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Cinquanta urlanti, quaranta ruggenti, sessanta stridenti di Dewey Dell

Al festival di Dro del 2009 il gruppo Dewey Dell ha presentato il primo studio di Cinquanta urlanti, quaranta ruggenti, sessanta stridenti in uno spazio colonnato e affascinante della Centrale Fies. Durava sette minuti appena. Un’istantanea emozionante che, in una manciata di secondi, riusciva a sperimentare e a proporre una temperatura emotiva, un colore, un tono. In una parola: un’immagine. L’immagine è fatta di tre figure vestite di nero, tre donne con bacini imbottiti, da risultare enormi, e una sorta di maschera bianca, quasi da commedia dell’arte, a rendere il volto un punto bianco indecifrabile. Le tre figure, che nel loro profilo richiamano degli insetti o dei misteriosi alieni, sono impegnate in una coreografia potente, che atleticamente trasmette un’energia tribale e al contempo “moderna”. Erano solo sette minuti e ne veniva fuori un’immagine fissa e ben definita. Il campo semantico a cui si attingeva, seppur per leggere assonanze, era quello della tempesta, indicato dai nomi dei venti citati nel titolo. In sette minuti si offriva dunque l’intensità di un colore, giocando con la velocità e la sorpresa dell’evento. Si è arrivati adesso alla conclusione del progetto con uno spettacolo, dallo stesso titolo, della durata di una quarantina di minuti. Il lavoro è stato presentato allo Spazio K di Prato (Danza in Toscana) nella rassegna organizzata da Kinkaleri e ha debuttato pochi mesi fa a Parigi.

La questione del formato e della durata non è per nulla secondaria. In questi ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di lavori che, per molteplici motivi, nel tempo breve o brevissimo trovavano una propria ragion d’essere. Soprattutto i gruppi nati in questi ultimi anni sono stati spesso invitati da festival e rassegne a produrre performance circoscritte e sintetiche. Oggi la sintesi può considerarsi per certi aspetti un valore: lo sforzo di andare al cuore della questione, la volontà di ripulire il proprio lavoro da tutto ciò che appare superfluo, il desiderio di dar forza a ciò che è necessario. Ma “il tempo è denaro” e talora la questione della durata è subordinata a tutt’altre logiche, e più legata alle richieste pressanti di un mercato che non a vere necessità artistiche. Il problema del tempo, dello sviluppo temporale di un’azione però, artisticamente parlando, è sempre centrale perché riguarda l’articolazione grammaticale del discorso della scena: dalla potenza primigenia del nome alla forza complicata di una proposizione. Potremmo dire che Cinquanta urlanti, quaranta ruggenti, sessanta stridenti incarna una sfida linguistica di questo tipo. Si parte da “un’immagine” (quella sostanzialmente di Dro), una potente epifania, e si prova ad articolarla, a imprimerle l’andamento di un’evoluzione, che prolunga il suo senso e lo complica nelle sue sfumature.

Tra questo lavoro e lo studio presentato a Dro però il maggior scarto evolutivo si riscontra nella musica composta da Demetrio Castellucci che, quasi corpo vivente, appare solo adesso davvero imprevedibile nella spiazzante architettura di tutte le sue sonorità, e a tratti addirittura sorprendente nell’inserimento, ad esempio, di voci lontane e urla umane. Dalla sonorità potente e univoca del lavoro di sette minuti la musica trova adesso un’articolazione più complessa nella varietà di proposte. La sensazione però è che la scena non riesca a compiere un’evoluzione altrettanto forte; si punta la lente di ingrandimento su alcuni dettagli, sulle sfumature di tonalità, sul gioco di prospettive, molto efficace nel passaggio da una profondità cunicolare a un primo piano che pare espellere le “creature” dalla bidimensione dell’immagine. Quello che sembra mancare è forse, se prendiamo a termine di un possibile paragone un loro precedente lavoro, il cuore di à elle vide, la prima creazione di Dewey Dell, vale a dire il  suo “dramma”, o per meglio dire, il “conflitto”. In quel caso, anche se solo nel tempo di una ventina di minuti, si riusciva prima a mettere a fuoco due “figure”, il gallo e lo scorpione, e poi a dar vita a un eccitante combattimento. In quella performance, davvero di rara e preziosa potenza, il conflitto tra queste due entità generava infatti una visione spiazzante, perché sembrava provenire da mondi lontani nel tempo e nello spazio. (leggi anche la recensione di à elle vide e l'intervista a Teodora Castellucci di dewey dell)

In Cinquanta urlanti, quaranta ruggenti, sessanta stridenti la situazione appare solo in parte “conflittuale”: si avverte una situazione di “tempesta” (che ricorda quasi la prima scena della Tempesta di Shakespeare), ma non si danno agganci ulteriori perché la tempesta del “fuori”, che si manifesta tra i tendaggi, i teli e i corpi sulla scena, possa superare il suo livello percettivo primario, e così approfondendosi in chi guarda diventare una tempesta del “dentro”, infuriare nell’intimo degli spettatori. Dopo la bonaccia, dopo la calma piatta degli anni che stiamo attraversando, è sempre più avvertibile il cambiamento in corso. C’è “aria di tempesta”, verrebbe da dire, ed è forse naturale che molti gruppi guardino a questo archetipo per manifestare la propria espressione artistica. Sarebbe da capire meglio, adesso, di cosa è fatta questa tempesta, e da dove venga e dove ci porterà…


di Rodolfo Sacchettini


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