Questa macchina spaventosa ricomincerà a girare.
Deve ricominciare! Altro Sangue, altre visioni, altre allucinazioni.
Guai se non dovesse ricominciare! Sorella, sorellina!
A noi è concessa solo la speranza che questo orrore possa ricominciare!
Inauguriamo con questo articolo un percorso attraverso le scritture teatrali contemporanee, iniziando da quelle drammaturgie affioranti e nascoste (soprattutto agli occhi di chi il teatro lo fa e lo decide) di narratori diventati celebri ma drammaturghi ancora sconosciuti. Sono testi, quelli che si andrà a proporre, accomunati dal fatto di non essere produzioni marginali, di scarto o esercizio di stile, ma che anzi risultano essere tra le prove migliori di un autore: scritture in grado di stare in piedi da sole, di farsi leggere come testo e non solo come istruzione di messinscena (ma non è forse questa ambiguità il segnale rivelatore della buona drammaturgia tout court, la capacità di sfondare il teatrale per tornare nel letterario e viceversa?)
Si è scelto di aprire, non a caso, questo primo articolo con un esordio: La Santa, di Antonio Moresco, testo vincitore del concorso "Sette Spettacoli per un nuovo teatro italiano per il 2000," è il primo testo teatrale pubblicato dallo scrittore, a cui è seguito, nel 2007, la raccolta Merda e luce. Moresco, outsider della letteratura, reduce dalle lotte della sinistra extraparlamentare negli anni settanta, inizia a scrivere (o meglio a pubblicare) tardi: c’è chi lo ritiene uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei e chi pensa che sia solo l’ennesima montatura, chi lo ritiene fondamentale e chi invece insopportabile. Non necessariamente le due cose si escludono a vicenda. Segno inconfondibile della ricerca di Moresco l’affondare lucido e senza remore nel lato più oscuro del Reale, la ricerca di un dettaglio iperrealistico nello scarto dell’organico che si ribalta, come per un eccesso di visione, nel suo doppio fantasmatico, nell’incubo.
La Santa è una post-moderna agiografia medievale imperniata sulla vita di una santa realmente esistita, a cavallo tra ottocento e novecento, Teresa di Lisieux. Ciò che ha luogo nei due atti è la costruzione di una macchina della santità, vita e morte della santa Teresa celebrata e ingerita dal sistema mediatico nascente. Il primo atto si apre con l’incedere di un papa stanco che racconta il suo incontro con Teresa bambina, inizio del suo cammino spirituale ma anche della sua notorietà mediatica. Il dramma prosegue nel convento in cui si alternano attorno alla figura della santa, muta e velata, perno mobile del dramma, figure familiari, rammemorate o presenti, che le tessono attorno il telo del racconto che svela anche allo spettatore la sua iniziazione al mistero. Nel secondo atto inizia il percorso di passione del corpo della santa bambina scosso dalla tubercolosi, segnato nel velo da una macchia rossa che ad ogni scena si allarga, mentre attorno precipitano le relazioni e gli eventi. La macchia di sangue che si allarga sulla benda, segno teatrale di grande impatto, riporta alla memoria la vertiginosa metafora di Carmelo Bene. Ma laddove il Macbeth beniano svolgeva la benda ed essa appariva sempre più pulita, perchè “ferita è la benda e non il braccio” - segno visivo di un corpo che si fa differenza, che ripudia l’organico per divenire simulacro - nel testo di Moresco il percorso è opposto, e il sangue si allarga sempre più andando a macchiare indelebilmente il velo bianco della santità, incedere orrifico della putrescenza che sfalda la purezza dello spirituale e annegandola nel rosso sangue se ne impossessa.
Il valore della scrittura drammaturgica risiede nell’ambiguità dei personaggi, che rimangono contesi alla percezione del lettore/spettatore tra vera fede e rituale crudele della mercificazione, al confine tra l’eterno del mistico e la modernità del riprodotto: La Santa è un mistero grottesco. Proprio per la sua natura di biografia il testo, soprattutto nel primo atto, a volte corre il rischio di scivolare nel didascalico, nel troppo detto, smorzando i momenti alti di invenzione e di forza, come l’entrata allegorica di Talbot, inventore della fotografia, o del dottor Koch accompagnato da una buffonesca impersonificazione del bacillo della tubercolosi; ma è soprattutto la figura di lei, della Santa, a colpire il lettore/spettatore. Una maschera-persona che è presenza muta, sublime e ingenua come un ex-voto di gesso, figura del delirio schizofrenico e della passio mystica a un tempo. Un testo che dovrà esser recitato «in alcuni punti come si racconta una favola, in altri come si piantano chiodi» e che è stato messo in scena da Renzo Martinelli nel giugno del 2000 al teatro Argentina di Roma. Fotografie a colori dello spettacolo e una nota finale del regista ne corredano la pubblicazione. Edito da Bollati Boringhieri.