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Il corpo fragile. Virgilio Sieni | Ritratti

Forse si studia e si lavora tutta la vita non per costruirsi,
ma per tornare quelli che si era,
per riuscire a perdersi nuovamente nella semplicità del gesto.

Virgilio Sieni


L’oscurità di questo tempo inghiotte opere e idee nella fatica incongrua della sopravvivenza, eppure ci sono artisti capaci di sfidarla, tale oscurità, a volte con il tocco incandescente di una scintilla fugace, a volte con la possanza ringhiante del fuoco. Ma per creare un vero incendio la bellezza non basta: essa deve reagire con la libertà, con la capacità di uscire dai sentieri battuti, dalle abitudini indotte, dalla prospettiva economica che muta il gesto in profitto.
E come atto di libertà si presenta la danza di Virgilio Sieni, una danza a un tempo feroce e delicata, sacra e prosaica, fragile e portentosa, figlia di un artista oggi imprescindibile nel panorama internazionale delle arti performative. Si tratta di un percorso, quello di Sieni, che nello svolgersi di una carriera ormai trentennale ha saputo mutare pelle e sembianze, senza mai abbandonare l’esigenza verticale della ricerca, fino a raggiungere la nitidezza di una visione poetica sempre più affilata, che sembra porre la sopravvivenza dell’umano come unica pratica di resistenza possibile.
Quello che l’artista realizza, oggi, è simile a un carotaggio, quasi un affondare, fino a confondersi, con la sostanza stessa di cui è fatto l’uomo, scegliendo come mezzo di questa osmosi alchemica proprio la danza, il gesto, la figura. Dimensioni che vengono scavate per portarne alla luce l’essenzialità più evidente, la superficie più radicale, la più pura e, improduttiva, bellezza.

In principio era... l’immagine

Rispetto al tradizionale percorso di formazione coreutico, Sieni intraprende una parabola eretica, antidoto certo per allontanarsi dalla museificazione del codice. Il primo centro d’attrazione è infatti l’arte, la pittura, con una spiccata passione per il Quattrocento e Cinquecento italiano. Il segno, il disegno, la figura per Sieni arrivano prima dello studio del movimento, e la pratica della visione saprà poi essere trasformata in una ricerca figurale che proprio dalla capacità di restituire l’immagine pittorica prende linfa, accompagnando con una punteggiatura evanescente ma riconoscibile la danza del coreografo. Echi figurali sono rintracciabili ovunque nella trama della danza. A volte esplicitati, come in Visitazione>Mother Rhythm (2005) dove l’abbraccio lieve, il tocco eterno e fragile delle donne nell’omonimo dipinto del Pontormo diventa in scena una “partitura polifonica di torsioni e pesi”, che del gesto pittorico ripercorrono lo spazio, le tensioni, i toni. A volte i riferimenti alle figurazioni del Rinascimento e del Manierismo rimangono sottotraccia, emergendo però con improvvisa nitidezza nel chinarsi di un capo, nella piega di un polso, nell’umiltà di una caduta, nel profilo di una mano. La figura dipinta, la sua secolare sapienza, la sua memoria sedimentata nel segno sono il viatico di Sieni all’umanità del gesto, alla sua radice di senso, capace di scavalcare le epoche per emergere a una nuova vita sensibile trasformandosi nella voce silenziosa che parla dell’oggi attraverso il manifestarsi dei corpi.
A Firenze, la sua città, Sieni ha modo di conoscere i capolavori del passato poi, grazie agli studi al Liceo Artistico e in seguito alla facoltà di Architettura, entra in contatto con esperienze diverse, estremamente corporee, di arti visive: dall’action painting all’happening, passando per la body art e le nuove esperienze di performance, fino alla scoperta della sperimentazione del nuovo teatro, in particolare quello americano, con gli spettacoli di Bob Wilson e del Living Theatre.
Alla danza Sieni approda quindi dopo aver attraversato un tipo diverso di interesse verso il corpo, un corpo figurale ma anche un corpo in azione, presente nella cruda realtà del gesto. Un corpo artistico, teatrale e persino cinematografico prima ancora che coreutico. Ma infine il mondo della danza gli si schiude, rivelando il suo forziere di tecniche: prima quelle derivate dalla danza espressionista tedesca di inizio Novecento, nella scuola fiorentina di Traut Streiff Faggioni, per poi arrivare alla folgorante scoperta dell’universo di Merce Cunningham e delle ricerche di Steve Paxton. Dal 1979 al 1983 il coreografo approfondisce le sue conoscenze ad Amsterdam, avanguardia europea delle influenze della danza post modern americana, in seguito, animato anche dalla pratica giovanile dell’Ai ki do, si trasferisce a Tokio per studiare Shin tai do, una meno nota arte giapponese del movimento, fino a approdare a New York nel celebre atelier di Cunningham. Ma è al suo ritorno in Italia nel 1983 che prende slancio la sua avventura teatrale, sia collaborando con i Magazzini Criminali di Lombardi e Tiezzi sia con la creazione della sua prima compagnia, Parco Butterfly, insieme a altri esponenti della postavanguardia teatrale.
La danza di Parco Butterfly respira della portentosa influenza dell’ambiente teatrale fiorentino, così come dell’esperienza sapiente di Cunningham, in una danza che Tiezzi racconta come “totalmente astratta, mistica come una formula matematica, semplice come una memoria”, in cui però a tratti irrompe la performance, l’happening, quasi un innesto del clima culturale dell’epoca.

La Compagnia Virgilio Sieni

Conclusasi l’esperienza con Parco Butterfly il coreografo fonda, nel 1992, la Compagnia Virgilio Sieni, con cui sviluppa appieno la sua personale poetica. Il primo ciclo di spettacoli del nuovo ensemble ha per oggetto il tragico e dipana intorno all’Orestea di Eschilo una danza evocativa in cui la rilettura della tragedia avviene come in trasparenza, senza rimandi letterali o nitidamente riconoscibili, mentre i corpi si tramutano in geometria astratta e metamorfica. I successivi Canti Marini proseguono in direzione di una danza pura, aerea, sottile ma dal forte peso concettuale.
La ricerca si inabissa poi nei topoi dell’immaginario collettivo con il ciclo sulla fiaba, restituendolo nella sua natura complessa e ambigua attraverso i personaggi noti della tradizione popolare, da Studi su Cappuccetto Rosso (1997) a Pinocchio (Babbino Caro-pinocchiulus sextet, 2001) passando La casina dei biscotti (1999), affabulatoria cerimonia di otto minuti per uno spettatore solo.
Sieni, accompagnato da danzatori eccezionali come Marina Giovanni, sta in questi anni sperimentando un fecondo processo di innovazione linguistica che muta profondamente la natura della sua danza, spingendo la ricerca anche nei territori di una vocalità spesso preverbale, soffiata e gutturale. Il coreografo scompagina l’architettura del corpo avventurandosi progressivamente in una metrica articolare che indaga l’azione di pesi e forze sulle giunture dello scheletro, trasfigurando la sostanza stessa del corpo nello spazio. Parallelamente viene intrapresa un riflessione sul senso stesso del teatro, avvicinandolo a un’alchimia rituale e cerimoniale che evade la messa in scena canonica per tentare una prossimità, insieme ludica e inquietante, con lo spettatore.
La progressiva destrutturazione organica del movimento sembra accompagnare il coreografo verso l’irrompere del presente nell’opera. Si sviluppa così la danza che Andrea Nanni definisce “dell’umanità ignobile”. Un’umanità residuale e dolente, come in Empty Space Requiem (2003), Cado (2004) o nel già citato Visitazione, o ancora Mi Difenderò (2005). In questi lavori l’urgenza famelica della contemporaneità spinge ai margini della creazione, infettandola spesso con un senso di vuoto. Il presente, il dolore, la sofferenza si fanno enigma, restituito con una danza razionalmente emozionale, accompagnata da un’espansione di riferimenti iconografici e immaginativi. Il movimento è ora capace di sviluppare in maniera personalissima il gioco dei pesi di ogni più piccola parte del corpo, con un’attenzione ossessiva al dettaglio, alla minuzia, al particolare. Questa cesellatura sviluppa un contrappunto articolare che amplifica le vibrazioni del corpo, lasciando apparire, di tanto in tanto, la quiete della raffigurazione pittorica. La figura però preleva le sue forme non solo dall’arte ma anche dall’oggi, dall’immaginario mediatico; gli oggetti scenici tratteggiano scarnamente l’ambiente o al contrario si fanno presenza ipertrofica di costumi e rifiuti gettati sui corpi. Le opere si popolano di figure ambigue, a volte clownesche, a volte rapite da una quotidianità afasica, virata al perturbante. Lo spazio - sia quello esterno, tra i danzatori, sia quello interno, profondo - sembra farsi proliferante, e i gesti, anche infinitesimali, hanno echi potenti, mentre la scena si dipinge della solitudine livida di corpi abbandonati in una confusione di membra.
Nel 2003 Sieni si stabilisce a Cango, Cantieri Goldonetta, uno spazio storico da lui pensato come nuova casa per la danza, uno spazio che in brevissimo tempo diventerà l’epicentro di tutta l’attività del coreografo, che ora affianca alla produzione di spettacoli anche interventi performativi specifici sul territorio, un festival annuale, l’inaugurazione di una oggi ricchissima collana editoriale (“Il gesto”, dal 2007, con Maschietto Editore), ma anche mostre, incontri  e conferenze.

Con Tregua (2007) ma soprattutto con Sonate Bach_Di fronte al dolore degli altri (2007) Sieni dispiega una mappa dolorosa legata a fotografie di guerra. L’orrore, la devastazione e la ferocia della perdita ritratte nelle immagini compongono una via crucis di undici stazioni, che la danza restituisce con un tocco gentile e tenace, come la presa con cui vorremo trattenere chi non sarà più. I corpi, attraversando il martirio delle immagini, si intrecciano evocando pittoriche Pietà e Deposizioni, con una danza di struggente bellezza che sembra cercare di capire la morte, toccarla, e insieme avvera una nostalgia bruciante per la vita. Lo spettacolo fa parte di un periodo creativo particolarmente vivace per il coreografo, un Virgilio Sieni in stato di grazia che non si stanca di indagare il corpo, il gesto, e la danza, come strumenti etici e politici per eccellenza.
La compagnia ha una formazione mutevole, ma è necessario ricordare almeno due danzatrici fondamentali per le creazioni degli ultimi anni, Simona Bertozzi, che ha danzato con la compagnia fino a Tristi Tropici, e Ramona Caia. Quest’ultima, collaboratrice di lunga data del coreografo, è la Venere sospesa di La natura delle cose (2008), che Sieni scrive con la collaborazione alla drammaturgia di Giorgio Agamben, in quella che diverrà la prima tappa di una trilogia sul De Rerum Natura di Lucrezio. Insieme alle riflessioni di Agamben Sieni mette in scena e in vita una danza che si rivela sia strumento di indagine, sia manifesto per una riflessione sull’oggi. Grazie anche ai suoi progetti con L’Accademia sull’arte del gesto, sempre di più la danza del coreografo si configura come esperienza condivisa e pura azione del corpo, in grado di rivelare chi siamo diventati, oggi, in questa latitudine terrestre.

La danza oltre la danza

L’Accademia sull’arte del gesto, fondata nel 2007, è forse già presente nell’immaginazione dell’artista fin dai suoi primi progetti con non professionisti della danza, come i vecchi partigiani di Adagi partigiani (2006) o Corpi d’oro (2006). Già in Osso (2005), il coreografo si era confrontato con la presenza scenica del padre Fosco Sieni, nell’imbrunire del gesto e nello specchio della memoria che riflette uno spettacolo dalla rara intensità emotiva. Nei progetti dell’Accademia Sieni lavora oggi con anziani, bambini, non vedenti, fondando con questi ultimi una vera e propria compagnia, la Damasco Corner, che ha debuttato con il recente Atlante del bianco (2010).
Con l’Accademia viene sviluppata un’idea di trasmissione, più che di formazione: una trasmissione che permetta un ripensamento sia della ritualità che delle abitudini del corpo. Componendo autobiografia e tradizione, storia individuale e collettiva, il gesto, nella visione del coreografo, si proietta nel presente, trasformandosi in pura e inoperosa capacità di azione. Sieni scardina le regole economiche e produttive del tempo in una lentezza ampia e umilmente solenne, come nel progetto con gli artigiani dell’Oltrarno o come con il vecchio ciabattino trentino in Wunderkammern_Dro (2010) o in Cinque Nonne (2011). La memoria del mestiere si rarefa in una commistione di vita e rappresentazione, identità e astrazione, e l’operosità si sbriciola nella dilatazione della poesia.

Altre volte Sieni sperimenta l’avvicinarsi di una memoria pittorica alla giovinezza dei corpi, come in Diario fisico di un viaggio (2007), con un gruppo di bambini all’interno della Cappella Brancacci, davanti agli affreschi di Masaccio e Masolino oppure Notte Beccafumi (2010) nella Pinacoteca di Siena, dove sono delle ragazzine ad assimilare le figure del pittore.
Oggi l’Accademia si è trasformata in un proliferare di progetti che toccano diverse città e contesti, diversi corpi e diverse storie, bambini, anziani, non vedenti, professionisti: da Firenze è salpata in un viaggio attorno al bacino della nostra cultura con il progetto quadriennale L’Arte del gesto nel Mediterraneo, che toccherà diverse città in una mappa geografica capace di declinare la radice culturale comune nella differenza delle esperienze. Quelli dell’Arte del gesto non sono solo spettacoli che vibrano della possanza fragile dell’umanità portata in scena, ma vanno a scavare nel tessuto profondo di relazioni che dà vita a un ambiente, a una città, a una storia. Rarefacendone e evidenziando il dettaglio, l’esperienza particolare, il gesto unico, Sieni in realtà restituisce tutta la vicenda umana e comunitaria di un luogo, di un’età della vita, di un momento storico. I progetti sono sempre ospitati in spazi estranei al teatro, a volte luoghi privati, intimi: il salotto di un partecipante al progetto, la cucina, il laboratorio, il giardino. Altre volte sono spazi pubblici, cittadini: alieni o familiari, proibiti o aperti a chiunque, questi spazi vengono trasformati dalla danza degli insoliti performer e il pubblico viene catturato dalla visione inedita di un’altra forma di comunità possibile, quella estemporanea di un evento teatrale, e quella profonda che scorre nelle ossa della propria storia, come in quelle dei corpi che Virgilio Sieni fa danzare.
I progetti dell’Accademia e quelli della compagnia però si compenetrano, e sezioni danzate da “non professionisti” compaiono all’interno di coreografie della compagnia. Oro (2009), nelle sue molteplici riedizioni, come quella di Scampia, vede la creazione di piccole comunità locali, composte da uomini e donne anziane, bambini e bambine provenienti dal scuole di danza del territorio. Ancora una volta si cerca la rarefazione poetica di un gesto sedimentato nell’abitudine, ma portandone alla luce la leggerezza insieme alla solennità, la fragilità insieme alla bellezza, la vulnerabilità insieme alla restituzione estetica, per una danza che è prima di tutto esperienza condivisa.
Anche nella recente produzione Tristi Tropici (2010) alle artiste della compagnia si affiancano la splendida Elsa De Fanti, ballerina di settant’anni, e una danzatrice non vedente della Damasco Corner, Filippa Tolaro. Il viaggio antropologico di Levi-Strauss diventa sinfonia vibrante della complessità dell’umano, insieme tragica e poetica, popolata di esseri misteriosi e di una danza fatta di complicità e evanescenza, di intrecci di membra e di un raffinato gioco a rispecchiarsi.

Più di recente Sieni si è confrontato con la presenza di due delle più belle attrici del panorama italiano, Silvia e Luisa Pasello, gemelle che incarnano i due protagonisti della Trilogia della città di K, capolavoro di Agota Kristof. In Due lupi (2011) il teatro di Sieni non è solo corpo, ma ritmo, parola, figura, in un succedersi di maschere ambigue e potenti, come in un sogno buio e sferzante, tra vittime e carnefici, dolcezza e disperazione.
Che sia realizzata attraverso corpi allenati o ingenui, esuberanti o inconsapevoli, freschi o esausti, nella sua opera Sieni ci accompagna tra ciò che è indicibile e ciò che è manifesto, ovvero l’insopprimibile presenza dell’umanità, dando vita a una danza che è abbracciata tutta attorno a un mistero. Un mistero tragico e gioioso, potente, prosaico, ridicolo e feroce, che attraverso la sua danza è capace di trasformare la bellezza in vita.


Per approfondire:

Sieni, Virgilio e altri autori, collana “Il gesto”, Maschietto Editore, Firenze, 2007-2012.
Nanni, Andrea, Anatomia della fiaba. Virgilio Sieni tra teatro e danza, Milano, Ubulibri, 2002.
Sieni, Virgilio, Camminare è errare. Incontro con Rodolfo Sacchettini, in “Lo Straniero”, dicembre 2010/gennaio 2011.


di Lucia Oliva


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