Compiuto, proporzionato, armonioso, il formato è fatto composto, contenitore di forma e sembiante, dimensione strutturata di una materia che si riconosce in specifica identità. Anche l’arte, che della materia pur sempre vive, si è nutrita nel tempo di propri riferimenti e di proprie cornici, che hanno finito per trovare rifugio e specifica in esatti raggruppamenti e classificazioni di genere. Problema è che oggi la materia continua a scoprirsi sempre più mobile e imprevedibile, irregolare quanto labile caos di codici visivi ed espressivi, così che lo standard ha dovuto convertirsi in commistione e con il quadro, silenziosamente, è esplosa anche la cornice. Ed è proprio da qui, dai resti dello scoppio, che l’arte sembra ora attendere rinnovamento, cercando nuove proporzioni fuori dal formato, in quel difforme, in quell’incompiuto e in quel vuoto inconfessato che costantemente vaga nella varietà del mucchio. Ecco allora poesia, musica, arte visiva e tecnologia diventare malleabile impasto della nuova performance in una sospensione tra comunicazione e distanza, che cerca nella sfumatura la cifra dell’indecifrabile.