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Immagini della realta'. Fanny & Alexander

SANTARCANGELO 40 >> 2010 >> Inchiesta sui laboratori

 
Attraversare il festival con gli occhi, lungo le linee che lo sguardo tesse tra immagine e immagine, dall'opera in scena all'opera-mappa che Fanny & Alexander, insieme a Nicola Fagnani, progetta e allestisce nello spazio delle Ex Carceri. Atlante Rosso: sette pannelli disposti circolarmente a chiudere una stanza che, giorno dopo giorno, si dissemina di nuovi percorsi visivi, immagini che non riproducono le scene degli spettacoli in programma, ma che da essi provengono e a essi ritornano, creando un'opera aperta che è insieme ritratto e trasfigurazione del festival. Chiara Lagani conduce in questi giorni un laboratorio, terza tappa del progetto "Immagini della realtà", in cui otto testimoni attivi allenano l'istinto e la pratica visiva, partecipando alla creazione della tavola atlantica. Gli artisti presenti al festival, chiamati a collaborare, hanno dato il loro contributo all'archivio figurale e alcuni di loro, nei prossimi giorni, si occuperanno di condurre visite guidate lungo le pareti dell'Atlante.

Assalto. L'immagine arriva all'improvviso, tra un battito di ciglia e l'altro. Prima non c'era, adesso è qui. Immediata, sintetica, terrificante. Francesca Woodman pensava le sue fotografie come «piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell'osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza»: stimoli incrociati tra memoria e realtà che si incontrano nel luogo della percezione visiva. Cosa vuol dire usare l'immagine per raccontare, se l'immagine è un'epifania, presenza improvvisa che si rivela agli occhi e si nasconde nella memoria? L'esposizione prolungata alla visione ha qualcosa di tossico. Ci si ammala, a occhi aperti sul mondo, collezionando inquadrature, e le forme che scaturiscono dall'immaginazione sono i sintomi di questa strana affezione. Per la composizione dell'Atlante Rosso, ispirato al warburghiano Mnemosyne, i partecipanti al laboratorio di Fanny & Alexander devono aprire all'immagine, offrendo ferite come finestre sulle opere del festival, percorrendo questioni intime e lasciandosi attraversare dalla visione degli spettacoli. Come filtri, ricevono segni e lasciano uscire segni: alle opere rispondono con altre opere, che siano foto, fotogrammi o dipinti, scelte secondo associazioni che seguono solo l'istintualità reattiva che si nutre di memoria e immaginari collettivi. Ogni singola immagine entra in rapporto con le altre, instaurando un dialogo sulla superficie dell'Atlante: la loro collocazione non è casuale, ma stabilita secondo una vera e propria operazione drammaturgica che regola il ritmo dei vuoti, luoghi d'assenza dove si riposa lo sguardo. Didascalie, come iscrizioni nelle cattedrali, percorrono la fascia inferiore delle pareti, lasciando i visitatori liberi di associare le parole ai ritagli di carta e di saltare con gli occhi da un punto all'altro delle pareti, attivando collegamenti palesi o misteriosi. Se si materializzasse il «filo dello sguardo», che nella stanza rossa ha infinite possibilità di tensione, resteremmo intrappolati nell'intreccio delle visioni che l'Atlante provoca aprendosi all'occhio della comunità a cui è destinato.

 



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