando un corpo è violato? È giusto che gli altri possano appropriarsene facendolo diventare un oggetto? Ed è giusto quando serve a qualcuno per ritrovare la sua identità o riscoprirne una nuova? Be Arielle F. è una ricerca del videomaker e artista Simon Senn, illustrata attraverso una conferenza-spettacolo svoltasi il 5 settembre a Gradisca d’Isonzo durante il festival In/Visible Cities.
La conferenza comincia in una stanza buia. Il pubblico è disposto su tre file di sedie. Di fronte, uno schermo. Simon Senn sulla sinistra si guarda nella fotocamera del suo computer. La faccia che noi vediamo nella realtà – quella vera di Simon – non è però quella proiettata. Sovrapposizioni di volti. Sullo schermo il performer ha sembianze femminili. È il volto di una certa Arielle. Simon si trasforma in lei, almeno virtualmente.
Poi lo schermo si spegne. Simon comincia a parlare in francese. Una voce piacevole e calma: ti coinvolge subito nello spettacolo. Narra una storia in prima persona senza troppi giri di parole e frasi poetiche. Nulla di troppo avvincente, ma la sincerità e la schiettezza con cui Simon parla catturano subito l’interesse dell’audience, che viene così invitata a porre attenzione ai sottotitoli in italiano proiettati su un televisore. Solitamente una scelta del genere potrebbe risultare faticosa da seguire per lo spettatore, rivelandosi un elemento di criticità della performance; invece in questo caso sembra quasi di non star leggendo: si entra in contatto con le sue parole e si prosegue nella lettura, o meglio nell’esperienza. Simon instaura una vera e propria conversazione con il pubblico e comincia la sua conferenza, un laboratorio che si sviluppa anche con il pubblico, disordinato, poco preciso. Simon infatti non va a fondo di tutte le questioni, ne affronta molte toccando vari punti critici, senza però approfondire una in particolare e lasciando il pubblico un po’ confuso e destabilizzato.
La sua storia comincia quando decide di acquistare una scansione 3D di un corpo di donna su un sito online chiamato 3DScanStore. L’obiettivo di Senn era quello di compiere alcune sperimentazioni e sviluppare nuove tecnologie, con l’aiuto di altri esperti, sul corpo acquistato fino a poterlo “possedere” attraverso dei sensori motion capture, conquistandosi così un secondo corpo virtuale. Come anche lui stesso dice durante la sua conferenza, il corpo di Arielle – il nome fittizio che si è deciso di dare alla ragazza inglese che ha venduto la sua immagine a poche sterline – è stata un’aggiunta alla sua identità. Non aveva perso le sembianze maschili, c’era ancora il suo corpo biologico, ma ora poteva esplorarne anche uno nuovo: uno femminile. Emerge così un tratto interessante della pièce: la ricerca di una nuova identità. Se ne può effettivamente possedere più di una?
Sebbene a questo punto del racconto allo spettatore potrebbe sorgere il dubbio di una svolta strettamente sessuale sull’argomento, Simon ci tiene a confermare che quella a cui stiamo assistendo è una ricerca sull’identità. Per assecondare questa urgenza contatta una psicologa per una seduta online: «Prima di diventare uomo o donna, siamo tutti soggetti». Queste sono le parole della psicologa che lasciano a molte riflessioni su cosa effettivamente sia la nostra identità e su come possiamo scoprirla. Ci domandiamo se essa può mutare nel tempo. Ci chiediamo quale sia il suo valore, la sua importanza.
La questione però si complica quando Simon si pone dubbi etici. Quali sono i suoi diritti su questo corpo? Cosa effettivamente gli è permesso fare con esso? Cosa invece è considerato una violazione, una violenza nei confronti di Arielle? Decide di contattare un avvocato per rispondere alle sue domande e ai suoi dubbi. Le risposte sono vaghe in ambito digitale e i confini tra uso e violazione restano ambigui, tanto da apparire come qualcosa di estremamente soggettivo. Simon decide di non soffermarsi troppo sulle questioni legali, non si tratta di uno studio dettagliato, maturo e adulto che possa aiutarci a rispondere a dubbi e domande che sorgono mentre vediamo il corpo di Arielle essere mercificato e utilizzato senza scrupoli. Si è in continuo bilico attraverso le parole del protagonista. Quando si supera il limite in questi casi?
A questo punto Senn decide di contattare Arielle per poi raggiungerla in Inghilterra. Viene mostrata al pubblico la piccola intervista che Simon ha fatto alla ragazza. Arielle dichiara di fidarsi di Simon, ma rimane comunque quella sottile sensazione di angoscia che anche noi spettatori percepiamo, come se il corpo possibilmente violato non fosse più quello di Arielle ma il nostro. La ragazza ammette di trovare “cool”, o comunque in qualche modo interessante, l’idea che, anche se un giorno dovesse morire, il suo corpo continuerà a esistere in forma digitale, animato ed utilizzabile.
La ricerca termina con un colpo di scena, quando Simon annuncia al pubblico che chiamerà in diretta Arielle. Dopo l’intera conferenza e ciò che il pubblico ha visto, è lecito domandarsi in un primo momento se quella che vediamo proiettata sullo schermo sia la vera Arielle o soltanto una sua perfetta maschera virtuale. La videochiamata si svolge interamente in inglese e, trattandosi di un collegamento in diretta, non ci sono i sottotitoli, rendendo questo momento meno accessibile a una parte del pubblico. Proprio quando l’interazione con la co-protagonista diventa finalmente reale, la comprensione si complica, perciò dopo un’ora in cui si è parlato di lei, quasi con lei, la voce di Arielle arriva purtroppo senza mediazioni. Emozionante per me e sicuramente interessante ma per altri complicato. Proprio nel punto emotivamente più intenso dell’intero spettacolo, si perde forse quel legame, quell’interesse che si era creato per la storia tra pubblico e performer.
Simon mostra ad Arielle alcune sperimentazioni fatte con il suo corpo durante la videochiamata, le mostra come esso può essere usato. Ma d’altronde lei è d’accordo con questi esperimenti. Quando Simon gli mostra in diretta come il suo corpo può accostarsi a quello di una persona che va in bici in un video proiettato sullo schermo, Arielle ride. “Figo” sono le sue parole.
La conferenza si conclude con un gesto simbolico: Simon Senn si spoglia e rimane di spalle completamente nudo. Tutto ritorna al corpo. Al suo. Quel corpo però che virtualmente è stato anche quello di Arielle. Lo spettacolo ci lascia dubbi e angosce. Cerchiamo di capire come l’identità possa essere replicata, quale sia la nostra identità e quali possano essere le possibilità per scoprirne delle nuove. Ma ci chiediamo anche quali siano i limiti da rispettare, quali conseguenze psicologiche potrebbero sorgere. Ci domandiamo se il corpo di Arielle è stato violato, indipendentemente dal suo consenso. Siamo spaventati dalla possibilità che un giorno si possa perdere la nostra intimità. Inquietati da come la violazione a livello virtuale può essere una questione soggettiva. Ma anche incuriositi dalla ricerca di Simon e dal coraggio di Arielle.
Be Arielle F. un viaggio tra violazione e identità.
Sofia Nardon
L'autore
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.


