Stampa questa pagina

Rivelazioni sintetiche per un teatro apocalittico

Ipercorpo >> 2007 >> Interviste

 

Cominciamo con la vostra ultima produzione, Spettacolo sintetico per la stabilità sociale, un titolo già emblematico…
Luca Brinchi: "Spettacolo sintetico" fa parte di un progetto iniziato due anni fa, che prende il nome di Studi per un Teatro Apocalittico. Il riferimento è all’apocalisse intesa come rivelazione. È qualcosa in divenire, parte di una società che verrà nel futuro. Così abbiamo deciso di prendere spunto da libri di fantascienza che ne fossero rivelatori. 1984 di Orwell, il testo di 84.06 e ora con Il mondo nuovo di Huxley. Si tratta di testi di cui abbiamo scelto di riprendere non le parole ma il concetto di fondo, presentando poi sulla scena tutt’altro. Entrambi ci parlano del condizionamento sociale dell’uomo, in Orwell totalmente a livello fisico, portando in primo piano la tortura, Huxley invece ci mostra quanto l’individuo possa essere condizionato dal benessere, in una società dove superficialmente tutto funziona alla perfezione, dove non ci sono guerre, conflitti tra le persone. Chiaramente tutto questo è apparente, sappiamo come in realtà gli individui vengano condizionati sin dalla nascita attraverso meccanismi di ipnopedia. Un processo in cui durante il coma vengono proposte delle frasi, delle cantilene che piovono di continuo fino ad imporre nell’individuo l’idea di possedere caratteristiche precise, un’intelligenza più o meno elevata, un tipo di classe sociale.

 

A questo proposito Huxley mette in campo anche la manipolazione genetica...
L.B: Sì, un aspetto che abbiamo scelto di considerare, per dare allo spettacolo una valenza riflessiva più che critica di quello che stiamo vivendo. Esiste una massificazione della persona vera e propria, che ritroviamo anche oggi, si parla di riproduzioni in laboratorio, di cloni.

 

Diana Arbib: È una massificazione in un qualche modo anche sociale. Pensiamo alla bellezza, alla smania dei cambiamenti fisici ed estetici. Una bellezza che è spia di una classe sociale, un’identità estetica, che divide. Su questi aspetti Huxley è stato un sorprendente visionario.

 

Emergono forti valenze politiche che ci portano al pubblico. In passato avete creato per lo spettatore situazioni destabilizzanti cercando nello “schiaffo” il suo coinvolgimento. Ora cos’è cambiato?
D.A: In questo caso il coinvolgimento è stato più indiretto, basato su un approccio interattivo e filmico. È un desiderio che non si può paragonare a quello degli altri spettacoli.

 

L.B: Si vuole creare nello spettatore una confusione, che parte dal confronto tra attori veri e attori virtuali , un gioco in cui la parte pensata e musicata è molto forte e che permette di scatenare una presa. Si vuole destrutturare, inserire personaggi reali e irreali per far crollare le certezze.

 

D.A: E porre lo spettatore sulle soglie del sogno.

 

Dal punto di vista tecnico come si esplicita questa confusione nell’elemento medium?
L.A: A livello ottico soprattutto, con l’ologramma attraverso proiezioni che vanno a riflettersi. L’artificio è visibile e vuole essere svelato.


In Spettacolo sintetico si parla del pericolo della perfezione intesa come anestetizzazione del corpo, del dolore e della vita. Paradossalmente il mezzo virtuale può contenere lo stesso rischio?
D.A: In effetti è possibile. Dipende dov’è la partenza. Noi di solito partiamo dall’artificio video pensando lo spettacolo soprattutto dal punto di vista drammaturgico. Al momento, in questa fase, ci interessa sperimentare ed evolverci. Non sappiamo tuttavia dove l’evoluzione del mezzo potrà portare?


Tornando alla questione politica, secondo voi il teatro può avere quest’accezione?

L.B: Il rapporto diretto con gli spettatori lo è di per sé. Tuttavia non mi piace il teatro ideologico, ci sono altre sedi per parlare di queste questioni.

D.A: Non vogliamo dare un giudizio ma mettere lo spettatore nella condizione di riflettere autonomamente.ù

 

Oggi una delle preoccupazioni fondamentali per il teatro emergente è il rapporto con le istituzioni e la conseguente conquista di spazi. A Roma esistono simili problematiche?
L.B: Roma è una città in fermento, che ti permette di essere perché altri ci sono. In questo senso la metamorfosi organizzatrice è stata per noi inevitabile, più che una vocazione, si è trattato di un piacere nel fare, della semplice passione per l’incontro e lo scambio come con Ipercorpo. Negli ambienti artistici e culturali indipendenti si sono create amicizie e collaborazioni sono diventate rapporti diretti di sostegno e vicinanza, come al Kollatino e Rialtosantambrogio. Il desiderio è ora quello di poter possedere uno spazio per creare insieme queste possibilità



Compagnie