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Nuove dal Caos. Estratti da Terni Festival 2013

Durante le performance teatrali e le camminate affidate al caso, nelle sue contraddizioni architettoniche e urbanistiche, la città di Terni si è lasciata osservare. Qui, tra le acciaierie e il centro storico si trova il CAOS, Centro Arti Opificio Siri, ex fabbrica chimica, luogo polifunzionale e di produzione della cultura. E qui il Festival della Creazione contemporanea 2013 ha cercato di valorizzare i 6000 metri quadri disponibili, chiamando in causa gli invitati a un banchetto divino. «We gave a party for the Gods and the gods all came», «Abbiamo dato una festa per gli dei e tutti gli dei sono venuti», recita un verso del poeta statunitense John Giorno, scelto da questa ottava edizione per vaticinare la propria immagine.


Un wallpaint di Mp5 a Terni

Tra i maggiori esponenti della performance poetry ancora in attivo, l’autore è giunto sulla scena grazie al suo incontro artistico con Kinkaleri la cui ultima tappa del progetto All! - Someone In Hell Loves You (qui la nostra recensione) - ha chiuso in levare la manifestazione. Così aderire al lavoro del gruppo toscano ha coinciso per Terni con una collaborazione vincente e, in più, le ha concesso un unicum: stralci dalla Beat Generation e quattro giorni e due ore pomeridiane di ascolto poetico via telefono. Per noi l’esperimento (coprodotto insieme al Teatro Stabile dell’Umbria e a Contemporanea 13) ha preso il nome di Pasto Pubblico I All!, ma siamo negli anni Sessanta quando per la prima volta si parla di Dial-a-Poem, letteralmente “componi una poesia”. Un tavolo, alcuni telefoni e le voci di un gruppo di poeti, questa l’esperienza di divulgazione lirica di cui Giorno fu promotore in un periodo in cui, in parallelo al mutare del contesto comunicativo, si affermava una coincidenza tra mezzo e messaggio oggi connessa a geografie differenti. Perciò ‘chi ha fame’ e compie la telefonata, suggeriscono i Kinkaleri, può ritrovarsi in qualsiasi luogo al pari di chi, dal vivo, ‘dispensa il pasto’: tra pubblico e privato. I nostri corpi allora, insieme a quelli di John Giorno, Vittoria Puccini, Anna Ammirati, Daniel Blanga-Gubbay, Daniela Niccolò ed Enrico Casagrande sono stati tra loro lontani, ma connessi dalla lettura e intimamente attivi. Pensiero questo che per chi ha attraversato il Festival di Terni, riconduce anche all’attivismo artistico di Gianluca Costantini, i cui Political Comics, sguardi grafici sul reale sempre presenti in rete (si veda www.politicalcomics.info), hanno sostato in una sala del CAOS grazie al progetto “Mangiare sandwich di realtà”.

All’interno del Festival della creazione contemporanea, nella varietà di micro offerte ospitate, l’esplorazione degli spazi è proseguita in questo modo: tra segni e corpi artistici direttamente presenti sulla scena, mediati ed esposti in pubblico; corpi in migrazione verso una folla disgregante e alle prese con le proprie solitudini.
Dunque, nell’ordine, abbiamo prima ascoltato le voci di Cuocolo/Bosetti in The Walk, performance urbana che ha guidato gli spettatori, cuffie da turista museale alle orecchie, a seguire l’attrice Roberta Bosetti lungo le strade del luogo, nel tentativo di sovrapporvi un percorso già compiuto e da compiere. Quello della morte di un amico e quello di chi, di città in città, ne inscena l’elaborazione dichiarando il bisogno del cammino e dell’invenzione onirico/artistica. Le immagini sono varie, alcune restano nella mente: come quando, fermi in un vicolo, ci si è ritrovati di fronte a una delle targhe che ricordano la storia operaia di Terni, o quando, ristabilita la distanza con il pubblico, l’attrice ha mosso i passi sotto il porticato del Duomo, dando vita al racconto del proprio sogno/spettacolo. Così è trascorsa un’ora di attraversamento veloce, in cui i contorni del contesto cittadino si sono fatti sfuggenti e si è totalmente dipeso dalla guida. Più nel moto però, che nel racconto. In questa frenesia infatti, forse per l’eccessivo divario tra testo e scelta dell’agire urbano, la sensazione è che non si sia riusciti a rendere strutturali la necessità del cammino e quel recupero della meraviglia invocato al termine della performance. Al fine di condurre, realmente, al di fuori di uno spazio privato.


The Walk di Cuocolo/Bosetti

Fatto di ricerche di equilibrio personali, di cadute e pause tra un’altezza e l’altra, è stato invece il moto aereo della danzatrice francese Julie Noche in Nos solitudes, performance realizzata all’aperto, nello spazio dell’anfiteatro romano di Terni. Dove se da una parte la distanza dal palco e l’ampiezza della platea hanno ridotto la possibilità di cogliere le espressioni e gli sguardi dell’artista, dall’altra hanno avuto il pregio di disegnarle attorno il vuoto, accentuando il senso di solitudine plurale invocato dal titolo. Sospesa in un dispositivo di contrappesi, la minuta fisicità della Nioche ha alternato a lente oscillazioni, bruschi gesti che le permettessero di innalzarsi sul palco, fino a raggiungere nell’aria la stabilità verticale. E benché la prima parte del lavoro non risulti del tutto equilibrata (diverse le ripetizioni che ne minano l’incedere), l’insieme di suggestioni visive dai tratti circensi, ha affascinato sino alla fine nel momento in cui, caduti uno a uno i pesi per terra, si è disgregata la struttura di una meccanica umana, celeste.



Sulla scia di sensazioni simili il pensiero va a un pubblico diverso, quello dei piccoli, e alla coerenza compositiva di Joseph_Kids, performance ideata da Alessandro Sciarroni. Il lavoro, che ha visto in scena il coreografo Michele Di Stefano e la partecipazione del danzatore Marco D’Agostin, si rifà a Joseph, progetto del 2011 con il quale era iniziato il confronto tra corpo reale e virtuale. Affrontando un tema non di rado presentato all’infanzia, l’uso della tecnologia è stato qui riproposto come possibilità creativa. Sono tornati allora l’uomo solo, la sedia che gli fa rivolgere le spalle al pubblico, il tavolo con il computer dotato di webcam e uno schermo. Sempre a partire dalla mano e a finire col volto, il corpo dinoccolato di Michele di Stefano si è dunque immesso e sottratto allo sguardo artificiale: è stato deformato, raddoppiato nella presenza, avvicinato a quella del pubblico. Un gioco breve, svolto con ironia e capacità di stupire, che si è concluso nell’incontro fumettistico con l’altro: quando Batman (Di Stefano) e Robin (D’Agostin) uniti in principio da una videochiamata, si sono ritrovati sul palco. A danzare.


di Francesca Bini


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