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Prima che l'energia s'interrompa

Vie Scena Contemporanea >> 2006 >> Percorsi

 

Laddove la scena non esiste tutto si risolve nei gesti e nei movimenti che vibrano nell'aria. In Both Sitting Duet la sfida era dichiarata: dalla partitura di Morton Feldman For John Cage provare a effettuare una transcodificazione per mani. I due performer, seduti davanti al pubblico, davano inizio a una danza manuale, come direttori d'orchestra che improvvisamente scoprono di avere nelle mani l'intera orchestra, oppure l'intero corpo di ballo. La musica è scomparsa, si fa un passo indietro, prima di un'ipotetica esecuzione strumentale, per compiere in realtà un bel passo in avanti, sconfinando verso un campo ostico eppure pianeggiante di codici e linguaggi. In fin dei conti si trattava di un vero e proprio esperimento che aveva il sapore e il rigore della matematica.
Con il nuovo lavoro The Quiet dance Matteo Fargion e Jonathan Burrows continuano a muoversi nel silenzio di una scena inesistente. Volutamente anonimo lo sfondo non c'è e tutto si concentra nei movimenti e nei gesti di due corpi anch'essi anonimi. Nessuna decorazione e nessun orpello per un'immagine che seppur vicina appare lontanissima, proveniente da un'altra dimensione o come inclusa dentro uno schermo anch'esso anonimo.
Matteo Fargion e Jonathan Burrows si sono adesso alzati in piedi. E per questa performance danno vita a una geometrica coreografia composta sostanzialmente da passi passi passi. Una meccanica ripetizione nello spazio vuoto di una scena vuota. Otto passi accompagnati da una voce monotona, otto passi, come se si scandisse una fantomatica scala musicale dal do al do senza nessuna variazione. Finisce il vocalizzo e finisce la camminata, come se fosse il suono ad avere il peso e l'energia. Come fosse il suono a spingere il corpo. E nella ripetizione perenne si abbozzano piccole variazioni, si disegnano linee, si gioca con la simmetria e con le figure geometriche. Sempre scaturite dalla grammatica del grado zero: una camminata calamitata da terra a terra, una camminata pesante, ma ostinata, anche se in fin dei conti anonima.
Il ritmo è estenuante perché si tratta di una tiptografia ripetuta con poche variazioni: immaginarsi un martello che batte sull'ordine ferreo del codice, la solita goccia sulla pietra che scava con ostinazione solchi irreparabili. Le sequenze di movimenti stilizzati non possono provocare che il brivido di qualche scintilla numerica. Il codice appare in tutta la propria crudezza matematica, ritraendosi nell'algoritmo, nella legge segreta, nell'enigma. Ricorda i celebri video di Samuel Beckett (almeno Quad) ma l'orizzonte si è trasformato in linea orizzontale, il trascendente non c'è più e la scena vuota è scomparsa. Perché non esiste più scena.

Così non esiste una editio princeps da transcodificare, o almeno se esiste è sottratta totalmente al pubblico, l'opera è l'esperimento, ovvero il resto di un'opera che non c'è più, la stilizzazione di un concetto che è solo numero. La geometria ortogonale non lascia finestre e gli spiragli vengono tutti chiusi in un ingranaggio che è l'alienazione non di uomini-macchine, ma di uomini stanchi, normali, misteriosamente eterodiretti. L'umano riappare solo in un'ironia irritante e sottintesa in un gioco combinatorio che non produce nessun rumore e che non lascia nessun margine all'esistenza di un possibile linguaggio. Si costruisce un circolo chiuso che ha tutta l'aria di una tomba. In un'altra partitura per mani e gesti descritta in <<Night must fall>> dallo straordinario Tommaso Landolfi, il protagonista si trova nel salotto di una pensioncina a leggersi un libro. Improvvisamente una comitiva di sordomuti invade lo spazio riempiendolo di gesti d'aria. Chiacchierano a loro modo: «Silenzio, poi! Che silenzio era quello, vivo e animato di gesti rapidissimi per mezzo dei quali gli infelici si comunicavano ogni loro più minuto pensiero? (…) io n'ero costretto ad ammettere d'essere improvvisamente assordato, e lottavo ogni volta contro terrori violenti, sebbene inerti». Ebbene, sulla scena del gruppo inglese il codice rimane codice, nessuna vibrazione di pensiero, ma solo il riflettersi di uno sguardo che non può far altro che osservare le rotelle di un orologio. Lo stanco ingranaggio dei due performer in preda alla misurazione di un tempo che non esiste, si appiglia allora a qualche ironia dal sapore ancora umano, si appiglia a un enigma che richiede risposta, ma è solo per un attimo, prima di allontanarsi definitivamente e spegnersi come una pila scarica. 




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