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Gustavia di Mathilde Monnier & La Ribot
 
Due coreografe di fama internazionale, uno spettacolo occasione d’incontro di background, generi, forme artistiche differenti, il tutto amalgamato nel registro vivace e irriverente di un burlesque vecchio stile.
Incontriamo Mathilde Monnier e La Ribot in occasione del debutto nazionale di Gustavia a Vie, per parlare di questo lavoro nato dall’incrocio delle loro poetiche. Chiediamo loro di svelarci riferimenti e ispirazioni, punti di partenza e di arrivo, tra aromi di caffè e profumo di cornetti, in un’assolata mattina modenese d’inizio ottobre.

Com’è nata l’idea di lavorare insieme in Gustavia?

Monnier - Maria ed io ci conosciamo da molto tempo, fin dagli anni Ottanta; abbiamo sempre seguito con interesse l’una il lavoro dell’altra, spesso confrontandoci su problematiche simili, seppur con linguaggi diversi. Gustavia è una performance nata molto semplicemente, dal nostro desiderio di condividere domande e idee finalmente insieme sulla scena.

La Ribot - Volevamo creare un unico personaggio femminile portato in scena da due figure distinte. Gustavia è un nome di donna, un nome che ha due corpi che sono riflessi contrastanti e rivelatori della stessa identità scenica.

Gustavia contiene una carica surrealista che spazia da Dalì a Bosch, passa per la frammentazione dei corpi in scena, attraversa la biomeccanica e riferimenti a Kantor. Arrivano agli occhi dello spettatore, consciamente o meno, numerose immagini e immaginari che proliferano nello spettacolo, in un gioco di allusioni e rimandi che offrono molteplici livelli di lettura.

Monnier - Non abbiamo lavorato con la piena consapevolezza di questi riferimenti, eppure sono chiaramente presenti nel risultato. La scenografia totalmente nera, ad esempio, mette in risalto i corpi che emergono come fisicità concrete ma provocano nello spettatore immagini molto personali, vicine al sogno e alle proiezioni dell’inconscio. Kantor è una figura molto importante per me, e lo è stato, sicuramente, anche per la creazione di Gustavia.

La Ribot – Oltre ai riferimenti diretti a Kantor, ci sono molti suoni e immagini che ricordano i suoi lavori: la predominanza del nero, le tavole che trasportiamo, il rumore che fanno quando sbattono tra loro. Sicuramente gli immaginari più forti che Gustavia contiene rimandano al surrealismo, all’espressionismo, ma anche al cinema noir e a quello muto: questo lavoro sembra essere lontano nel tempo, come se provenisse dal passato. Gustavia è uno spettacolo ricco di elementi che convergono un po’ da tutte le parti: abbiamo lavorato mescolando tanti riferimenti, molto spesso più personali che storici. La cosa sorprendente di questo lavoro, allora, è vedere come questi mondi e immaginari così disparati alla fine riescano a ricostruire la storia dell’arte e del teatro.

Come un’eredità che tutti noi ci portiamo dietro...

La Ribot - Sì, e che esce fuori ovunque, in qualsiasi cosa facciamo.

Monnier - È come risalire alle origini del teatro, di questa scatola nera che lo rappresenta e di tutti i fantasmi che la abitano. È lì che Gustavia è nata: il debutto è avvenuto in un piccolissimo teatro a Montpellier, una piccola scatola-gioliello in cui scena e platea sono molto vicine.

La Ribot - È una pièce che ricerca più nel passato che nella contemporaneità, che indaga le modalità con cui si possa essere presenti e interagire dentro il teatro, inteso nella sua dimensione storica.

Questa dimensione è evidente. Eppure, tra i vari riferimenti visivi che possono venire in mente, alcuni punti gesti e movenze ricordano quelli di certi videogiochi di combattimento.

La Ribot -  Anche questo è un aspetto non premeditato, ma sicuramente è presente nella scena della boxe.

Oltre a giocare con lo spazio, Gustavia gioca comicamente con i tempi teatrali: la scena iniziale è un pianto ininterrotto che sembra non finire mai, l’ultima è un lunghissimo “catalogo” in cui tentate di esaurire tutto ciò che può essere detto di una donna. La leggerezza è la via che avete scelto per portare in scena quelli che forse sono i due “nodi” di Gustavia, la femminilità e la morte.

La Ribot – Per questo spettacolo abbiamo lavorato principalmente sul genere del burlesque. E qui va fatta subito una distinzione: questo nome fa capo a due categorie di spettacolo molto diverse tra loro. Abbiamo, infatti, un burlesque femminile, tipicamente erotico; e quello maschile, comico, incarnato negli anni da figure come Buster Keaton, Jacques Tati e Peter Sellers e che emerge in Gustavia, attraverso il personaggio di una donna e le sue due rappresentazioni fisiche in scena.

Monnier – Volevamo creare una donna capace di essere comica, far ridere con il corpo, senza per forza essere erotica o brutta. Il gioco è tra la piccolezza dell’azione e la sua durata. Il pianto nella prima scena è un lamento sottilissimo, fragile, che viene portato avanti fino allo sfinimento.

La Ribot - Il “catalogo mozartiano” delle donne che chiude la pièce cerca invece di nominare tutte le possibili declinazioni della femminilità, tutti gli stereotipi e le conseguenti derive.

Monnier - Sì, rappresenta la donna-mondo. Siamo abituati a parlare, a pensare addirittura, per lo più al maschile: con Gustavia abbiamo provato a “dire tutto”, persino a raccontare gli uomini, parlando della donna e rigorosamente al femminile.

Giulia Tonucci

di Alessandra Cava
 

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