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L’abietto senza suggestioni. Nerval Teatro e Le presidentesse di Schwab

«Io non ho paura delle brutte parole e neanche della vera merda. Volete sapere com’è? È molle e, quando è fresca, è anche calda. La gente dice sempre: cavolo, mi si è tappato il cesso, presto, chiamate la Maria, che quella lo fa senza. Perché sanno che la Maria non si mette i guanti di gomma quando infila la mano nella tazza. […] Perché a me non fa schifo, proprio per niente, frugare con la mano nella tazza: è un sacrificio che faccio per Gesù Cristo nostro Signore che è morto per noi sulla Croce». Immersi fino alle pupille nel lato più ripugnante della vita umana, i tre personaggi femminili de Le presidentesse di Werner Schwab non si agitano per saltare fuori dalla fossa di escrementi in cui si trovano. Ne stanno invece dentro mischiandola al sacro ed evocandone l’odore pungente per farlo annusare anche al pubblico. È un testo così acre e osceno, quello messo in scena da Nerval Teatro al festival Trasparenze di Modena, che i continui tuffi dentro alla coprofagia, al sangue e alle viscere finiscono per diventare quasi attraenti proprio perché così intensamente disgustanti. Questo è d’altronde l’effetto tipico dei testi di Schwab, tormentato drammaturgo austriaco morto a 35 anni per overdose di alcol. E su dei testi così indiavolati, la prova teatrale non può che essere molto complessa da affrontare. Il regista Maurizio Lupinelli, che con Nerval Teatro ha dedicato a Schwab un progetto triennale, ha deciso di farlo concentrandosi sulla nudità del testo originale e su un registro di recitazione particolarmente accentuato. Per il resto, non ci sono elaborate scenografie ad approfondire la cornice grottesca, né particolari musiche di scena a far vibrare maggiormente l’inevitabile repulsione della platea. A tentare di riempire la scena da sé ci sono lo stesso Lupinelli, conturbante nei panni femminili della pensionata Erna; la giovane Elisa Pol che impersona brillantemente l’anziana e perversa Grete; e Federica Rinaldi, scoperta da Lupinelli nel corso dei suoi laboratori con alcuni disabili psichici e ne Le presidentesse eccezionale e potente presenza nel ruolo di Maria, interpretatrice libera e interiore del suo personaggio proprio grazie alle sue fisicità e psicologia diverse, tanto che, per quanto il tentativo sia evidente, è inevitabile che un nodo sciolto come quello della Rinaldi – amplificatore naturale di ciò che Schwab comunica – fatichi a raggiungere una piena e armonica alchimia con ciò che sta su un piano altro, ovvero le recitazioni costruite di Pol e Lupinelli. Ma a questo gioco ci si può prestare proprio perché il suo difetto è palese sin da subito – e la forza del difetto interiore fa parte dell’intensità di questi tre personaggi.



Al testo turpe e tormentato de Le presidentesse gli attori inizialmente non si abbandonano; non sono nudi a indossare la merda di cui parlano continuamente ma si limitano a evocarla con una recitazione spiccata, circondati da una scenografia che mantiene ancorati alla realtà (un tavolo, un water, una televisione) e praticando il gioco teatrale del rubarsi a vicenda l’unico posto a sedere disponibile mentre continuano a parlare, scontrandosi con le loro filosofie opposte tra il bigottismo e la perversione. Lo stridore iniziale tra la recitazione del parlato e la crudezza del suo contenuto impedisce di abbandonarsi all’inferno di sangue ed escrementi in cui si trovano le tre donne. Ma che questa sia una scelta registica precisa lo si capisce solo nella seconda parte dello spettacolo, che raggiunge un compimento più pieno. I tre personaggi si spostano infatti in fondo alla scena, in corrispondenza di tre microfoni. Sulla scarna scenografia della prima parte si spengono le luci, e le donne rimangono prive di protezione: Erna e Grete sono in piedi in secondo piano, l’una a fianco dell’altra; mentre Maria è seduta davanti a loro. Tutte e tre rivolte verso il pubblico, le donne pronunciano quel magnifico alternarsi di battute che è il testo originale di Schwab; un librarsi tra desideri emotivi che sono omicidi e inculate ed eccitamenti, un paradisiaco sfogo di istinti in mezzo al lurido. «È dura mangiar merda senza avere visioni», declamava un verso di Allen Ginsberg nel ’55; e infatti le tre donne, che di quella merda hanno dimostrato di ingoiarne quotidianamente durante la prima scena, si dedicano ora alle allucinazioni a occhi aperti in cui costruiscono una festante orgia dove ognuna ha i propri uomini e desideri ai piedi, pur non abbandonando i riferimenti ai cessi da sturare di Maria, alle perversioni sessuali di Grete e al bugiardo perbenismo di Erna che fanno parte del loro quotidiano. Per rappresentare tutto questo, la scelta di Lupinelli è qui più minimalista ed efficace: gli attori recitano i dialoghi, ognuno al suo microfono, scatenando un lungo loop ipnotico di parole che può portare lo spettatore ad ignorare il significato del contenuto per concentrarsi sul contesto così istintuale e sugli affascinanti gesti della recitazione: sapendo di trovarsi in una fossa senza uscita, non resta che abbandonarsi alla sua contemplazione ultima. Qui la Rinaldi risulta particolarmente incantatrice, con la bellezza dei suoi movimenti naturali e della sua difficoltà di pronuncia – caratteristiche della sua disabilità – che portano tutti gli sguardi su di lei e sui suoi intrecci con le battute di Pol e Lupinelli, qui più organici rispetto alla prima parte. Fino ad arrivare al climax finale dell’omicidio di Maria da parte delle altre due donne, il definitivo atto di liberazione dalla merda in cui si trovano lei e l’umanità intera: «Che strano odore ha l’interno del corpo umano. E quanto sangue ha l’uomo nella sua carne – afferma Erna dopo avere tagliato la gola a Maria – E per di più avrà di sicuro anche la testa piena di merda. Mi piacerebbe controllare. Che senso di pace tutto questo sangue rosso… E dire che io avevo sempre pensato che quando uno muore, dentro il cadavere si sfasci tutto». E il senso di questo processo di ascesa arriva proprio nell’ultima battuta: «In questo paese ognuno ha uno scheletro nell’armadio o un cadavere nascosto in cantina».



Usciti dagli orizzonti neri e intimi di Schwab, irrompe un senso di spiazzamento per una visione del reale così sporca e violenta. Uno scarto ancora più accentuato da questa rappresentazione di Nerval Teatro, che con la scenografia asciutta de Le presidentesse sembra non avere voluto scavare nella dimensione psichica e maledetta richiamata dall’autore austriaco, per lasciarla contemplare dall’esterno così come fanno Erna, Grete e Maria che spesso parlano di se stesse in terza persona. L’assenza di qualsiasi trasfigurazione rende il testo completamente spoglio e concentra l’impatto sulla parola pronunciata dai tre attori, sull’estetica del campo semantico legato all’abietto. Ma è il significato di questa scelta a essere circondato da un dubbio: si tratta di una fallimentare resa davanti alla fatica di scavare nelle complesse pieghe mentali di Schwab? Oppure di una precisa scelta di affrontare sfacciatamente, senza interpretazioni né filtri né trasversalità, ciò che l’autore austriaco scrive altrettanto schiettamente? Le chiavi di lettura immaginifiche de Le presidentesse aiuterebbero di certo lo spettatore a entrare direttamente nella turbe psichica schwabiana, ma forse l’intento di Nerval Teatro è approcciarsi in maniera diretta al testo per mantenere la platea bloccata anziché suggestionata, rimandando i pensieri perturbanti a quando gli spettatori tornano a casa e provano ad addormentarsi con quelle parole e quelle immagini che ancora girano intorno alla mente e cominciano a fare il loro angosciante effetto. Il teatro, in questo caso, diventa allora un’occasione per manifestare e stimolare certe visioni anziché interpretarle. E chi si aspettava – pur legittimamente – un’interpretazione del dramma schwabiano, è probabile che rimanga con un senso di vuoto che può portare nel caso migliore a cercare certe risposte dentro se stessi, e nel caso peggiore a sentirsi non del tutto soddisfatti di questa messa in scena.


di Alex Giuzio


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