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Il butō di Ōno Yoshito tra contestazione e quotidianità
«Kazuo e Hijikata erano due sognatori, sognavano sempre e sempre guardavano ai loro sogni»1. Così Ōno Yoshito ricorda i due fondatori del butō che negli anni ‘60 diedero vita alla rivolta danzata della scena coreutica giapponese. «Il mio butō è una preghiera che vuole creare un mondo in cui tutti sono felici. Dai 4 ai 7 anni ho vissuto la guerra e ho iniziato a fare butō per dare vita a un mondo diverso da quello della guerra. Alla domanda "Che cos’è il butō?", Ōno Kazuo rispondeva: "Dare importanza alla vita". Lui è stato arruolato per 9 anni, tornato dal campo ha iniziato a fare butō per creare un mondo di pace. Hijikata Tatsumi, invece, rispondeva "È un cadavere che cammina". Aveva 17 anni quando è finita la guerra, quindi ha vissuto per molti anni vicino alla morte, ogni giorno era pronto a morire e viveva questi tempi come se fosse morto, non vivo. Vorrei contestare questa realtà, questo è il mio butō». I due fondatori vivevano le loro sperimentazioni in maniera diversa fissando nei due movimenti opposti – vita e morte – il cuore della loro danza.
L’occasione di ripercorrere la nascita del butō e di ascoltare i ricordi di Ōno Yoshito si è presentata durante la seconda residenza artistica del maestro al DOM di Bologna. La sua presenza si è articolata in quattro momenti: il laboratorio con danzatori non professionisti condotto insieme a Febo Del Zozzo (Laminarie); l’incontro del 7 marzo presso il DOM (cui hanno preso parte Giovanni Peternolli, presidente Centro Studi d’Arte Orientale di Bologna, Febo Del Zozzo e Sara Fulco, curatrice dei report delle residenze artistiche); l’incontro presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna dove, dal 2001, è custodito l’archivio Kazuo Ōno che raccoglie documenti audiovisivi, iconografici e materiali di studio sul butō e su uno dei suoi massimi interpreti. Infine, lo spettacolo Jokyo (lett. "situazione esistente"), andato in scena il 10 marzo.



Durante l’incontro presso il Dipartimento, Ōno Yoshito ha rievocato alcuni momenti della creazione artistica del padre Ōno Kazuo (1906-2010) e di Hijikata Tatsumi (1928-1986): «Nel cortometraggio ci sono io con Hijikata, un giorno mi hanno caricato sulla macchina e non mi hanno detto niente, non sapevo dove stavamo andando e cosa stava succedendo. Mi hanno portato in questa spiaggia e mi hanno detto di muovermi di qua e di là, poi sono arrivati degli altri bambini, i figli dei pescatori, e Hijikata ha toccato l’ombelico di uno di questi, poi è scoppiata la bomba, ma io non capivo niente. Un altro incontro è stato quello con il fotografo William Klein, ci ha portati nelle strade di Ginza [quartiere di Tokyo, nda], e ci ha detto: "danzate qui", anche in questa occasione io non sapevo cosa stesse succedendo e non capivo. Alla fine queste fotografie sono diventate parte della raccolta di William Klein Tokyo. Anche per Kinjiki, mi hanno trascinato in teatro e poi mi hanno detto di correre sul palcoscenico come una gallina che scappa da un incendio durante la notte, la gallina non vede nel buio». I momenti di cui siamo partecipi grazie ai racconti di Ōno costituiscono delle tappe importanti della storia di questa danza. Il cortometraggio Heso to genbaku di Hosoe Eiko (1960, L’ombelico e la bomba atomica) è uno dei pochi documenti video in cui è possibile ammirare il carattere distintivo della performatività di Hijikata e lo spirito di sperimentazione corporea che lo animava. Hijikata, infatti, nel corso della propria carriera ha ricercato un corpo che desse sfogo all’inespresso e alle pulsioni più nascoste. Il suo è un corpo composto principalmente di carne (nikutai) e in contrasto con la purezza e gli stilemi del corpo classicamente concepito; questa concezione che ricerca delle membra vibranti è stata esplicitata del danzatore stesso nel manifesto del 1968 Nikutai no hanran (La ribellione del corpo di carne). Kinjiki (禁色Colori proibiti), in cui Yoshito debutta, è lo spettacolo fondativo del butō, andato in scena nel 1959 il cui titolo si ispira all’omonimo romanzo di Mishima Yukio (1953) e la coreografia alle opere di Jean Genet. La raccolta di foto di Klein, pubblicata nel 1964, è rappresentativa dei molti incontri con artisti, scrittori e intellettuali dell’epoca che i due fondatori alimentavano. Il contesto che abbraccia la nascita del butō è quello delle contestazioni studentesche della fine degli anni ‘60, la spinta insurrezionale dei loro corpi e delle loro performance divennero simbolo di un Giappone che si scagliava contro gli orrori impressi dalla guerra e dalla bomba atomica, contro i trattati nippo-americani che sancivano la presenza sempre più invasiva dell’Occidente e contro uno status quo rigido e immutabile.

Ōno Yoshito ha poi proseguito il suo personale percorso nel butō, prima affiancando il padre come coreografo, poi da solo, apportando il proprio contributo artistico a questa danza difficile da imbrigliare in una definizione univoca. Gli ideogrammi che compongono il termine butō (termine con cui questo genere si è diffuso in Occidente e abbreviazione di ankoku butō) significano ‘danzare’ (舞) e ‘calpestare’ (踏), la loro unione vuole evidenziare il carattere provocatorio e di allontanamento dai codici coreutici prestabiliti. Il personale butō di Yoshito si è radicato nella concretezza della quotidianità; Flower and Bird – A Letter to My Future Self (2013), che ha concluso la residenza artistica del 2014 sempre a DOM, è rappresentativo delle intenzioni con cui il maestro dà vita alle proprie coreografie: «Il fiore è la dolcezza che ho in me, mentre l’uccello rappresenta il fatto che, tuttavia, nella vita mi arrabbio. Ho creato questo spettacolo alimentando il fiore che è in me. Non cerco un tema al di fuori di me, ma lo cerco nel mio interno. Questo spettacolo è nato dalla mia quotidianità, io creo il mio universo dalla quotidianità».



L’esperienza di quest’ultima residenza si è conclusa con la messa in scena di Jokyo, pensato e realizzato con Febo Del Zozzo, e che ha coinvolto gli otto non professionisti che hanno preso parte al laboratorio. Si è trattato di uno spettacolo semplice, con pochi elementi scenografici e separato idealmente in due momenti. All’inizio, dal fondo della scena, il gruppo si muove compatto verso il proscenio e crea la consistenza di uno spazio attraverso il rumore della marcia che ritma i loro movimenti. Dopo essersi disposti in cerchio con un atteggiamento rigido, si abbandonano a terra come sconfitti dal peso del loro stesso corpo. In un secondo momento, Del Zozzo e Ōno, interagiscono in un duetto danzato che sembra agevolare l’incontro tra due opposti: Ōno in piedi, ieratico nei suoi gesti e Del Zozzo impegnato in un continuo cadere e rialzarsi, accostarsi e distanziarsi. Infine, un breve ma intenso momento è lasciato al maestro che rientra in scena vestito e truccato di bianco, indossando delle orecchie da coniglio. Le stesse orecchie utilizzate in altre performance e che intendono richiamare un’immagine tratta dalla poesia Dopo il diluvio di Arthur Rimbaud dove, alla fine di un temporale, una lepre compare per offrire la propria preghiera a tutto ciò che è andato distrutto. L’incipit recita così: «Non appena l'idea del Diluvio si fu placata, una lepre si fermò fra i trifogli e le campanule ondeggianti e disse la sua preghiera all'arcobaleno attraverso la tela del ragno». Questo inno alla natura e alla vita che ricomincia, si trasforma nella danza di Ōno in un’esortazione a non perdere la speranza di un nuovo inizio. Lo spettacolo prende le mosse dall’attuale riflessione che la compagnia Laminarie sta conducendo attraverso la rassegna ‘Contesto’ ed è uno spettacolo site-specific che ha voluto mescolare le pratiche artistiche dei due autori. La rassegna oltre alla residenza di Ōno Yoshito, ha previsto quella di Amira-Géhanne Khalfallah e di Isabel Cuesta Camacho che, come già il maestro giapponese, hanno abitato il DOM apportando il loro personale contributo.
 
Cinzia Toscano
 
Per approfondimenti sul butō:
Katia Centonze (a cura di), Avant-Gardes in Japan. Anniversary of Futurism and Butō: Performing Arts and Cultural Practice between Tradition and Contemporariness, Venezia, Cafoscarina, 2010.
Kazuo Ōno e Yoshito Ōno, Nutrimento dell’anima. La danza butō/Aforismi e insegnamenti dei Maestri, a cura di Eugenia Casini Ropa e Elena Cervellati, Ephemeria Editrice, 2015.


Per un approfondimento sul butō in Europa:
Casari Matteo e Elena Cervellati (a cura di), Butō. Prospettive europee e sguardi dal Giappone. Omaggio a Ōno Kazuo, in Arti della Performance: orizzonti e culture, n. 6, 2015, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Dipartimento delle Arti e ALMADL, Bologna (in free download qui).
Margherita De Giorgi, "To be renewed again". Esperienze di butō in Europa: Yvonne Pouget, Imre Thormann e Xavier Le Roy, in Arti della Performance: orizzonti e culture, n. 2, 2012, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Dipartimento delle Arti e ALMADL, Bologna (in free download qui).
   

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