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Emerald City e il potere

POTERE SENZA POTERE / Santarcangelo 08 >> 2008 >> Nero su Bianco - recensioni

 
Sarebbe tragico se la sterilità dovesse essere in qualche momento il risultato della libertà. La libertà si conquista perché si spera sempre nel parto di energie produttive. Ed Emerald City è energia: prima sotterranea e compressa, quindi deflagrante e aurale. Uno sforzo titanico: riflettere sull’uomo, la verità, la conoscenza. Attraverso il primato di vista e udito, i due sensi violentati della contemporaneità. Come uomini e donne dagli occhi accecati e dall’udito otturato varchiamo la soglia del mondo ricco e attraente di Emerald City, mondo in cui Fanny & Alexander provano a liberarci, raccontandoci, in fondo, la storia dell’uomo, la storia della sua tremenda ambiguità. Le mura di Emerald, come quelle di Gerico, rilasciano le inconfessabili parole degli uomini: parole che dicono, descrivono, informano, ma soprattutto emanano. Una babele sinfonica sincera ma tremendamente difficile da tradurre: popolo in cerca, aspettiamo che qualcuno ci aiuti a comprendere e ci liberi dall’attesa, imponga agli altoparlanti una stessa chiara e ipnotica frequenza. Perché noi uomini non vogliamo ascoltare voci diverse. Perché la nostra libertà non si accontenta più di se stessa, dispera della possibilità di scegliere da sé e cerca tutela e sicurezza nell’oggettività. Essa riconosce se stessa assai presto nei legami, si attua nella subordinazione, in una legge, in una regola, in una costruzione, un sistema: cessa di essere libertà. Il mago/Hitler ascolta e memorizza, così da poter interpretare e possedere la storia, manipolare la cultura di un popolo, canalizzare le speranze e la violenza. Proprio come fece entusiasta il popolo tedesco, accogliamo con ritrovato sollievo il tacere delle voci e, spinti dall’irrefrenabile desiderio di seguire, obbediamo senza tentennamenti al diktat del mago: “seguitemi, fate quel che dico!”. Una tremenda dimostrazione dell’attrazione che sull’uomo esercita la bellezza del potere, la banalità del male. Il mago si è alzato: effige santa, icona sospesa, specchio delle verità, ci mostra tutta la cialtroneria del potere. L’Hitler che osserviamo sospeso sulle nostre teste è lo stesso mostratoci da Sokurov ne Il Sole: come in quel caso siamo sorpresi dalla sua grottesca pochezza, eppure restiamo immobili, fermi, a bocca aperta, a dar credito a un teatrante, a un santino. Emerald City è uno squarcio sulla storia dell’uomo, è un abbagliante faro puntato sulla nostra contemporaneità, è un monito interrogativo: e il nostro cervello, il nostro cuore, il nostro coraggio dove sono andati a finire? Emerald City è un invito a una consapevolezza del passato per nulla passiva: per non essere complici sottomessi di un passato che è sempre con noi, che si nutre di noi e che non finisce mai. La congiunzione messa in atto tra luce e suono, tra luce e parola, mette in relazione quella di Fanny e Alexander con le narrazioni delle origini, degli eventi primordiali, dei miti e della conoscenza del mondo; la musica si fa potente intermediario tra orecchio e occhio, tra i punti mobili ed estremi di uno spazio che è sempre da esplorare e da interrogare. Uno spazio che sembra condurci alle soglie di un mistero.


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