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Eppur si muove! ''Un Galileo a Milano'' di Massimo Bucciantini



Oltre agli studi accademici, alle monografie, ai resoconti di artisti e compagnie, il teatro può manifestarsi nei libri con una certa originalità. E non è così raro imbattersi in scritture ibride che mescolano i generi tra saggio, memoria, analisi critica, invenzione… Puntiamo il nostro cannocchiale sui libri più curiosi, che aprono nuovi orizzonti, e più utili nel disorientamento di oggi, con una nuova rubrica a cura di Rodolfo Sacchettini. Si parte da Un Galileo a Milano di Massimo Bucciantini (Einaudi, 2017).



Fra i più recenti libri sul teatro, spicca Un Galileo a Milano di Massimo Bucciantini, storico della scienza, che già con Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi, 2015) aveva dimostrato di saper analizzare un’opera concreta e definita, a tal punto da farla esplodere nelle implicazioni della grande Storia. Un metodo che ambisce a farsi metonimico: la parte per il tutto, il dettaglio come concentrato simbolico dei massimi sistemi. È un modo di guardare oggi molto vivace e che offre tanti spunti di interesse perché coniuga Storia maggiore a Storia minore, e perché, oltre all’analisi dell’opera in sé, propone una riflessione sul contesto, la ricezione, l’immaginario. Ed è proprio di questo che si sente la necessità.
È un piacere che l’oggetto di studio sia uno spettacolo di teatro e nello specifico Vita di Galileo di Bertolt Brecht nella messa in scena di Giorgio Strehler, realizzata al Piccolo di Milano nel 1963. La scelta, alla fine della lettura del saggio, appare azzeccata, almeno per due ragioni. Innanzitutto Vita di Galileo è stato uno spettacolo eclatante, che ha coinvolto quarantacinque attori, un coro di bambini, mimi, acrobati con una lunga tenitura e decine di migliaia di spettatori. È uno spettacolo che è entrato nella storia del teatro, anche perché è rappresentativo di un’intera epoca, oltre a essere un momento fondamentale nell’incontro tra Piccolo di Milano e l’opera di Bertolt Brecht. Restituire al teatro una rilevanza culturale è un atto di giustizia, soprattutto oggi che l’arte scenica viene troppo spesso assimilata al semplice intrattenimento. In secondo luogo si riconosce al teatro la sua natura collettiva e pluristratificata. Quando si rievocano stagioni particolarmente felici il discorso inevitabilmente deve affrontare fenomeni di microsocietà, l’azione di gruppi minoritari, gli intrecci con questioni politiche, sociali, economiche. Il teatro è un piccolo mondo in connessione costante con il grande mondo, di cui è interprete quanto a vizi e a virtù. L’intensità delle storie è enorme, eppure alla fine i racconti sul mondo teatrale sono pochi e per lo più appartengono al genere delle memorie o delle autobiografie. Fanno eccezione due casi straordinari che hanno mescolato analisi storica a narrazione finzionale: Mephisto di Klaus Mann e Il trucco e l’anima di Angelo Maria Ripellino. L’operazione di Bucciantini è diversa, perché si procede da storici, ma si scrive da saggisti, affiancando i personaggi principali e inseguendoli nei loro spostamenti. E seguire Brecht è un viaggio avventuroso ed emozionante che riempie tutta la prima parte del libro: dalla fuga dalla Germania nazista alla Danimarca, da Parigi al viaggio fino a Vladivostok per imbarcarsi in direzione del Nuovo Mondo, dove si incontra Joseph Losey, Charles Laughton. Storie in buona parte note e raccontate da una bibliografia sterminata dedicata a Brecht, ma qui illuminate dalla luce di Galileo, cioè da una figura che, secondo Bucciantini, rappresenterebbe una sorta di “alter ego”, o quantomeno un personaggio con il quale Brecht continua a lottare, a fare i conti per tutta la vita.
Si parte dall’inizio, cioè dal 1933 quando Georgi Dimitrov, accusato ingiustamente nel processo per l’incendio del Reichstag, nella difesa finale si rivolse ai giudici utilizzando il celebre motto attribuito a Galileo «Eppur si muove!», intendendo che la verità non sarebbe stata fermata dagli inquisitori. Galileo è il simbolo dell’uomo di scienza che si piega, ma non si spezza di fronte al potere oscurantista. È lo specchio di un’intera generazione tedesca di intellettuali, che fugge dalla Germania con l’arrivo del nazismo e che drammaticamente soffre per impotenza e lontananza, ma che a modo suo continua a lottare, a opporsi. Il periodo americano e l’approssimarsi delle bombe atomiche farà maturare a Brecht una posizione diversa nei confronti della scienza che troverà sviluppo nella seconda versione della Vita di Galileo. Cresce la delusione e il disinganno. Galileo che ritratta la sua adesione alla cosmologia copernicana rappresenta una sconfitta. A breve la scienza produrrà l’invenzione che permette all’umanità di autodistruggersi. È una scienza asservita al potere. La sconfitta di Galileo è dunque anche la rinuncia a considerare la nuova scienza uno strumento per il miglioramento della vita morale e civile dell’intera società. Galileo era riuscito a far cadere il cielo. Adesso sarebbe stato il cielo del potere a dover cadere e a lasciare spazio alle forze rivoluzionarie.
Tutta la seconda parte del libro è dedicata invece alla rappresentazione di Giorgio Strehler con la ricostruzione puntuale della fondazione del Piccolo di Milano e delle diverse anime politiche che si contrapponevano nella vita civile della città. Siamo nel 1963, alle soglie delle elezioni che daranno vita al primo governo di centro sinistra. La censura preventiva è stata abolita nel 1962. Ciò non impedisce che Vita di Galileo scateni polemiche a non finire e tante sedute del consiglio comunale, con gli strali della Chiesa.
Dal 1947 al 1968, il ventennio più vivo della storia dell’Italia unita, il Piccolo di Milano costituisce la spina dorsale del nuovo teatro di regia. Sono pagine utilissime per capire, ormai a distanza di più di cinquant’anni, come si siano formati i teatri pubblici italiani, il ruolo dell’ideologia, le posizioni in ambito culturale del Partito Socialista, del PCI e il peso della Democrazia Cristiana. Oggi che l’anima nomade del teatro va erodendosi sempre di più tornano fuori problematiche e questioni urgenti che per molti versi risuonano con le domande di Paolo Grassi e Giorgio Strehler (la territorialità, la regia, la stanzialità, la politica, la rilevanza culturale…). Alla fine del libro si racconta di un rapido cambio d’epoca, in prossimità del ’68. Il Piccolo Teatro, considerato per anni la punta più avanzata e progressista del teatro italiano, diventa agli occhi dei movimenti giovanili il simbolo dei poteri forti, un luogo reazionario e conservativo. La nascita del Nuovo Teatro sarà in questo senso una bomba, che metterà in discussione proprio le dinamiche del teatro di regia. Cambiano gli equilibri e i riferimenti: molto più Artaud e Beckett che non Brecht. Cinquant’anni dopo il Convegno di Ivrea, che sanciva l’esistenza del “Nuovo Teatro” (1967) la pluralità delle storie del teatro non può che essere assorbita in una prospettiva più larga, dove il conflitto si sposta chiaramente su altri piani, altri orizzonti. Anche per questo, cioè per rievocare una scheggia viva del passato che può aiutare a compiere più in profondità un’analisi delle contraddizioni di oggi, Un Galileo a Milano è un libro utile e avvincente, che ci interroga e ci arricchisce.


di Rodolfo Sacchettini
         

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Settembre 2011
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Rock indipendente italiano e internazionale