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Magnitudini dell'interiorità. I-ON di Ivo Dimchev

Ivo Dimchev, performer bulgaro programmato nei teatri mezza Europa, entra in scena nella penombra e come prima azione indossa la sua solita parrucca bionda, l’accarezza, la liscia con cura e poi esce. Inizia così I-ON, l’ultima sua creazione presentata a Bologna in prima nazionale, in occasione del festival Gender Bender. E solo quando la luce della scena si fa piena, rientra con in mano la prima delle sculture di Franz West, artista austriaco che negli anni Settanta creò gli Adaptives: sculture astratte "portatili" concepite per essere utilizzate, maneggiate o "indossate" dai fruitori. Sulla scena il performer è alle prese con due Adaptives e pochi altri oggetti, con i quali duetterà in un serrato corpo a corpo.
Tutte le sculture sono di legno, una materia viva, che nella sue mani si infiammerà. Le sculture divengono partner muti, chiavi d’accesso dalle quali partire per inabissarsi nei paesaggi umbratili della sua psiche, ma sempre partendo dalle viscere. La presenza in scena di Dimchev è istintiva, imprevedibile, irrazionale, ma al tempo stesso riesce sapientemente a giocare con i registri e a spiazzare lo spettatore diventando persino lieve e ironica. Come quando fa capolino da una sorta di pulpito, con le mani tonde sugli occhi come fossero un binocolo, e subito dopo vi si sdraia prono, lo fa inclinare fino a farlo cadere e a questo punto ci nuota sopra. Lo spettatore non sa dove verrà condotto l’istante dopo, è disarmato e si affida completamente, costretto a stare ancorato al presente, con i sensi vigili, pronto a ridere o a sprofondare in voragini buie.
Lo spettacolo di Dimchev, evocando anche il recentemente scomparso West, non può non far pensare all’azionismo viennese, corrente adiacente all’happening e alla performance, ma che l'artista bulgaro declina evidenziandone le matrici sado-masochistiche e autolesionistiche, capaci di dissacrare il corpo e le sue funzioni, incluse quelle sessuali. L’azionismo viennese conserva però una certa matrice psicologistica che il bulgaro mastica e risputa come fosse un bolo, grazie all’uso di una voce profonda proveniente da interiora lontane e vischiose. La voce è campionata sul momento e restituita come se fosse un’eco proveniente dall’inconscio, sopra il quale Dimchev canta con leggerezza apparente. Anche i rumori prodotti dalle azioni si sovrappongono all'eco, ma tutto è troncato dalla successiva azione, che decreta la morte della precedente.
Siamo già nel quadro successivo, catapultati dentro un’altra densità. Non si passa da un momento all’altro progressivamente, le azioni precedenti non introducono le successive. Si tratta di assassini continui, cambi di registro e atmosfere. È simile ai bambini, Dimchev, nel suo sprofondare dentro a una realtà che dalla sua mente, o meglio dalle sue budella, fuoriesce prendendo una forma con la quale sa giocare: la parrucca che fino a un attimo prima gli copriva il capo si trasforma nelle sue ossessioni/pulsioni, fino a diventare una barba. Lo stesso fanno le sculture: un ramo a forma elicoidale, indossato in modo orizzontale come se fosse un cappello, lo fa diventare un capro. Ed è così, con azioni semplici, che il performer bulgaro ci fa rabbrividire e sorridere nel giro di pochi minuti.

[Spettacolo visto a Bologna, ottobre 2012]


di Agnese Doria


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