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Dalla Cultura alla Scuola: ''Cosa abbiamo in Comune'', il 7 settembre a Bologna


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Electro Camp – International Platform for New Sounds and Dance, a Forte Marghera dal 7 all'11 settembre


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#castellucci, i Social Network e le conseguenze della rete
 
Mettiamo subito le cose in chiaro. I fatti di Parigi e quelli di Milano, durante le repliche de Sul Concetto di Volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci, rappresentano vili tentativi di imbrigliare l'arte all'interno di confini imposti dai poteri di turno, e come tali vanno condannati in tutte le forme possibili. Sperando di non doverci più schierare per difendere una delle libertà basilari delle nostre società, ci sembra però importante tornare a riflettere sulla questione, ad acque calme, anche in attesa della prossima replica dello spettacolo a Casalecchio di Reno (17 e 18 febbraio).
 
I fatti sono ormai universalmente noti (un riassunto è disponibile qui): nonostante il lavoro in questione avesse debuttato già da tempo, sull'onda delle contestazioni francesi anche in Italia si è alzato un polverone mediatico attorno allo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio, che i contestatori hanno volontariamente capito male, affermando che gli artisti lanciassero escrementi contro il volto di Cristo. In tali note non ci interessa tanto ripercorrere e analizzare gli intenti del regista attorno a questo snodo, dal momento che la questione è stata ampiamente chiarita, discussa, interpretata soprattutto prima delle famigerate repliche. Lettere del regista e interviste, appelli di addetti ai lavori, prese di posizione “preventive” a favore dello spettacolo di personaggi noti (Antonio Socci, Vittorio Sgarbi, Tiziano Scarpa). Si potrebbe forse sottolineare, come ha fatto il critico teatrale Massimo Marino, l'assenza delle istituzioni milanesi, che si sono sbilanciate solo a giochi fatti, una volta che lo spettacolo era andato in scena senza eccessivi problemi. Quello che ci interessa discutere è invece l'alone mediatico che si è creato attorno a un fatto teatrale, come mai si verifica più in Italia, a meno che non vi sia qualche scandalo. Riprova di una minoranza che riesce a farsi sentire solo in mancanza di contenuti, in una società sempre più disinteressata al teatro ma aggrappata alle chiacchiere da teatrino. Eppure, questo è uno di quei casi in cui raccontare non basta: dopo un fatto increscioso sarebbe necessario ripartire con qualche considerazione che provi a spostarsi dall'analisi, per fare un passo in più, anche se piccolissimo. 
 
Prima dello spettacolo
 
Come detto sono stati molte le voci autorevoli che si sono spese a favore della rappresentazione. L'elenco sarebbe lungo, ci basti segnalare le prese di posizione di riviste, siti e piattaforme on line che solitamente non riservano un'attenzione diretta al teatro: da Minima et Moralia a Nazione Indiana a Il primo amore. Fra questi, vale la pena citare l'intervento di Tiziano Scarpa, che aveva visto lo spettacolo qualche mese prima alla Biennale di Venezia, tra i pochissimi a superare lo scoglio del necessario sostegno per tentare un affondo nelle ragioni dell'opera. Scarpa si dichiara infastidito dalla visione ponendo una domanda alla chiave realistica dell'opera, a suo modo di vedere tradita dal momento che nessuno laverebbe un padre incontinente lasciandolo adagiato nelle sedie di design del salotto: 
 
Insomma, un eccesso di intenzionalità scenica, una voluttà per la performance che mette in secondo piano la plausibilità narrativa, una sublime sprezzatura per le piccinerie della verosimiglianza richieste di solito a un drammaturgo: tutte cose che poi, di fatto, rischiano di raccontare, involontariamente, una storia completamente diversa… [Il “Volto” di Romeo Castellucci tre mesi dopo]
 
Tornando al versante degli addetti ai lavori, Graziano Graziani, scrittore e critico teatrale, prova a mettere in risalto la contraddizione forse più evidente delle polemiche: perché la chiesa si accorge dello spettacolo così in ritardo, nonostante abbia debuttato proprio a Roma e abbia già replicato in Italia?
 
Tempi e modi del dibattito, dunque, rendono palese che la questione si è spostata altrove, fuori dalle assi del palcoscenico (se lì c’è mai davvero stata). E lasciano pensare che, vista l’eco avuta dall’azione di Parigi, le repliche di Milano si siano trasformate in un’occasione. Per cosa? Per tornare a battere il tasto dell’identità cristiana dell’Europa, anche a costo di supportare il gesto di qualche ragazzetto esagitato d’ispirazione fascistoide. [Castellucci, la pietas e la censura]
 
Prima e durante lo spettacolo: Facebook e affini
 
Questo articolo nasce principalmente da un tweet che ha scritto Massimo Marino, mentre le considerazioni di questo paragrafo sono desunte per lo più dall'alone di “notizie” creatosi su Facebook. Dopo giorni di tensione, Marino si è recato al Franco Parenti di Milano la sera della prima. È stato dunque testimone oculare degli accadimenti. Ebbene, il suo primo tweet da Milano descriveva una situazione paradossale: molta polizia e un manipolo di manifestanti di varia sorta, grottescamente divisi in minuscole fazioni (leghisti, forzanuovisti, lefebvriani). Nessuno scontro. Marino si chiedeva se «i media» non avessero montato il caso, ingigantendo qualcosa che in realtà appariva sotto controllo. A questa considerazione a caldo, potremmo ora aggiungere una domanda: chi sono i media? Certamente, oltre al Foglio, alle trasmissioni di Gad Lerner e Fabio Fazio, i media sono anche i siti teatrali specializzati e le loro ramificazioni “social”, che hanno rimpallato la notizia a più non posso, rendendola onnipresente su Facebook. Le riviste specializzate on line hanno divulgato, raccontato, difeso in vari modi: da chi ha pubblicato l'appello prima citato sulle sue pagine chiedendo agli utenti di sostenerlo attraverso un commento (e quindi, indirettamente, attraendo contatti sul proprio portale: vedi Teatro e Critica) a chi ha messo nero su bianco per quale motivo non era necessario parlare dello spettacolo (altro modo, più sottile, per dirottare attenzione sui propri contenuti in un momento di massima allerta mediatica: vedi Krapp's Last Post). Sia ben chiaro: qui non si sta accusando nessuno, le azioni erano tutte guidate da un motivo principale: dare sostegno alla libertà di espressione, come del resto ha fatto chi scrive aderendo all'appello e pubblicando la lettera del regista su questo sito. Solo ci si chiede, magari per una futura memoria, quale sia stato il peso dei media (e quindi anche delle riviste specializzate e delle loro ramificazioni) nell'alimentare il polverone, nel creare l'idea che lo scontro fosse imminente. Se infatti da un lato ogni appello non può che puntare a destare l'attenzione su un fatto che l'opinione pubblica sembra trascurare, dall'altro le condivisioni compulsive, gli sproni a commentare e a cliccare mi piace sembrano essere andati ben oltre una normale diffusione. In quei giorni, prima dello spettacolo, le bacheche di molti sembravano essere in preda a una nevrosi collettiva, in cui l'unica informazione possibile passava dalle dichiarazioni e controdichiarazioni del caso teatrale di inizio 2012. Viene spontanea una domanda: questo agire da “social eroi” (ne parla in un colorito articolo Jumpinshark) non ha finito per produrre conseguenze non volute? Vale a dire l'esatto opposto dell'esito sperato di una battaglia che abbiamo tutti combattuto: gettare benzina su un fuoco che andava spento. 
È quantomai vero ciò che afferma Bertram Niessen un in post su Doppiozero: il web è sempre più luogo non lineare, in cui le parole si rimpallano fra commenti, post, condivisioni, cinguettamenti rendendo poco prevedibile l'effetto immediato che queste produrranno (valga come esempio il paradossale caso Monti, di qualche mese fa). L'ambiente del teatro è quasi sempre lontanissimo dal cuore di queste riflessioni, suo malgrado escluso dai trending topics, mentre in quei giorni sembrava aver recuperato il centro, almeno delle bacheche: sembrava di essere tutti affetti da una nostalgia delle Notizie (parola sacra del giornalismo ma usata anche per il flusso del Facebook wall...), trasportati in tempi in cui la critica teatrale e i suoi discorsi toccavano il centro della società culturale. Solo che oggi non si può far altro che condividere e far rimbalzare, lanciando fra gli amici i nostri refoli per spostarli nelle zone mediatiche alte, rischiando a nostra volta di adottare le stesse dinamiche di superficialità e visibilità ad ogni costo. In tutto questo c'è anche un risvolto positivo: la novità è che su Repubblica e simili oggi ci si può arrivare grazie ai Social Network, vale a dire grazie agli indici di gradimento dei fan, grazie ai click; il difficile, per non dire l'impossibile, sta nel riuscire a portare “in alto” approfondimenti e contenuti che sappiano essere culturali, in altre parole critici. Ma il livello del discorso non ha provato a salire o non ne è stato in grado, si è accontentato di apparire, fatte le debite eccezioni. Il caso #castellucci ne è stata riprova chiarissima: come qualcuno che, abituato alla bicicletta, una volta salito sulla Ferrari cerchi il manubrio e non il volante... Vale la pena dunque guardare indietro, riesaminare l'accaduto, provare a “criticarsi” e a tenere quel poco di buon che si può.
 
Dopo lo spettacolo: Twitter, blog e affini
 
Se #castellucci è stato un trending topics, può essere curioso tornare a leggere alcune delle riflessioni prodotte in quei giorni, questa volta cercandole fra chi lo spettacolo finalmente l'aveva visto e partendo dai segnali rintracciati su Twitter. C'era attesa per l'analisi di Vito Mancuso, che in maniera piuttosto sbrigativa smonta il “caso” seguendo tre livelli: giuridico, artistico, religioso («C´è pietas e tensione etica, ma non c´è religio, né c´è affidamento, e il risultato è solo rabbia e disperazione», qui l'articolo integrale). Colpisce la quasi totale assenza di ridiscussioni, riesami da parte della stampa specializzata: una volta “detta la propria” nei pressi del debutto, la critica teatrale non torna sui propri passi, non ridiscute (fa eccezione il “solito” Marino). Su Twitter qualche utente illustre ha proposto riflessioni minime («#Castellucci come Ciprì e Maresco di "Totò che visse due volte": modi possibili per indagare il sacro nel XXI sec.», @NicolaLagioia). In questa sede, ci sembra significativo soffermarci però sulla maggioranza “non specialistica” che è stata spinta a intervenire a causa dell'eco generale, esprimendosi su questioni normalmente vissute come distanti. Miracolo del caso mediatico, viene da dire, per una situazione che vorremmo si verificasse nel quotidiano. É utile ripercorrere alcune di queste considerazioni, dal momento che l'ambiente di teatranti-critici-organizzatori e amici-dei-teatranti-critici-organizzatori fatica a confrontarsi con non addetti ai lavori. Nel dopo #castellucci, insomma, usando Twitter come punto di raccolta, ci è sembrato di poter ascoltare le parole di qualche “spettatore comune”, che tutti cercano e nessuno conosce.
 
C'è chi associa la propria biografia con quanto ha visto a teatro, mettendo in relazione vita e arte: 
 
controlli stasera x #castellucci. #francoparenti stracolmo, tema a me caro: mio compagno e' neurologo [@Beosabea, guida museale].
 
C'è chi, sempre intrecciando biografia e opera teatrale, critica aspramente lo spettacolo per avere proposto una riflessione sul dolore senza vie di fuga, eccessivamente estetizzante, difficile da sopportare per chi ha vissuto esperienze simili nella vita. Paola Vallatta, sul suo blog, scrive una lettera all'artista cesenate: 
 
Il fatto che la sua pièce "sconvolga", probabilmente, è un attestato di merito. Si potrebbe dire che il messaggio arriva. Ma è precisamente di questo che non sono sicura. Personalmente non sono riuscita a capire cosa volesse dirci, mi sfugge il significato della sua pièce. Forse le sue ragioni sono di ordine personale, dunque, non mi permetto di chiedere alcunché su questo aspetto. Solo, e me ne scuso, tengo a farle sapere che a me ha fatto, credo inutilmente, molto molto male. […] Soprattutto perché nella sua pièce non c'è catarsi, ergo non si riesce a purificarsi, a fare ammenda, a elevarsi, tutto rimane lì, non è neppure un maglio, solo una sofferenza indicibile. Probabilmente ad altri servirà, probabilmente è un monito utile per tanti spettatori, per me è stato devastante. [Lettera aperta a Romeo Castellucci]
 
C'è anche chi sdrammatizza e alleggerisce la cappa di preoccupazione:
 
Bestemmi sul lavoro? Non apri al prete per la benedizione di casa? Vergogna. Chiama militia cristi per un rosario riparatore #Castellucci [@robeffo]
 
Fra i molti commenti, troviamo passaggi degni di una cronaca teatrale in via di sparizione. Descrizioni dell'opera approfondite, che tentano di mettere il lettore nelle stesse condizioni di chi ha visto lo spettacolo:
 
In una delle immagini più belle dello spettacolo, il figlio stremato appoggia dolcemente il capo sulle enormi labbra di Cristo e sembra trovarvi riposo e conforto. Il volto di Cristo, stampato su un telo prima perfettamente teso, in seguito a quel appoggiarsi dell’uomo, comincia a fare qualche grinza, si compromette, quasi impercettibilmente, ma rimane come scalfito, sembra partecipare al dramma di quel figlio [Davide Dall'Ombra, Ma Gesù ha paura della nostra merda?]
 
Chiudiamo questo piccola antologia, che non non pretende di essere esaustiva, con le annotazioni di chi riflette amaramente sul teatrino mediatico che avvolge il nostro presente, quasi una massima da sottoscrivere e quindi contrastare quotidianamente. Nel blog di Luca Fiore, si trova un elenco delle dieci cose imparate dalla polemica su Castellucci. Ecco la prima: 
 
1) È meglio una polemica cialtrona oggi che una recensione seria domani. [Dieci cose che ho imparato dalla polemica su Castellucci]
 
 
Progetti per il futuro: prestare attenzione alle conseguenze della rete
 
L'ultima parte di tali annotazione non poteva che essere riservata a questi segnali, a queste voci che hanno provato a “dire la loro”. Non si tratta di esaltare l'orizzontalità del web, o di spendersi in elogi alla presa di parola di un tanto anelato “spettatore comune”. Nemmeno, cosa che sarebbe decisamente peggiore, incensare la libertà del “lettore” usando questa parola con l'ingenua nostalgia di chi sembra essersi fermato ai quarti poteri del Novecento. Non va dimenticato, infatti, che l'orizzontalità di Twitter, e la sua concisione, provocano anche una evidente semplificazione, se non preludono a disamine più approfondite (in questa prospettiva possiamo segnalare due dense discussioni: un dialogo fra Castellucci e Giancarlo Gaeta avvenuto a Bologna in autunno, ora pubblicato sul fascicolo speciale della rivista “Ampio Raggio” di Laminarie; un secondo dialogo fra Luigi Codemo e Carlo Susa sul blog dedicato ai beni culturali ecclesiastici “del visibile”). Una volta preso atto che molti dibattiti oggi spesso partono dalle reti sociali, ora come ora si può solo segnalare l'esistenza di uno spazio in cui sembra esserci qualcuno interessato a riflessioni e approfondimenti, qualora si sia in grado di produrli. Dovessimo considerare i tweet sopra citati come richieste a chi si occupa di critica delle arti dal vivo, diremmo che descrivere ciò che si è visto e provare a mettere in connessione arte e vite sono due strade possibili, in grado di far convivere specialismo e apertura. Interrogarsi seriamente su modi e forme per tornare a parlare a chi non si occupa di teatro per mestiere, per farsi comprendere anche senza un caso #castellucci è la questione più urgente. Partendo però da una consapevolezza: scrivere non basta, avere tanti mi piace o amici non significa quasi nulla anche se non vanno trascurate le loro potenzialità, condividere e interagire non corrispondono necessariamente ad “agire”, anche se le loro conseguenze vanno prese molto sul serio.
 

di Lorenzo Donati
 

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