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(foto di Roberta Segata)
(foto di Roberta Segata)

“Abracadabra” di CollettivO CineticO, storia di un salto nel buio

di Vittorio Lauri

«Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire.»

“The Prestige” di Christopher Nolan

È un lavoro in costante tensione tra presenza e assenza, quello di Abracadabra di Collettivo Cinetico. La breve intro non ha persone in scena: il palco è nascosto da un gigante sipario nero, sul quale, nel buio, vengono proiettate delle parole accompagnate dalla voce fuori campo di Francesca Pennini, regista e fondatrice della compagnia. La voce ci invita a riflettere sul nostro corpo, concentrandoci ad esempio su alcune sue estremità, come in uno strano esercizio di training. Quando il sipario cade, in scena vediamo Angelo Pedroni, performer storico e co-fondatore di Collettivo Cinetico, mentre di Francesca Pennini continuiamo ad ascoltare soltanto la voce. Non è forse già questo un trucco di presenza – della voce – e assenza – del corpo? L’ambiente è spoglio, su un angolo del palco compare una scatola di legno, una sorta di grande cassa da imballaggio, che diventerà poi fondante per la principale magia dello spettacolo, in un modo un po’ diverso da quello che potremmo aspettarci.

La voce fuori campo di Francesca Pennini racconta diversi episodi autobiografici, con la solita autoironia, fredda e scientifica, distaccata e analitica, eppure così tenera da creare un cortocircuito emozionale, come spesso accade nei lavori della compagnia ferrarese. Gli episodi citati sono all’inizio perlopiù incidenti e infortuni subiti dal corpo di Francesca, dall’infanzia fino alle prove dello spettacolo stesso, appena qualche ora prima, ma in generale è la storia di un corpo a essere esposta scenicamente. Infatti, con una sincronia sorprendente, mentre ascoltiamo la voce di Francesca Pennini, Angelo Pedroni interpreta e mima ciò che la voce racconta.

Poi Francesca Pennini entra in scena e il testo sale di tono. C’è un trauma, seppur indefinito, di cui il pubblico viene gradualmente messo al corrente, ma la narrazione resta sempre distaccata – nonostante sia in prima persona – e abbozzata, senza molti dettagli. Ci sono frammenti diaristici da una casa di cura, un viaggio per trovare un amico in Canada, la residenza a L’Arboreto di Mondaino, un incidente in macchina. Non sappiamo se tutto quello che ci viene raccontato sia realmente accaduto, se sia tutto vero, oppure non è vero niente, o semplicemente tutte e due le cose, perché anche il funzionamento del ricordo è una magia.

Il punto intorno al quale ruota il discorso di Pennini è l’esperimento di una sparizione, che l’artista si è imposta per 130 giorni. Dentro questi 130 giorni, dentro questa scelta – che sembra essere contemporaneamente anche volontà, desiderio, necessità – di sparizione si mischiano esigenze sia artistiche che di salute, in una gerarchia non del tutto chiara, ma che non è fondamentale comprendere per seguire lo sviluppo dello spettacolo: a lasciare il pubblico aggrappato a ciò che avviene in scena, c’è dell’altro.

(foto di Roberta Segata)

Il meccanismo teatrale di Abracadabra va contemporaneamente in due direzioni che possono apparire contrapposte: da un lato realizza un illusione ipnotica, che ci porta a credere alle parole e a ciò che sta succedendo sul palco. Un risultato ottenuto da Collettivo Cinetico grazie a una doppia maestria, verbale – nell’emotività delle parole – e tecnico-spettacolare – con alcuni effetti particolarmente efficaci, come l’apertura della scatola di legno in un meraviglioso svelamento o la minimale scena delle bolle di sapone piene di fumo. Dall’altro lato, questa illusione viene cercata attraverso una via sottrattiva, una sottrazione talmente esplicita ed estrema da inficiare l’illusione stessa. Durante la visione dello spettacolo, non si ha infatti mai una prolungata sensazione di ipnosi, perché ogni scena, frase o accordo o movimento cerca – mentre avviene – il continuo svelamento del suo stesso meccanismo illusionistico. Viene quindi perennemente sottratto l’elemento che permette la funzione immersiva e diegetica dell’azione magica, in un continuo autosabotaggio dei propri principi illusionistici.

Ma se il tutto viene costantemente svelato, come si ottiene, allora, l’elemento di stupore?

In Abracadabra la meraviglia è generata da pochi ed essenziali elementi, come nel caso della comparsa sul palco vuoto di grandi bolle di sapone piene di fumo, stupefacenti eppure provocate da un gesto così semplice come mescolare aria e fumo dentro una leggerissima e delicata soluzione di acqua e sapone. Non c’è nulla di complicato ed è tutto molto concreto: le bolle di sapone volteggiano nella scena, accompagnate da un affascinante lavoro sonoro a cura di Simone Arganini e valorizzato dalla crew tecnica di Collettivo Cinetico, che crea un senso di fluidità e pienezza, di estrema “sincronicità artigianale”. Petra Cosentino nel Survival Kit 2026 – pubblicazione annuale di Altre Velocità – scrive a proposito di Abracadabra che lo spettacolo è «un invito ad avere paura del buio e coraggio per attraversarlo». In quel buio possiamo scorgere, senza mai afferrarla davvero, sia l’intima e personale vicenda attraversata da Francesca Pennini, sia qualsiasi cosa ognuno di noi scelga di metterci. È così che, da autobiografico, Abracadabra diventa anche universale. L’illusione della testimonianza si fa concretezza teatrale, magia di una messa in scena che procede soprattutto per evocazioni sottili e minute, non attraverso grandi numeri di prestigio.

Sul finale, Francesca Pennini sale su un trampolino in procinto di lasciarsi cadere dentro il buio di una grossa scatola di legno: crediamo completamente alle sue azioni e alle sue parole perché è l’incanto dello spettacolo nel suo insieme che realizza questo effetto magico. Lo slancio della performer e quello di chi guarda sono un unico gesto che si mescola, come aria e fumo, in una delicata e meravigliosa bolla di sapone.

L'autore

  • Vittorio Lauri

    Nato e cresciuto a Fermo, attualmente vive a Bologna, dove ha conseguito la laurea in DAMS con una tesi sulla storia della musica dove cita sia Adorno che Charlie Charles. Lavora per festival e rassegne culturali, con diversi ruoli a seconda delle esigenze, e a volte ne organizza pure.

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