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Due mesi senza Luca Ronconi

Con la scomparsa di Luca Ronconi – sono passati due mesi ed è giusto tornarci sopra – si chiude un altro capitolo davvero importante per il teatro italiano. L’impressione è che il teatro di regia, di cui si è narrato in questi anni il “declino” – se non il suo completo esaurirsi – abbia davvero compiuto simbolicamente la sua parabola. Le nuove strade paiono perciò  – da molto tempo, a dire il vero – valicare altri paesaggi. Naturalmente il problema non è la regia, ma il “teatro di regia”, così come lo si è inteso fino a ora (e non molto sano adesso cercare di resuscitarlo a forza, come di fatto sta accadendo e accadrà sempre di più…).
Senza Luca Ronconi il teatro italiano perde il suo punto di riferimento più solido e rappresentativo. Amato o detestato, Ronconi è stato sempre presentissimo nella storia del teatro degli ultimi sessant’anni. La sua biografia coincide spesso con la storia delle città che ha attraversato e sulle quali ha lasciato segni spesso indelebili: Prato, Roma, Torino, Milano…
Più generazioni di teatranti sono state battezzate da Ronconi e dunque mezzo teatro italiano rivendica di averci avuto a che fare (spettacoli, laboratori, assistenti alla regia…). Ronconi è stato per anni sinonimo di Teatro, quasi fosse lui stesso “un’istituzione”. Quest’immagine, rigida e bloccata, ha reso forse meno chiara una splendida verità: Ronconi, in questi ultimi anni, stava vivendo una sua ennesima primavera. Gli spettacoli più recenti, oltre ad essere naturalmente di grande intelligenza, sono anche vivaci, ironici, spesso divertenti, e per nulla scontati. Mentre il “Progetto Domani” a Torino (2006) soffriva di “gigantismo” e i cinque spettacoli (come i cerchi olimpionici) pagavano un’architettura generale dai tratti un po’ prepotenti e assoluti (una montagna di denaro, un unico regista, e non tutti gli spettacoli riusciti benissimo), alcuni dei lavori successivi colpiscono per approfondimento e curiosità.


In cerca d’autore. Studio sui “Sei personaggi”, gli spettacoli su Rafael Spregelburd (La modestia, Il panico), Pornografia e l’ultimo Lehman Trilogy sono esplorazioni avventurose sia che si tratti di drammaturgia contemporanea, sia che si affrontino testi del canone novecentesco. Con il testo di Gombrowicz Ronconi costruisce poi uno spettacolo lucido e crudele sullo sguardo di uomini maturi rivolto a due giovani adolescenti: uno scavo “erotico” – secondo la lezione di Gombrowicz – ai confini della “grande” Storia, con la Polonia occupata dai nazisti (un grandissimo Riccardo Bini, quasi specchio del regista Ronconi). Con il testo di Stefano Massini si compie una vera e propria impresa, raccontare il capitalismo americano dall’Ottocento ai giorni nostri nell’arco di “sole” cinque ore, seguendo la storia della famiglia Lehman. Il testo del drammaturgo fiorentino pare essere scritto appositamente per l’affascinante metodo di Ronconi di far recitare gli attori “in terza persona” (già presente da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1996), creando un continuo movimento di avvicinamento e allontanamento con il testo, in grado, nei momenti più felici, di aprire esaltanti varchi interpretativi. L’opera di Massini – notevole nella sua architettura, riuscita nelle ibridazioni con diversi generi letterari e nel porsi come un unico lunghissimo flusso verbale – viene destrutturata da Ronconi, o per meglio dire suddivisa in sequenze, affidata ai differenti personaggi, lasciata crescere in molteplici dimensioni. Anche se la seconda parte dello spettacolo pare correre forse troppo in fretta, la prima parte sembra perfetta nel ricostruire una saga famigliare che in letteratura ha tanti esempi felicissimi e che oggi viene di nuovo frequentata (per esempio in La ferocia di Nicola Lagioia), ma che in teatro difficilmente trova riscontro. Massimo De Francovich, Fabrizio Gifuni e Massimo Popolizio sono tre voci straordinariamente abili nel far vibrare il testo di Massini, come fosse una ballata, e lo spettacolo, sobrio e a tratti sottilmente ironico, si basa proprio sulla bravura degli attori, e in particolare di questi tre. Vedere lo spettacolo pochi giorni dopo la scomparsa del maestro fa un certo effetto, è vero, ma alla grande commozione fa da contraltare la vitalità, il divertimento, l’ironia.



Di Ronconi sentiremo la mancanza per tanti motivi e molti probabilmente emergeranno con il passare del tempo. Intanto è evidente che con Ronconi il teatro perde di peso culturale; viene meno un vertice in grado di far uscire il teatro dalle discussioni spesso solo interne agli addetti ai lavori; Ronconi era poi un anello di congiunzione antiscolatico e antididattico tra letteratura e teatro: voler capire testo e sottotesto non significa per forza essere incapaci di comprendere la forza della scena e questo lo ha dimostrato molto bene; ha dimostrato di amare gli attori, lavorandoci fianco a fianco, fino allo sfinimento, per destrutturare, scavare, approfondire; ha inventato spazi scenici che scardinano la normale percezione del pubblico (non sono più i tempi di grandi allestimenti, ma c’è sempre più bisogno di un teatro che reinventi i luoghi); ci ha mostrato come si amano le parole, cercando di restituire loro un peso e un senso specifici, facendo un lavoro di ricerca sulla drammaturgia e la letteratura italiana e straniera, antica e moderna.

N.B. visitate il sito www.lucaronconi.it, è fatto molto bene, si trova tantissimo materiale. È un sito su cui vale la pena sostare.

di Rodolfo Sacchettini
 

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