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Il corpo all'ennesima potenza

GD'A >> 2007 >> Conversazioni

 
Dalla ginnastica artistica alla scena contemporanea, Simona Bertozzi si è formata con i più grandi nomi della danza internazionale. Dopo la lunga collaborazione artistica con il coreografo Nicola Laudati, dal 2005 si unisce alla Compagnia Virgilio Sieni Danza, una delle più importanti realtà della danza contemporanea italiana.


Come è nato il lavoro che proponi per questa finale del concorso GD’A?
La radice del lavoro risale a uno studio intrapreso nel 2006 dal titolo L’endroit, presentato al festival Interplay di Torino e a Bologna Estate. Rispetto a quelle esperienze i presupposti da cui scaturisce l’indagine messa in atto non sono cambiati, quindi posso considerare questi allestimenti come delle tappe grazie alle quali sono riuscita a mettere a fuoco i caratteri del progetto portato a GD’A: L’endroit 2e.

Hai una grande esperienza come danzatrice e ti trovi ora alla prima prova come autrice. Cosa ha implicato questo passaggio?
Ho scelto di procedere per sottrazione, esplorando gli elementi fondanti derivati dal mio percorso di danzatrice. In questo modo mi sono ritrovata a maneggiare un materiale basilare ma assolutamente denso e capace di innescare un processo potenzialmente infinito. Roberto Passuti, il musicista con cui collaboro per L’endroit 2e e che si è occupato degli ambienti sonori e degli interventi musicali, lo ha definito un materiale atomico, nel senso di essenziale e sostanziale. Si tratta infatti di esplorare la sostanza corporea, di indagare un’azione fisica e il suo ingresso nello spazio. Sono semplicemente partita dal corpo e dalla sua materia. Arrivando a una disarticolazione continua, a scomporre e destrutturare, fino alla deformazione, sia spazio del corpo che relazione fra questo e ciò che lo circonda. La forma assunta in questa fase finale, che ritengo anche conclusiva rispetto al progetto, è quindi quella dell’incontro tra azione e spazio, in un dinamismo materico corporeo che si proietta fuori da sé. Endroit, letteralmente, è semplicemente una frazione di spazio. L’endroit è diventato un piccolo universo, ma la mia intenzione è di insistere su questa delimitazione, di partire da questo “luogo”, lo spazio del corpo, eliminando ogni volontà di rappresentazione e senza indulgere in connotazioni psicologiche o emotive.

 

Prima hai citato Roberto Passuti, autore della parte sonora di L’endroit 2e. In che direzione si è mossa questa collaborazione?
Il lavoro vive dell’interazione fondamentale con la musica che Roberto in parte elabora live durante la danza. La sua ricerca è cresciuta in parallelo con la mia sul movimento, indagando gli stessi presupposti e soprattutto cercando di ottenere una sostanza sonora che sia insieme potente, fondante, efficace. In scena vengono composti elementi che rimandano a un fuori, a un esterno, con alcune sonorità che scaturiscono dal mio movimento. C’è una parte in cui Roberto cattura e trasforma sul momento i suoni prodotti da un corpo che danza, in altre sezioni invece lavora su materiale registrato in precedenza, intrecciando il tutto in un intervento musicale progressivo che ripropone il crescendo ritmico dell’azione corporea.

 

Come si è evoluta la tua creazione rispetto alle diverse tappe del concorso?
Mi sono proposta di andare più a fondo rispetto agli elementi che porto in scena, anche scarnificandoli per non permettermi nessuna divagazione, ma solo un approfondimento per così dire verticale. In questo è stato molto utile il confronto con la commissione e i feedback avuti in seguito alla visione. Rispetto a questa ultima tappa ho lavorato sulla struttura coreografica, che si sviluppa accentuando le pause e le riprese dinamiche.

 

Mi puoi svelare alcune delle fonti con cui hai nutrito il tuo immaginario durante la realizzazione di questo lavoro?
Ce ne sono diverse anche se alcune rimangono nascoste nell’ossatura del lavoro, appartengono alla fase creativa, al processo del fare. Per esempio la lettura della Lentezza di Milan Kundera mi ha suggestionato rispetto alla fruizione temporale dell’azione, a come si possa gustare la percezione del corpo in un tempo dilatato e come questa quasi sfugga nella velocità. Poi ho pensato ai corpi nodosi e sensuali di Schiele, al suo segno che crea posture potenti ma come sospese nel vuoto per ricreare una danza di articolazioni e di interstizi.


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