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Caino del Teatro Valdoca
 
Sezionato e offerto a brandelli dall’opera di Georg Baseliz, sul palco si guarda l’uomo: negli occhi vuoti di una testa sospesa dilaniata da mille sfaccettature e un braccio mozzato con dita-radici che affondano nella terra. Il Teatro Valdoca, in un sogno doloroso e vivo, scava le viscere, esaurisce tutte le contraddittorie possibilità umane, ne va alla radice, e trova Caino. È una figura nera che attraversa la scena ancora deserta: forte della sacrale responsabilità della primogenitura, debole come un esule sulla terra. Ad ogni passo sulla linea di proscenio la ieraticità si sgretola, resta Danio Manfredini come una statua cava che vacilla sul bordo dell’abisso. Primo uscito da un ventre mortale e non dalle mani di Dio, sente il peso della terra su cui lavora, la fatica senza scopo e l’amore mai ricambiato come punizione immotivata: Caino è vuoto, incompleto. All’inizio le parole soavi di Mariangela Gualtieri, figura mistica, seduta e avvolta da un manto bianco, sembrano dar voce a quel silenzio che rimbomba nella voragine umana, lo riempie con domande incalzanti, richieste: se tutto tace, se l’Altissimo, muto, guarda, che pensa? Dov’è il fine? Dov’è il perché? Dove l’Amore che sazierebbe ogni ricerca?
 
Senza risposte, l’individuo, immerge le mani nella terra a cercarle, lavora, studia, combatte per colmare il vuoto che ha in sé: è l’Acquisizione scritta nel nome di Caino a fondare la ricostruzione dell’umanità, il suo miglioramento. Così indaffarato nel mondo, per gli altri, l’uomo affronta la sua battaglia con la natura, la comanda con le formule di una scienza che spacca l’atomo, si difende in città dalle mura fortificate, finché non distrugge, indifferente, la vita fuori e dentro di sé. Un demone candido affianca Caino e impercettibilmente lo allontana dal prossimo, lo strattona verso il mostruoso opposto di se stesso; nel frattempo Abele, la vittima ingenua, torna sotto varie forme, incarnato da diversi attori, fino a scomparire nella ressa. Sul palco, affollato da sei attrici-danzatrici di ruoli ambigui, multiformi e dinamici, va in scena questa lotta terrestre, e mentre la Gualtieri la flette verso l’alto con la poesia, pur mantenendo nelle sue ellissi tutta la pesantezza dell’esistenza, Cesare Ronconi la dipinge a getti, allegoricamente, restituendole tutta la materialità della carne. Nella violenza, nella sofferenza del debole tirato da una parte all’altra della scena da mani insanguinate, c’è la fine dell’animale spirituale, ormai ridotto a pura razionalità: quella bestia che danzava con l’Angelo, ora gli azzanna il collo, sbrana, lo trascina via lasciando alle sue spalle solo un drappo rosso. Il ritmo stringente della storia irrompe prepotente con le percussioni di Enrico Malatesta, appena visibile dietro quei teli che si gonfiano seguendo coreografie marziali d’individui soli, insieme. Nel grido terribile, finale di Caino, «Ci vuol niente a sgozzare un agnello», c’è il brusco ritorno all’origine: quella che era una condanna all’ingenua crudeltà di Abele, diventa una condanna a se stesso, che per quanto abbia cercato di scappare dal sangue del debole agnello innocente, per quanto abbia studiato e ricercato per il bene dell’uomo, si è scoperto alla fine, nell’ecatombe, scienziato dello sterminio.
Se da un lato la mente del pubblico è continuamente affascinata da quell’incedere di poesia che, tanto lento da sembrare immobile, all’improvviso spacca le coscienze mostrando in unità l’opposizione; dall’altro l’occhio vede una scena brulicante in continuo mutamento, dove ogni attore si riflette sfaccettato come in uno specchio rotto. Testo e scena, montati insieme in opposizioni, concordanze e indipendenze, forzano i confini di ogni definizione, invitano a guardare il problema tentando di fronteggiare la complessità irrisolta di cui tutte le cose sono costruite. L’umanità farà opere immense, ma anche di terribili ne farà, edificherà l’inferno sulla terra, ma se costretti a un male causato dall’imperfezione di cui siamo costituiti, siamo davvero colpevoli? È ancora Dio a doverci perdonare, o siamo noi a dover perdonare il Creatore per come ci ha creati? L’uomo sarà liberamente, o il meraviglioso e mostruoso sono già scritti nel suo nome? È questo che annienta, strugge da dentro la voce di Danio Manfredini, facendola rimbombare come percussione rullante in crescendo, e il pubblico non può che farsi attraversare dal terrore di quel pianto. 
 
Tutte le ricerche, però, sembrano bruscamente frenate ogni volta sulla soglia, ogni paura è subito attutita da una voce rassicurante: a più riprese nello spettacolo interviene la Gualtieri, come voce dell’Angelo, a raccontare la bellezza del mondo nella vita di un fiore, ad augurare che torni un’umanità preistorica, pura, in cui il contatto col respiro del mondo possa avvicinare il tema celeste e con esso il prossimo. La sua posizione di candida, immobile e ieratica veggente fa di lei il vero coro, prepotente chiave di lettura che placa, e a volte tronca gli interrogativi dando un indirizzo alle sfaccettate simbologie erranti sul palco. A intervalli regolari alcuni suoi interventi si staccano bruscamente dal rapporto dinamico con la scena. Quasi a non voler lasciar solo lo spettatore in balìa dell’orrore, porge la mano, tentando di spiegare quanto le belve siano in realtà mansuete; ma ha da offrire solo parole a ciò che lo spettacolo ha regalato da pensare oltre esse. La magia che incollava lo sguardo e impegnava la mente cade in frantumi, lasciando a ognuno il compito di ricostruire lo stupore, il fascino e rientrare in gioco. Anche Caino, Danio Manfredini, infine, impallidisce sullo sfondo, al suo posto l’Angelo dal volo un po’ impacciato prende per mano i viventi, accompagnandoli nel girotondo dell’equilibrio sperato.

di Matteo Vallorani


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