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Bologna, 900 e duemila. Il teatro il racconto la città

Si sale la scalinata del Pincio, al lato dell'autostazione. Ci si siede di spalle alla Montagnola, sostando in un luogo solitamente di passaggio, notando dettagli nuovi. Da sotto salgono i beat dell'aperitivo della velostazione, girando lo sguardo si scorgono muri decorati da un progetto di streetart, il traffico è un flusso terra-aria di autobus, motorini, macchine, aeroplani in atterraggio. Il teatro abita questo brulicare, lo sottolinea chiedendoci la sua attenzione.



Il primo episodio di Bologna, 900 e duemila, spettacolo in tre parti prodotto nel contesto delle celebrazioni del nono centenario del Comune, per la regia di Andrea Adriatico, è titolato Porta della Rocca Ostile ed è firmato da Simona Vinci, scrittrice che nei suoi libri ha saputo descrivere le intimità della giovinezza e dell'infanzia. Vediamo arrivare da Piazza di Porta Galliera un gruppo di uomini e donne col trolley, viaggiatori e viaggiatrici che nelle tre ore dello spettacolo ci accompagneranno lungo tre diversi episodi legati alla storia di Bologna. Salgono le scale, una ragazza si accascia a terra, è la «creatura di luce» (Selvaggia Tegon Giacoppo). Altre donne racconteranno come narratrici onniscienti le vicende della ragazza, amplificandosi con dei piccoli megafoni che conferiscono alle voci una grana da sala d'aspetto. L'idea del passaggio è al centro di questo primo pezzo: la creatura di luce studia, ha una stanza in affitto, assiste alla contrapposizione fra poveri e ricchi, fra popolo e clero che in passato ha dilaniato la città; diviene una popolana che contribuisce alla liberazione dagli austriaci nei moti risorgimentali, infine viene minacciata da un manipolo di uomini. In Bologna, 900 e duemila la città viene descritta come fosse cuore, con le strade e i canali a fare da arterie, un «morbido pugno» con dodici entrate dove tutto passa e scorre, dove però si può tentare uno sguardo in cerca di una compresenza con le vite passate, con le biografie di chi non c'è più immaginando quelle di chi verrà. Ora la ragazza è in piedi, maneggia un quaderno dove sono appuntati i desideri della città, l'andamento si fa trasognato ma anche concretissimo, è lo sguardo di chi sa tenere insieme difficoltà, battaglie, immaginazione (a Bologna c'è mai stato il mare?), lo sguardo di chi sa che tutto passa e per questo tutto è da ricordare, tutto da dimenticare.



Dopo il primo episodio, Bologna, 900 e duemila prosegue accompagnandoci verso i giardini del Guasto. Si attraversa la Montagnola e Piazza dell'8 agosto, entrando in zona Universitaria da Via delle Moline. Il giardino di cemento al crepuscolo è vuoto, ci sistemiamo su una fila di sedie, sul fondo giacciono tutti i viaggiatori appoggiati ai saliscendi grigi del suolo. Di fronte a noi una donna (Olga Durano) cresciuta nella Bologna punk degli anni '70 e '80, quando nel giardino si trovavano siringhe e Rimbaud. La donna di Bo Bohème, secondo episodio scritto da Grazia Verasani, sta seduta in una carrozzella sistemata su una bicicletta per disabili, manovrata alle sue spalle da un “giovane d'oggi” tutto silenzi e smartphone. Il vuoto di questi odierni Hamm e Clov s'incunea in un ritratto generazionale stereotipato, che ricorda le ricorrenti lamentazioni di adulti con vene passatiste di fronte alla presunta abulia dei giovani nati negli anni '90. Il capitale che ha tutto mandato in vacca, «ai nostri tempi eravamo disperati e creativi», «Ai tuoi tempi c'erano i punkabbestia?» «No, c'era Autonomia operaia», dunque le speranze, le utopie, i desideri che un tempo erano così pressanti mentre adesso s'infrangono nei pixel dei display disegnati a Cupertino. Fino a riscoprirsi uniti, sul finale, in un disincanto che si rifugia in Prévert ed è ancora in grado di guardare al futuro con speranza. La regia e i semitoni recitativi edificano per noi un'intimità credibile, capace di trasfigurazione, basta una lieve amplificazione e davvero ci pare di tornare a quando eravamo studenti, anche noi al Guasto a discutere di teatro e di futuro. Ma la natura iperbolico-grottesca di questi personaggi, la caratterizzazione che scolora ogni sfumatura ci pare rischi di fare lo stesso gioco della stasi che si vorrebbe mettere in discussione.



Giunti sotto le due torri inizia il terzo episodio, Per l'amor del cielo di Milena Magnani. Seguiamo le gesta di una contessa e del suo girovagare di fronte a un arco di folla che sì è radunata, seguita da una corte di paggi e da un dignitario. Sul parapetto del terrazzo della Torre degli Asinelli si sporgono le donne che avevamo visto nel primo episodio. Hanno occupato la torre, protestano rievocando lotte partigiane e battaglie di emancipazione, gridano slogan, elencano le molte torri che sono state abbattute, da quella di Radio Alice alla torre della streetart e delle periferie libere. Chiedono che il diritto a guardare in alto e a edificare immaginazioni sia concesso a tutti, non solo a una élite aristocratica. Piovono dal cielo matasse di fili rossi e santini che ritraggono figure di artisti, di inventori, di visionari dalle cui biografie è necessario apprendere per rimettere in movimento la città: il Monari che scalò le torri a mani nude, il Marconi inventore della radio, la Masina Giulietta degli spiriti, il de Berardinis del Teatro di Leo (e di Novecento e mille, spettacolo al quale il titolo di questo si richiama). E tanti altri. Sotto al coro delle occupanti, che urlano al megafono, conduce le “trattative” una strepitosa Francesca Mazza (spalleggiata da Eva Robin's), altolocata deuteragonista che mobilita l'attenzione di un racconto che si fa vero e proprio teatro di strada, modellandolo con richiami vocali che attraggono i passanti, intersecandosi nella folla e per tratti abitando lo spazio “nudo” e non protetto della via Ugo Bassi. Siamo pronti per il finale: Per amor del cielo, Bologna, ricomincia a sognare! Torna a «sfidare le alte quote!» Ci salutiamo felici e contenti? In parte sì, in parte no.

Torniamo a casa dopo un tentativo, raro di questi tempi, di sfidare la città, di interrogarla, di abitarla da una prospettiva che esce dagli edifici teatrali per abitare uno spazio aperto, a tratti non garantito. Sotto alle torri si crea un capannello di persone incuriosite, attratte dal momentaneo sovvertimento del panorama consueto. Non si tratta però dello stand di una radio commerciale o del camion tv di un reality, come è ormai naturale nei centri storici delle nostre città, ma di uno spettacolo teatrale, che sceglie per giunta di “fare nomi” di figure non allineate, poco note al grande pubblico. Poco per contrastare lo spirito dei tempi, per metterlo in discussione? Forse, ma di controcultura in giro non ne resta ormai che qualche timido bagliore, spesso in coda per l'aperitivo. Va detto che importanti segnali in tale direzione, sempre a Bologna, li abbiamo avuti anche di recente, con il concerto di Winter Familiy organizzato da Ateliersi alla Chiesa dei Santi, con i progetti dell'Itc Teatro qualche anno fa in Piazza Santo Stefano, o con le peregrinazioni pasoliniane di Archivio Zeta. Progetti da sostenere.

Dopo Bologna, 900 e duemila si può discutere allora su quale immagine possiamo dare di noi, per capire come ci raccontiamo, per dibattere su come sfidare gli spettatori, anche quelli del tutto ignari e distanti. Ci sembra sempre più urgente chiedersi collettivamente come incontrare nuove persone, come condividere le nostre persuasioni, in cerca di una delicatissima misura che permetta di evitare sia un'inerte autoaccondiscendenza sia una sterile provocazione. Vogliamo rispecchiarci, nel teatro e nei suoi discorsi? Troviamo che sia un'occasione per conoscere? Vogliamo vedere confermate le nostre convinzioni? Possiamo ancora considerare il teatro come una rivelazione, un incontro con qualcosa che non avevamo previsto o pensato? E questa rivelazione può avvenire ormai solo per noi che guardiamo e che “facciamo” o anche per i tanti altri che del teatro non se ne fanno nulla? Anche grazie alla sua natura di autobiografia di una collettività, ci pare che Bologna, 900 e duemila abbia saputo trovare un equilibrio fra tali questioni, ora confermando aspettative e stereotipi ora spaesandoli e discutendoli, con leggerezza. Insomma ci ha posto alcune domande sulla città, sul nostro sguardo, sull'arte.


Bologna, 900 e duemila; un progetto di Andrea Adriatico per Teatri di Vita. Tre autrici, tre pezzi di storia, una città: Porta della Rocca Ostile di Simona Vinci, Scalinata del Pincio; Bo Bohème di Grazia Verasani, Giardino del Guasto; Per amor del cielo di Milena Magnani, Torre degli Asinelli. Per Anna Amadori, Rossella Dassu, Olga Durano, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Eva Robin’s, Carolina Talon Sampieri, Selvaggia Tegon Giacoppo; e per Anas Arqawi, Leonardo Bianconi, Gianluca Enria, Luca Forestani, Francesco Martino, Lorenzo Pacilli, Alberto Sarti, Davis Tagliaferro; prodotto con la cura di Stefano Casi, Daniela Cotti, Saverio Peschechera, Alberto Sarti, Corrado Trincali; supporto tecnico di Salvatore Pulpito, Rabii Sakri; con il supporto tecnico di Protec Ambiente e Dynamo la Velostazione di Bologna, FRIDA’s Italian Flower Stores; produzione Teatri di Vita, con la collaborazione del Teatro Comunale di Bologna e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, MiBACT e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, nell’ambito di CONCIVES 1116 – 2016 Nono centenario del Comune di Bologna sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Prima assoluta: Bologna, 15 maggio 2016.


di Lorenzo Donati
 

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