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Displace di Muta Imago
 
In un bagliore leggero che lascia appena penetrare lo sguardo, la facciata cadente di un muro, alto al centro del palco, è segnata, scolpita dall'erosione, da rughe che quasi ne raccontano gli anni: il chiaroscuro dei solchi disegnati dal tempo sembra un paesaggio, un'espressione, materia che s'illude spavalda di restare, promette impacciata un'immagine del passato, una narrazione. Ma la polvere lascia cadere a terra le sue forme senza più ricordarle; la memoria rimarrà solo nel suono lontano di una richiesta: una sagoma nera si disegna sul proscenio, a preannunciare la fine, a implorare ricordo (When I'm laid in earth da Didone ed Enea di Purcell). È quel canto a far rivivere nell’illusione la storia rimasta nelle concavità della roccia: muove le luci ad animare di ombre immateriali quella terra desolata, ne guida il respiro.
Con Displace, presentato al Romaeuropa Festival lo scorso novembre, i Muta Imago tornano a fare i conti con la memoria. Non nascondendo un certo fascino verso il realismo magico, la compagnia romana ha spesso concentrato la sua ricerca sul rapporto paradossale tra reale e insostanziale: se da un lato il presente, il reale in cui sempre siamo immersi, è inafferrabile poiché scivola ogni istante nel passato; dall'altro l'insostanziale, ciò che non è più o non è ancora, l'immaginario, il sogno, il ricordo possono essere sentiti tanto da farsi presenti. Prima ancora che a livello tematico, questa tensione fra concreto e onirico interviene nell'atto creativo: sia nella regia di Claudia Sorace, dove acquista la consistenza della luce e appare immagine in ombre, sagome, riflessi; sia nella drammaturgia di Riccardo Fazi che, pur nutrita da stimoli più diversi, cerca una sintesi che tenda il montaggio alla narrazione. 
Displace, tappa finale di un progetto nato del 2010, non è quindi un vero esilio per i Muta Imago, il terreno che lavorano non è a loro inusuale, inesplorato; eppure una ferita, una crepa dolorosa pulsa dal basso spostando il loro sguardo: è il distacco, la lontananza di chi sente la fine tanto imminente da saperla già avvenuta, di chi ha perso troppo per sanarsi nel ricordo, troppo per immaginarsi un poi. Qui nessun riflesso appare a rispecchiare ciò che è andato, nessuna ombra si proietta nel futuro.
Lo spettacolo, muovendo da # 2 Rovine (seconda performance del progetto), inizia con l'imponente muro, il rudere al centro del palco, che crolla in pezzi lasciando un buio vuoto. Nell'oscurità le timide luci di quattro torce si muovono, basse, a rovistare tra i resti in cerca dell’ombra di un passato che non apparirà: sul palco, tra le macerie, restano solo quattro corpi rapaci e l'eco del crollo. L’indagine si sofferma, al di là di ricordi e attese, a esplorare il dramma di queste fisicità presenti: moderne troiane, vive loro malgrado, che avrebbero preferito morire con i morti e non abitare questa vacuità, quest'oscurità.
# 1 La rabbia rossa, che occupa la parte centrale dello spettacolo, segue queste teste curve fasciate dai cappucci che si trascinano, come brandelli, su percorsi geometrici disegnati al suolo da stretti fasci di luce: è umanità assente che cammina noncurante, vite alienate, pure animalità che non sanno il passato e non pensano il futuro. Nello spaesamento che annichilisce la società, la politica, che ammutolisce la cultura, non c'è bisogno di un altro tempo o luogo, ma di un luogo-altro, di un tempo-altro, e lo ritrovano in sé: io sono. Le troiane stracciano i veli e mostrano fiere il loro volto; si affermano nervi e carne, sudore e schiocco di frusta, “qui e ora”: «Infierirò come tempesta, porterò deserto e desolazione: io sono il motivo del mondo». Luminoso e inquietante il soggetto si scopre forza produttrice e potenza distruttrice: incendiario misura tutte le cose eliminando ciò che non si calibra a esso, creatore ebro delle possibilità infinite della tabula rasa. 
Le troiane regnano spavalde, ma la voce torna: «Remember me, but forget my fate». Il disegno sonoro, ultimo elemento trattenuto a forzare la scena verso una dimensione altra, impalpabile, torna in primo piano col canto barocco, pesante come una sentenza: il crollo è inesorabile. La fine inscritta in ogni azione spezza la corsa di quelle vite sul palco, dirada con pioggia pesante anche le forme nascoste nella polvere alzata dal vento, finché lo stesso spettacolo non si sgretola di fronte ai nostri occhi, scoprendo il teatro che l'ha contenuto: la luce si alza, celeste come un'aurora, a illuminare la piccola porzione di palco dove tutto è stato rappresentato. Il pubblico è paralizzato di fronte alla visione nuda della scena, tra il nulla e il tutto possibile, qui e ora. Nel vuoto silenzioso, rimbomba assordante la richiesta di memoria, di sogno, di progetto, di ciò che i sopravvissuti straniati non riuscivano più a vedere, di ciò che gli individui pieni di sé mandavano al rogo: il ricordo non è automatico, non torna vivo nei soli resti, e il futuro non è pacifico perché ogni speranza muore nascendo; senza di essi, però, il presente stesso sembra finire, si annienta.
Il paradosso resta e, nonostante sia ruotato il punto di vista, i Muta Imago continuano a lavorare immersi nella tensione (tra reale e immateriale, tra creazione e distruzione) e la eleggono a motrice del loro atto creativo, ne elaborano le ambiguità, fascino e pericolo. In Displace, però, come in Via Plaiola 29 (radiodramma presentato dai Muta Imago di recente su Radio3) ogni attrito sembra consolarsi, nell'ultima scena, in un sogno o in una visione. Delle funi innalzano i lembi del palco come ali di gabbiano, li chiudono su se stessi a immaginare la prua di una nave: ogni granello di memoria sarà salvaguardato, mentre la pioggia e lo sciabordio delle onde arrivano ad assicurare un futuro migliore. Più che il risultato di una ricerca, o l'affermazione di un principio, nel finale appare la riproposizione di quegli intenti già espliciti nell'atto creativo: «Noi chiediamo di poter celebrare l'insostanziale» (Gianni Celati). Chi affolla l'arca del teatro, chi lotta già per un significato, ne esce pacificato senza occuparsi del perché, senza dover sapere cosa gli impedisce di abbandonarsi ai flutti di una fine che comunque gli spetta.

Articolo pubblicato nel novembre 2011


di Matteo Vallorani


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