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Crepino gli spettatori. Xavier Le Roy, "Senza titolo", Live Arts Week

Grazie al lavoro di Xing possiamo dire di conoscere con un certo grado di vicinanza il percorso di Xavier Le Roy. Danzatore e coreografio francese, di formazione microbiologica e iniziatore con altri della un tempo denominata “non-danza", forse la sua peculiarità più evidente sta nell'essere un precursore. Mentre noi ci affannavamo a studiare le mutazioni prodotte dall'estensione degli archivi digitali, lui già tentava di assimilare la tecnica Butoh attraverso filmati YoTube (Product of other circumstances, 2009, visto a Bologna nel 2011); mentre noi iniziavamo a mettere in pratica un'idea di web come “conversazione”, lui intercalava le azioni coreografiche con dialoghi “aperti” fra pubblico e spettatori (Low Pieces, 2011, visto anch'esso al Teatro Duse di Bologna).


Low Pieces

In questa quarta edizione di Live Arts Week, che prosegue quest'oggi 25 aprile e chiude domani con l'installazione HPSCHD ispirata a John Cage, la presenza di Le Roy è stata una ideale soglia di ingresso teorica, riattraversabile come accompaggnamento giornaliero con l'installazione live Untitled 2005/2015. Siamo all'Ex Ospedale dei Bastardini, definito dagli organizzatori un «villaggio palazzo», edificio nel cuore del centro cittadino le cui stanze sembrano state apposta svuotate e sgrezzate per diventare l'habitat delle Live Arts. Giovedì 23 Le Roy ci ha accolti con Untitled, presentato come una Lecture a proposito di una supposta performance “senza titolo” e senza autore del 2005.



Andiamo a teatro, a un concerto, a una performance e ci aspettiamo di incontrare qualcuno che ha preparato qualcosa per noi. Le Roy inizia dicendo di essere stato colto da amnesia, afferma di non ricordare il contenuto della sua Lecture e, attraverso una serie di domande “aperte”, fa scaturire un dialogo fra noi “spettatori” e lui “artista”. «Qualcuno ha visto quest'opera? Come poteva essere? La presentazione parla di oscurità, forse era buio». Dal pubblico qualcuno propone di abbassare le luci, e così accade. «Leggereste un libro senza conoscere l'autore?», chiede Le Roy, e noi rilanciamo con domande a lui rivolte, per interrogare la sua amnesia e per smascherare la sua finzione: «Perchè dici di esserti dimenticato? Come sarebbe la performance che vorresti vedere? Forse questa disposizione teatrale non è corretta?», e così via, fino a trasformare il dialogo in una manifestazione concreta degli User Generated Contents. Ovviamente anche Le Roy ha preparato qualcosa per noi, ma non si tratta di un oggetto, bensì dell'architettura leggera di una conversazione, «cioè una forma d'arte la cui intersoggettività forma il substrato e che assume come tema centrale l'essere-insieme, l'”incontro” fra osservatore e quadro, l'elaborazione collettiva del senso» (Nicolas Bourriaud, Estetica Relazionale). Diremmo di trovarci nel mezzo di un esperimento (riuscito) di “crowdperformance” autoriflessiva, resa possibile grazie all'alto grado di adesione che manifestiamo nei confronti della proposta e del suo autore, forse ancora prima di conoscerne i confini (e dunque sconfessando nei fatti la sua tesi di partenza)... tutti contenti, dunque, per esserci riconosciuti e ritrovati? In parte è così, ma poi si scende al piano inferiore, dove Untitled 2005/2015 prosegue con una speciale azione live.


Xavier Le Roy, Sans titre

Le Roy ci attende sul fondo di una sala allungata, dalla parte opposta sta a terra una silhouette umana nera, l'oscurità smargina i contorni di ciò che vediamo. Ci disponiamo sul perimetro, Le Roy assume la stessa posizione della sagoma a terra, creando una sorta di “doppio” specularmente disposto. Ci accorgiamo dell'esistenza di fili neri, scopriamo che la silhouette è una marionetta pronta a prendere. È un pupazzo, ora lo capiamo, che reagisce muovendo arti, schiena e testa in base ai movimenti di Le Roy, la cui danza a terra fatta di giunture articolari di braccia e gambe che si piegano sembra essere funzionale al movimento del suo doppio. Il pupazzo cattura la nostra attenzione, fagocitando quella che prima avevamo riservato al suo manipolatore. La copia avanza le sue pretese al punto da rendersi perfetta, migliore dell'originale, la vediamo sollevarsi in aria, assumere le sembianze di una saltatrice con l'asta, di un funambolo, in una dimostrazione di teorie dal sapore kleistiano: «Queste marionette presentano inoltre il vantaggio di non essere soggetto alla legge di gravità. Dell'inerzia della materia, la proprietà più avversa di tutte alla danza, esse non sanno nulla: dal momentro che la forza che li solleva in aria è maggiore di quella che li incatena alla terra. Che cosa non darebbe la nostra cara G... per essere trenta chili più leggera o perché un peso di quella grandezza le fosse d'aiuto nelle sue piroette e nei suoi entrachte?» (Heinrich Von Kleist, Sul teatro di marionette)


DanceForms Software, Merce Cunningham

Fine. Le Roy prende il suo doppio e lo accoccola in un incavo della stanza. Esce gettando uno sguardo insistito a un lato. Lì qualcosa si muove, è una massa scura che capiremo essere formata da corpi intrecciati, sembrano in preda a un movimento involontario, prodotto da riflessi muscolari automatici. Qualcuno di noi si avvicina per capire. Altri restano appoggiati alle pareti, interdetti. A un tratto, ripensando alla Lecture del piano di sopra, una rivelazione: ansiosi di partecipare, convinti di avere “prodotto” la performance tanto quanto l'artista, persuasi di essere un “doppio” dell'arte eccoci lì, tramutati in copia perfetta che ha sostituito l'originale. Ma adesso non c'è più nessun artista, anche perché non c'è nulla più da vedere. C'è un residuo che si agita a terra, un magma scuro, un buco nero che presto non vedremo più.



Live Arts Week prosegue quest'oggi, 25 aprile. Da segnalare l'incontro con gli artisti First Person Plural (16.30/18.30), Fronterizo II. The Melograno Session, ambiente performativo collaborativo a cura fra gli altri di Luca Trevisani e MK, e Vera Mantero & guests che presenta Until the moment when God is destroyed by the extreme exercise of beauty


di Lorenzo Donati
 

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