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Cercare il teatro al Valle Occupato

14 giugno 2011 - 10 agosto 2014

Agosto 2014. Siamo a Roma, al Teatro Valle, in una stradina nel pieno centro della città. Ci sono fotografie di persone attaccate alle finestre del teatro, manifesti di spettacoli, il logo dell'occupazione, gli hashtag #iostocolvalle scritti a macchina o a pennarello incollati alle pareti esterne.
Si entra in teatro e si entra in un clima. Si varca la soglia con una domanda che sorge naturale, che emerge da tutti i segni appoggiati all'ingresso: ci stai?
“Starci” significa tante cose, comprende un “restare per” vedere uno spettacolo, ascoltare un'assemblea, fare un laboratorio, ascoltare un artista che parla, ragionare su un tema; comprende un “partecipare a” e qui l'elenco è identico a quello sopra, ma la differenza di posizione è fondamentale.
L'occasione che la Fondazione Teatro Valle Bene Comune ha costruito con il pubblico della città di Roma (e non solo) è proprio questa differenza: da una parte il diritto a godere del teatro, dall'altra la responsabilità a contribuire alla sua vita (sia essa espressa in programmazione, formazione o semplicemente appuntamento).

Ci sono voluti tre anni perché si potesse dare questo valore di differenza come assodato. Tre anni in cui la Fondazione ha lavorato su segni visibili e invisibili, realizzando un progetto di comunicazione  in grado di reagire e sostenere il discorso che a livello nazionale e internazionale si svolgeva sul Teatro Valle, trasportando il processo della patecipazione attiva in un fatto culturale come la gestione di un teatro pubblico, importando il concetto di “bene comune” e dotandolo di riferimenti concreti, e costruendo progressivamente un programma di azioni che avesse finalmente l'agognata regolarità: un teatro aperto tutti i giorni.

Questi tre anni, che oggi ci appaiono luminosi per i risultati raggiunti politicamente, sono stati inaugurati da un segno radicale e complesso: un'occupazione. Chiude l'Eti e con esso vanno a concludersi le stagioni del Teatro Duse di Bologna, de La Pergola di Firenze e del Teatro Valle di Roma, appunto. I primi due hanno avuto storie diverse: a Bologna il teatro privato è rimasto un teatro, il proprietario non ha mai messo in discussione il suo uso, e dopo mesi di utilizzo occasionale nell'ambito di alcuni festival cittadini, attualmente è gestito regolamente da una società di spettacoli; a Firenze il teatro è stato assorbito dal Comune senza alcun tipo di impedimento, proseguendo la linea dell'ex Ente Teatrale Italiano, ovvero una programmazione di prosa senza salti né azzardi.
Ecco che a Roma invece si parla di ristoranti, attività commerciali oppure di abbandono.
Ecco allora che i lavoratori e le lavoratrici del Teatro Valle si rifiutano di cedere alla parola “fine” (dei loro contratti, della stagione, della vita di un luogo).
È un gesto radicale, perché non si oppone a un'imposizione qualunque: in primo luogo affronta a muso duro la dismissione dell'unico ente di mediazione nazionale; contemporaneamente contrasta l'indifferenza dell'allora Sindaco Alemanno, che non batte ciglio né alla chiusura del teatro né al momento dell'occupazione, interessandosene quanto basta.
La cultura, dunque, trova in uno dei suoi ambiti di estrema minoranza – il teatro – un alleato valoroso e intelligente, che dopo poche settimane da quel primo giorno di occupazione si presenta con il brillante slogan che cita Rafael Spregelburd: «Com'è triste la prudenza!» E questo è davvero uno di quei casi in cui la tristezza si fa occasione motivazionale e la prudenza è una domanda provocatoria. Dov'è il coraggio (della sinistra)? Dove sono coloro che dovrebbero essere pronti a osare (gli artisti)? Dov'è quella comunità affetta da gnagnera permanente, che sembra attendere uno slancio solo perché crede che non arriverà mai (pubblico, critici e operatori)?

Ecco, lo slancio è arrivato. La bomba è scoppiata. Nel centro della capitale, a due passi dal Ministero, a un angolo di strada dal Teatro di Roma, sotto gli uffici del Comune.
Che cosa sarà tutto questo fracasso?
È il Teatro, che pensa tanto forte da fare rumore.


[ph Teatro Valle Occupato]

Qualità d'ascolto

Tornando a oggi, possiamo dire che alcune speranze si sono realizzate. Il Teatro Valle è rimasto un teatro, e finalmente le istituzioni hanno risposto. La Fondazione Teatro Valle Bene Comune è uscita dallo stato di occupazione, raggiungendo un dialogo fruttuoso con il Comune di Roma (il cui Assessorato alla Cultura è diretto da Giovanna Marinelli) e con l'Associazione Teatro di Roma, da poche settimane presieduta da Marino Sinibaldi.
Fruttuoso ma non del tutto pacifico: a fine luglio la posizione del Comune suonava come un ultimatum: «Uscite dal Valle, lo gestiremo con il Teatro di Roma». La Fondazione ha ottenuto dieci giorni di proroga, nei quali pensare e discutere su “come” uscire.
Il “come” in questo caso era tanto importante quanto il passaggio in sé: la Fondazione ha lottato per tre anni per il mantenimento del Teatro Valle in quanto teatro, ma l'ingresso di un'associazione istituzionale metteva a rischio il lavoro compiuto in particolare nell'ultimo anno e mezzo con la nascita della Fondazione, che si è assunta il compito di fare la proposta per un nuovo modello di gestione. Per cominciare, è stato messo in campo il concetto di “bene comune”, categoria che indica la cura di un bene attraverso il concorso di idee e azioni di utenti, cittadini, soggetti o enti privati che manifestino l'interesse verso quell'oggetto, in una forma organizzata partecipata. A partire da questo principio è stato steso lo statuto della Fondazione, che prevede tra l'altro una turnazione dei ruoli principali di direzione che arriva al massimo a 24 mesi, con passaggi graduali di consegne da membro a membro. Tutti gli obiettivi, dalle elezioni interne fino alle scelte dei progetti artistici, vengono perseguiti in maniera trasparente, discussi in assemblee che fondano un metodo di lavoro non verticistico.
Questi punti, al momento, sembrano essere stati accolti. L'accordo tra Fondazione Teatro Valle Bene Comune (5600 soci) e Teatro di Roma prevede che la modalità partecipata venga preservata nella futura co-gestione del Valle, e a settembre il patto verrà stilato ufficialmente.

In attesa di questo momento, nel quale la fiducia accordata per mezzo di incontri e comunicati stampa troverà una formalizzazione più giuridica, possiamo comunque valutare la qualità di questa stretta di mano, basata sostanzialmente su un ascolto reciproco, nel quale le parti hanno dialogato alla pari; un ascolto sicuramente sollecitato più da parte del Teatro Valle, che non determinato dalle istituzioni.
La Fondazione infatti chiedeva da tempo un incontro con l'assessorato proprio perché non desiderava procrastinare lo stato di occupazione all'infinito, e allo stesso tempo ha lottato fino all'ultimo giorno possibile perché passassero dei concetti significanti; il Teatro e il Comune di Roma, dal canto loro, hanno ottenuto di riequilibrare quello stato di confusa legalità-illegalità che vigeva da tempo, ponendo un particolare accento sulla questione SIAE che metteva in imbarazzo loro stessi e gli altri teatri (della città, delle altre città italiane), che pagavano regolarmente la tassa del diritto d'autore.
L'unico punto ancora in sospeso è una base operativa per la Fondazione nel foyer del teatro, che si offre così come “custode” del luogo.
Entrambi i poli hanno dunque difeso i propri princìpi, ognuno col suo linguaggio e la propria autorevolezza, e da settembre si troveranno a lavorare affiancati, costringendosi a vicenda a ragionare in modo diverso sulla gestione di un teatro pubblico.


[Conferenza stampa della fine dell'occupazione del Teatro Valle, 11 agosto 2014, ph Teatro Valle]

Esortazioni per il futuro

Chi scrive ha partecipato sul posto solo agli ultimi due giorni di lavoro, dopo aver seguito da Bologna l'evoluzione dei tre anni di occupazione, anche incontrando gli (ex) occupanti in più occasioni.
Quello che sentiamo di poter dire, è che senza dubbio l'esperienza del Teatro Valle sia preziosa per la sua capacità di immaginazione politica, per le chanche nuove che ha predisposto per uno dei teatri fino a tre anni fa più convenzionali d'Italia e per tutti gli altri teatri che abbiano voglia di mettersi in discussione.
Dal punto di vista politico. È qui che la Fondazione è avanguardistica nel suo scrivere e agire una linea di gestione che si rifà a modelli di partecipazione attiva, che in Italia sono stati magari sperimentati dai movimenti ecologisti o da quelli difensori dei diritti delle persone (acqua pubblica, diritti di genere, mobilità urbana).

Rimane fuori da questo ragionamento e dal dibattito di questi giorni una questione che non possiamo non ritenere centrale. Ovvero, il teatro.
Da lì siamo partiti, e lì siamo rimasti: con un occhio non troppo cinico potremmo dire che avevamo un teatro e l'abbiamo ancora adesso, tornando così al punto di partenza. Scansate tutte le minacce, sventato l'abbandono o il ri-uso al di fuori di finalità culturali, è dal teatro che bisogna ripartire.

In questi anni, l'impressione è che la programmazione artistica – spettacoli, laboratori, incontri, lezioni aperte – abbia contribuito a dare continuità e sostanza a un discorso che si rivolgeva primariamente al sistema teatrale, non all'arte. Come si possono distinguere queste due cose? Non è forse vero che un sistema debole affatica la produzione artistica? Non è forse vero che arte e politica viaggiano sullo stesso binario, senza distinzione di principio?
È vero, ma è proprio per questo che il contenuto non può essere dissociato dalla forma, ovvero: se la forma, il “come”, è determinata verso un obiettivo, è altrettanto vero che l'arte non può farle da stampella, ma deve esserne parte produttiva e integrante.

Per essere più chiari: è importante non perdere di vista il motivo per cui si lotta. Non sarebbe corretto pensare che la lotta per un teatro sia stata intrapresa per intaccare una pratica politica, e speriamo che infatti sia stata portata avanti per un bisogno di cultura, per una fame d'arte viva.
Dopo il necessario passaggio di fuoco dentro il lungo tunnel della politica e della mediazione, confidiamo nel fatto che la Fondazione Teatro Valle Bene Comune abbia ora l'agio mentale e la distensione temporale per far riemergere proprio questo obiettivo. Se c'è ancora un valore di differenza che la Fondazione deve portare, oltre all'immaginazione concreta di una nuova pratica gestionale (di cui abbiamo già detto l'importanza e la bellezza), è poprio la possibilità di far vivere il teatro da dentro, permettendo alla propria azione politica di essere utile alla sua comunità di riferimento.

Se andiamo a rileggere i punti artistici sui quali pone l'attenzione la Fondazione, spicca senza dubbio quello della “drammaturgia contemporanea”, e qualche passo in questo senso è stato compiuto. Si veda il lavoro fatto con Cristian Ceresoli, con il cantiere de La rabbia, e con Fausto Paravidino, prossimo al debutto a Bruxelles con Il macello di Giobbe dopo il lungo percorso di Crisi: qui sono stati messi in campo dei processi (non è ovviamente dei risultati che ci interessa parlare) che provano a rispondere a quel bisogno politico di esplosione e apertura, che nell'arte si possono tradurre in prove, spreco di tempo, studio, lavoro con esterni, laboratori, confronti col pubblico, step di messa in scena, uno spazio per scrivere e altro.
Un teatro aperto tutti i giorni al lavoro degli artisti è un progetto sostenibile. Un luogo nel quale un artista possa confrontarsi apertamente, sperimentando nuove forme di relazione col pubblico e con gli studiosi, per far riemergere la centralità di una pratica (quotidiana, lentissima, artigianale, di pensiero, comunitaria) che è stata relegata ai margini dei margini.
Ma essere aperti è la sintesi di una prassi, ed è comunque ciò che verrà costruito a fare la differenza. Quale idea di teatro sarà ora messa in campo? In che modo il grado di interesse del teatro a Roma sarà nutrito dal Tatro Valle? Il valore artistico verrà assorbito nel concetto di un “bene comune” (basta che sia comunitario perché vada bene) o a partire da una pratica di partecipazione si potrà alzare il tiro, arrivando a parlare anche (finalmente) di qualità?

Da questo momento in poi, la differenza la faranno le presenze artistiche, le domande che rivolgeranno al pubblico con le proprie opere e i propri strumenti. Ogni artista, compagnia, ensamble che potrà lavorare al Valle dovrà avere la libertà di produrre per sostenere sé stesso, e non più di esserci per sostenere un principio di resistenza o un germoglio politico.

Negli ultimi due giorni di occupazione, è stato mostrato il lavoro di Teatro Magro, in residenza al Valle nei giorni precedenti. Si tratta di un breve video che, in una parentesi astratta di colori e suoni impastati su una superficie, al centro metteva alcune frasi estratte da documenti, comunicati stampa o altro, del/sul Teatro Valle, letti dal vivo con voce effettata da uno degli attori. Da un punto di vista dei contenuti di una politica culturale, questo frammento rappresenta un fallimento. Un contesto di creazione così come si sta definendo quello del Teatro Valle non può permettere che nascano opere di consenso, puramente didascaliche a un pensiero.
Siamo certi che altri artisti siano sfuggiti da questa deriva possibile, e ci auguriamo che da adesso in avanti tutta la Fondazione sappia promuovere un'idea di teatro. Una visione che, qualunque essa sia, sia proposta con coraggio e trasparenza, mettendo da parte con soddisfazione il faticoso politichese per agguantare un meraviglioso e vitale paesaggio teatrale che ora può essere costruito.

(si ringraziano: Francesca Bini, Simone Caputo e Andrea Pocosgnich)

Per approfondire:
teatrovalleoccupato.it
il blog del Teatro Valle Occupato su ilfattoquotidiano.it
articoli su minimaetmoralia.it
il dossier di retecritica.wordpress.com
 


di Serena Terranova
 

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