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Un teatro in mezzo ai campi: 8 aprile con le Ariette


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''La formazione del nuovo pubblico'': un convegno sabato 25 marzo ad Albenga


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La cultura nell'economia italiana: il 13 gennaio un convegno a Bologna


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Dalla Cultura alla Scuola: ''Cosa abbiamo in Comune'', il 7 settembre a Bologna


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Apprendere dal male. A.H. di Antonio Latella

La menzogna innesca il male, ma è necessaria tanto quanto il linguaggio è necessario alla sopravvivenza. Il regista Antonio Latella affida la riflessione che costituisce il suo A.H. a Francesco Manetti, che non è solo l’attore sul palco, ma un corpo vivo che trasforma il pensiero del regista in energia. In scena poco altro: un foglio da disegno piazzato in posizione verticale in fondo al palcoscenico, due secchi con del borotalco e un piccolo manichino. Manetti indossa abiti monouso di colore bianco ed è in principio un insegnante che trasforma il teatro in un’aula e il pubblico in una scolaresca. Il bianco è riflesso di pulizia, verità, fiducia, qualità fondamentali per chi è intento a mentire. La menzogna è la madre del male, è quella manovra che permette all’uomo di capovolgere la realtà per proprio tornaconto, e più si è abili in questa azione, più il proprio potere può aumentare. I segni di ogni linguaggio non sono altro che meccanismi di controllo e il “professor” Manetti lo spiega in maniera chiara citando il libro della Genesi e in particolare la prima lettera della Torah: Bet, ovvero l'iniziale in ebraico della frase “In principio Dio creò..”. Manetti dipinge la Bet sul foglio bianco, un rettangolo privo del lato sinistro, al centro del quale aggiunge un punto, il riferimento che riempie il vuoto e gli dà un senso. Cosa accadrebbe se quel punto fosse cancellato? Da questo momento in poi, l’attore inizia la sua trasformazione abbandonando le vesti del docente, custode della verità, per indossare la maschera del male per antonomasia: Adolf Hitler.



Il punto non è altro che il baffetto del führer che converte l’uomo in un demone e Manetti lo restituisce al pubblico attraverso una mano posta sulla calvizie e l’indice insieme al medio dell’altra collocati tra il naso e il labbro superiore. Il protagonista non è l’uomo Hitler ma ciò che simboleggia, costruito pian piano attraverso un corpo che si muove, danza, mima, suda e si stanca.
Dopo un lento strappare in «cinque milioni e novecentomila» pezzi il foglio bianco, un momento in cui il ritmo incalzante della “predica” precedente scema visibilmente assieme all’attenzione dello spettatore, le mani tornano libere e la maschera questa volta è affidata alla nutella che Manetti si spalma prima in testa e poi sul viso per marcare i pochi capelli e il baffetto del dittatore, in uno dei rari momenti di ironia della pièce. «Quali mani che hanno fatto la storia non grondano sangue?» è la domanda che il protagonista si pone rivolgendo lo sguardo alla platea».
L’apice della performance avviene subito dopo: Hitler mima magistralmente, come in un gioca juer, l’uso di alcuni tipi di arma fabbricate dall’età della pietra fino ai giorni nostri, creando il dolore e la morte, la guerra che l’uomo conduce contro se stesso su un corpo che è mezzo, azione e luogo del dramma. Il male può dirsi compiuto? Non ancora, perché il sudore scioglie la maschera e anche il grande dittatore resta nudo dopo essersi strappato i vestiti con rabbia e frustrazione, piange, si lamenta, mostra la debolezza profonda di un essere umano che si serve del suo male interiore per vivere, o forse per sopravvivere a se stesso. La nudità del corpo vivo di Manetti si contrappone al manichino al quale il performer si avvicina pian piano, affaticato, spostandogli prima un arto poi un altro, interagendo con un pupazzo che pare muoversi da solo; quando è ormai pronto a vagare per il palco con le proprie gambe, ecco che Manetti mima il crescere del suo naso, e il burattino diventa un Pinocchio costretto a mentire per comunicare. Lo spettacolo si chiude sulle note, (un po’ telefonate), di Hitler in my heart di Antony and the Johnsons, con Manetti nudo mentre si cosparge di borotalco, offrendosi al suo pubblico finalmente purificato. 

Nello spettacolo appare chiaro il rapporto costante che l’uomo vive con il suo male interiore, male che spesso trova pace solo trasformandosi in desiderio di conquista e affermazione sull’altro. Tuttavia il puntino, il baffetto, attorno al quale si sviluppa tutta la drammaturgia non sempre riesce a “mordere” lo spettatore in maniera costante. Non basta evidentemente il corpo dell’attore a tenere in pugno il pubblico per un’ora e mezza, si ha la sensazione di viaggiare su un’autostrada a tre corsie con la destinazione che si scorge, in perfetta sicurezza. Da teatro si esce consapevoli di avere assistito ad una pièce ben congeniata, che però a nostro avviso tocca alcuni temi cruciali ma non li approfondisce: Hitler alberga ancora nei nostri cuori? È un monito a non ricadere nel male o una constatazione che dalla maschera di Hitler non ci si può liberare fino in fondo? È possibile che il confronto quotidiano con il puntino, con l’idea, con il baffetto possa cambiare la storia senza che le mani grondino di sangue?

Davide Di Lascio

 

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